UNA STORIA SBAGLIATA

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Tempo di lettura: 6 minuti

di Giancarlo De Cataldo

LA MAPPA DEI LABIRINTI

dal Corriere Salentino 

Giancarlo De Cataldo, nato a Taranto nel 1956, è uno dei più influenti scrittori e sceneggiatori italiani, celebre per aver unito la sua esperienza di magistrato alla narrativa di genere.

Per anni giudice di Corte d’Assise a Roma, ha saputo trasporre la realtà dei tribunali in romanzi di straordinario impatto sociale, diventando il punto di riferimento del noir italiano contemporaneo.

Il suo successo globale è legato a “Romanzo Criminale” (2002), l’epopea della Banda della Magliana che ha ridefinito il crime nazionale tra cinema e TV.

La sua analisi delle zone d’ombra del potere è proseguita con “Suburra” e con la serie dedicata al PM Manrico Spinori.

Oggi, conclusa la carriera in magistratura, De Cataldo continua a raccontare le contraddizioni dell’Italia attraverso libri, sceneggiature e collaborazioni giornalistiche di alto profilo.

 


C’è un luogo nel Salento dove ogni aprile accade qualcosa di simile a un miracolo laico: Campi Salentina si trasforma, per quattro giorni, in una città dentro la città, una città fatta interamente di parole.

La venticinquesima edizione della Città del Libro ha scelto come tema “Cercatori di bellezza”, e chi abbia assistito alla serata di giovedì 23 aprile al Teatro Excelsior – Carmelo Bene sa già che quella  bellezza, quella sera, aveva un nome preciso: si chiamava Giancarlo De Cataldo, e si incarnava in un romanzo breve, denso, impietoso come un atto d’accusa e tenero come una confessione notturna, pubblicato da Einaudi con il titolo “Una storia sbagliata”.

Trentun anni di storia, venticinque edizioni, e ogni volta la rassegna riesce nell’impresa impossibile di dimostrare che la cultura non è un ornamento del vivere civile ma la sua ossatura più profonda, quel che rimane quando i talk show si spengono e le tifoserie tornano a casa.

L’incontro era moderato dal magistrato Toti Negro, Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Brindisi, che ha condotto il dialogo con una sapienza rara, quella di chi conosce dall’interno le macerie di cui il libro parla, e sa che certe domande non ammettono risposte comode.

Bisogna dire subito della qualità intellettuale con cui Toti Negro ha guidato la serata, perché essa costituisce la condizione di possibilità di tutto ciò che è accaduto sul palco.

Non c’è nulla di scontato, nel saper interrogare uno scrittore che è anche giudice, uno che ha attraversato le aule di corte d’assise e le pagine del romanzo con la stessa fedeltà alla verità dei fatti e all’impossibilità di contenerli in un verbale.

Negro ha scelto i passi da leggere con la precisione chirurgica di chi sa dove si annida il nervo scoperto, e le domande che ha posto — sulla fortuna, sul caso, sulla trattativa per Moro, sui complotti che diventano storia — erano domande di un uomo che ha visto, che sa di cosa parla, che si è fermato a riflettere prima di parlare.

Quando ha chiesto a De Cataldo se, al tempo del sequestro Moro, avrebbe scelto la fermezza o la trattativa, lo ha fatto con la brutalità limpida di chi non teme la risposta, consapevole che solo le domande scomode producono luce.

E De Cataldo ha risposto cambiando idea in diretta, riconoscendo di aver sbagliato allora, che era un ragazzo che lavorava in una radio vicina al Partito Comunista e credeva che trattare fosse un’offesa, e che adesso la vede diversamente: quella fermezza, dice, era anche il paravento di chi non voleva che Moro tornasse, che non voleva che i suoi segreti tornassero,  che aveva tutto l’interesse a che quel corpo venisse trovato in una Renault rossa in via Caetani e la storia si chiudesse lì, con i suoi sigilli d’impunità ancora intatti.

De Cataldo ha raccontato il romanzo e si è raccontato, e le due cose erano la stessa cosa, come sempre accade quando la letteratura è seria.

Ha parlato di Paco, il poliziotto protagonista, di Sara sua fidanzata con un linguaggio anni Settanta che non si usa più, e ha detto che Sara è il personaggio che più sente suo, perché gli ricorda una generazione che parlava in termini di generazione, che pensava alla propria vita come a qualcosa di intrecciato con la vita degli altri, con il destino collettivo.

Ha poi parlato di Severino Cesari, il grande editor di Stile Libero Einaudi che non c’è più, e di Goffredo Fofi che lo spinse ad abbandonare tutto e a scrivere solo “Romanzo Criminale”, perché quello sarebbe stato il suo biglietto d’ingresso nella vita.

Ha parlato della fortuna — quella qualità imponderabile che Napoleone preferiva ai generali bravi — come di una forza che prende la mano dello scrittore mentre scrive, come se qualcuno dall’esterno guidasse il gesto, qualcuno che sa dove andare anche quando la mente razionale non lo sa ancora.

E ha ricordato che Romanzo Criminale diventò serie televisiva su Sky solo perché in quel momento Sky doveva contrapporsi alla Rai e a Mediaset e aveva bisogno di un modo diverso di raccontare: se non fosse capitato quel momento, dice, non avrei mai potuto farlo, mi avrebbero detto che era troppo dura, che papà si alza per la prostata e mamma deve fare una telefonata e bisogna rallentare il ritmo.

La storia della cultura è piena di queste fortune — e Sherlock  Holmes non sarebbe diventato Sherlock Holmes se Jack lo Squartatore non avesse seminato il terrore a Londra proprio mentre Conan Doyle cercava un editore per il suo primo romanzo.

Poi è venuta la pagina su Moro, e nella sala è calato quel silenzio che non è assenza di rumore ma presenza di qualcosa di più grande.

De Cataldo ha scritto del volto dolente del prigioniero sulle prime pagine di tutti i giornali, del dibattito tra fermezza e trattativa, delle lettere filtrate da canali misteriosi mentre Roma era sotto assedio e i brigatisti si facevano beffe di migliaia di divise che  perlustravano la città.

Ha scritto del poliziotto Paco che guardava quelle immagini e sentiva male al cuore, perché in Moro non vedeva il potente ma l’essere umano spogliato, il potente denudato che si riscopriva debole, con tutto il peso familiare e biologico e sentimentale di chi si aggrappa disperatamente alla vita.

È in questo scarto — tra la maschera del politico e la carne viva dell’uomo — che risiede il vero scandalo del caso Moro, quello che ancora brucia dopo quasi cinquant’anni: che lo Stato sapeva, che qualcuno non voleva la liberazione, che il segreto di Gladio pesava più della vita di un uomo, e che quella geometrica potenza atlantica che aveva bisogno dello status quo lo ottenne, con un colpo da maestro che travolse anche le Brigate Rosse.

Jay Dark, il villain del romanzo, pronuncia una frase che Negro ha citato con intelligenza critica: i complotti che falliscono si chiamano complotti, quelli che riescono diventano storia con la S maiuscola.

De Cataldo ha riconosciuto di averla sentita dire da un agente operativo dei servizi di sicurezza, poi divenuto generale, che era stato testimone nei processi sulla strage di Bologna, e che gliela raccontò scherzando, quasi vantandosi.

Sbaglia chi pensa che la storia sia fatta solo di complotti, ha detto De Cataldo, ma sbaglia anche chi pensa che non esistano.

Il punto è che non c’è niente di idraulico, niente di automatico, niente di obbligato: le cose accadono, e a volte qualcuno le fa accadere, e spesso non sapremo mai con certezza dove finisce il caso e dove comincia la volontà.

Questa zona grigia è il territorio del romanzo: non il manuale di storia, non il pamphlet politico, ma lo spazio narrativo in cui la verità fattuale e la verità emotiva si incontrano e producono qualcosa di più vero dell’una e dell’altra prese separatamente.

Negro ha poi portato il discorso sul proibizionismo e sulla droga, scegliendo uno dei temi più scomodi del libro: De Cataldo, convinto antiproibizionista, ha ricordato che il traffico internazionale di stupefacenti ha alimentato per decenni quello shadow banking che è stato calcolato come il venticinque percento dell’economia mondiale, e che il fallimento totale delle politiche proibizioniste è sotto gli occhi di tutti.

Non si è stronco il consumo, non si è stronca la produzione, non si sono colpite le economie criminali, e si continua a reprimere la strada mentre i piani alti prosperano.

Come dire che i migranti li creano gli scafisti, ha concluso De Cataldo: è sostituire la causa con l’effetto, è voltare lo sguardo per non vedere quello che non si vuole vedere. E il Salento, da dove viene il pubblico di quella sera, conosce bene il peso di questi sguardi voltati dall’altra parte.

La serata si è chiusa con un’ultima domanda di Negro sul finale ambiguo del romanzo, e De Cataldo ha sorriso e ha detto: riflettete su quel finale. Non ve lo spiego. Carlo Lucarelli una volta gli disse che avrebbe voluto scrivere storie di coniglietti e orsetti, ma si guarda intorno, vede come va il mondo, e scrive noir.

Anche De Cataldo vorrebbe forse scrivere altro, e infatti scrive libri per bambini su temi ecologici, fiabe in cui cerca di darsi una speranza.

Ma il romanziere che è in lui obbedisce a un’altra legge: scrivere le cose che avrebbe voluto leggere, e non annoiarsi mentre le scrive. Il pubblico del Teatro Carmelo Bene, in quella sera di aprile in cui la Città del Libro compiva venticinque anni, non si è annoiato.

Ha ascoltato, ha riflettuto, ha avuto paura — la paura sana di chi capisce che la democrazia è un bene fragile che va difeso a ogni costo, come pensa Paco il poliziotto, come pensa ogni persona che abbia ancora la forza di cercare la bellezza anche dentro le storie sbagliate.

Buona lettura.

 

Vincenzo Candido Renna

 


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