IL CUSTODE

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Tempo di lettura: 6 minuti

di Niccolò Ammaniti

Niccolò Ammaniti nasce a Roma il 25 settembre 1966, figlio di Massimo Ammaniti — psicologo e docente di psicopatologia dell’età evolutiva, il che spiega già molte cose sul suo sguardo chirurgico sulle storture umane. Si iscrive a Scienze Biologiche ma non si laurea mai per la via ordinaria: troppo impegnato a scrivere il suo primo romanzo, Branchie (1994), invece di finire la tesi. La rivincita accademica arriva nel 2017 con una laurea honoris causa in Filologia, Lettere e Storia. La vita, a volte, ha un senso dell’umorismo degno di lui.

Il vero battesimo del fuoco arriva nel 1996 con la partecipazione all’antologia Gioventù Cannibale e con la raccolta Fango per Mondadori, che lo consacra come voce irriverente della narrativa italiana. Ma è il 2001 l’anno della svolta definitiva: Io non ho paura vince il Premio Viareggio, diventa un caso letterario internazionale e nel 2003 Gabriele Salvatores ne trae l’omonimo film, vincitore di due David di Donatello. Cinque anni dopo, Come Dio comanda (2006) vince il Premio Strega — tra le inevitabili polemiche che accompagnano qualsiasi cosa valga davvero la pena di leggere — e finisce di nuovo nelle mani di Salvatores per il film del 2008.

Ammaniti non si accontenta di scrivere libri che altri trasformano in film: nel 2018 debutta come showrunner con la serie Sky Il miracolo e nel 2021 scrive e dirige Anna, tratta dal suo romanzo distopico del 2015. Nel mezzo, Bernardo Bertolucci aveva già adattato Io e te (2012), confermando che i suoi romanzi esercitano un’attrazione gravitazionale irresistibile sui registi italiani più importanti.

Dopo otto anni di silenzio romanzesco, nel 2023 torna con La vita intima per Einaudi, che vince il Premio Viareggio-Rèpaci — stesso premio, ventidue anni dopo. Nel marzo 2026 pubblica Il custode (Einaudi Stile Libero), favola nera ambientata in un borgo siciliano che conferma la sua capacità di sorprendere senza mai tradire se stesso. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e cinque romanzi sono stati adattati per il cinema. Non male per uno che non ha mai finito la tesi.


Un best seller del 2026

C’è chi ha aspettato il ritorno di Niccolò Ammaniti con la stessa pazienza zen con cui si attende l’arrivo della fibra ottica in un borgo sperduto dell’Appennino, e finalmente, nel marzo 2026, il “Re del Grottesco” ha deciso di riprendersi lo scettro con Il custode, pubblicato da Einaudi Stile Libero.

Entrare in queste pagine è un po’ come tornare in quella vecchia officina di fiducia dove sai già che uscirai con le mani sporche di grasso e un vago odore di benzina addosso, ma con la certezza che il motore, alla fine, girerà a meraviglia.

Ammaniti non ha perso il vizio di prenderci per la collottola e trascinarci nel fango, solo che stavolta lo fa con l’eleganza di chi ha sostituito l’irruenza dei vent’anni con una cattiveria molto più sottile e, se possibile, ancora più divertente.

In un panorama editoriale dominato da saghe familiari chilometriche e amori luccicanti sotto la pioggia parigina, lui arriva come l’invitato sgarbato a un matrimonio di gala: quello che beve troppo, dice verità scomode eppure finisce per essere l’anima della festa.

Tutto comincia a Triscina, una striscia di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia siciliana, il classico posto dove persino le zanzare sembrano aver perso ogni speranza di trovare qualcosa di interessante da pungere.

Qui vive il tredicenne Nilo Vasciaveo con la madre Agata e la zia Rosi, che ufficialmente gestiscono la “Marmi Sorelle Vasciaveo” — una copertura — ma in realtà sono da secoli, anzi da millenni, i custodi di qualcosa di indicibile chiuso a chiave in un bagno di casa.

Non un complotto internazionale, non una roba tecnologica: qualcosa di molto più umano, viscerale e mitologico, che Ammaniti trasforma in un segreto pesante come un’incudine e scomodo come un sassolino nella scarpa durante una maratona.

La bellezza della faccenda sta nel modo in cui l’autore trasforma questa situazione di noia potenzialmente mortale in un carosello di eventi surreali che scorrono via con la velocità di un video virale.

Pensi di essere lì a guardare un ragazzino fissare una porta chiusa e invece, pagina dopo pagina, quel bagno diventa l’ombelico di un mondo popolato da figure che sembrano uscite da un incubo dopo una cena a base di fritto pesante.

E sappiamo tutti che in un romanzo di Ammaniti un cartello con su scritto “vietato entrare” equivale a un tappeto rosso steso per il disastro.

Se pensate di trovare tra queste pagine il classico eroe palestrato dal passato tormentato e la mascella scolpita nel marmo, avete decisamente sbagliato scaffale.

Nilo è un concentrato di umane debolezze adolescenziali, un ragazzino che ha fatto dell’invisibilità una missione di vita e che gestisce i suoi sentimenti con la stessa grazia con cui un elefante ubriaco si muoverebbe in un negozio di cristalli di Boemia.

Il vero colpo di genio sta però nell’arrivo in paese di Arianna — giovane donna bella e alla deriva — e di sua figlia Saskia, che rompono gli equilibri che tengono in piedi le esistenze dei Vasciaveo.

C’è una sorta di tenerezza crudele nel modo in cui Ammaniti osserva i suoi personaggi, come se fossero piccoli insetti sotto una lente d’ingrandimento: li pungola, li mette in situazioni assurde e ci ride su, ma alla fine ti costringe a provare una strana empatia per questo zoo di emarginati.

Sono esseri umani “storti”, gente che la fortuna ha ignorato con una costanza quasi ammirevole, ma che proprio per questo risulta mille volte più viva di qualsiasi protagonista da copertina patinata.

Se pensate che Ammaniti abbia deciso di darsi alla filosofia spicciola o di infilarvi tra le pagine qualche perla di saggezza da biscotto della fortuna, potete stare tranquilli: non è successo.

Le tematiche de Il custode non vi arrivano addosso con la delicatezza di un trattato esistenzialista, ma piuttosto con la grazia di un secchio d’acqua gelata in pieno inverno.

Al centro di tutto c’è l’isolamento dell’adolescenza, che però qui non ha nulla a che vedere con quegli eremi chic dove si va a fare yoga per ritrovarsi: quello di Nilo è un isolamento polveroso, fatto di silenzi interrotti solo dal ronzio di un frigorifero scassato.

Il bagno chiuso a chiave — con la sua “cosa” dentro — diventa lo specchio dei segreti più ingombranti, quelli che muriamo vivi sperando che non inizino mai a puzzare.

Ammaniti gioca poi con la mitologia greca in modo sorprendente: Medusa non è il mostro da decapitare, ma una ragazzina bellissima e disgraziatissima, punita ingiustamente da una divinità superba e tenuta prigioniera per i secoli dei secoli.

Il grande tema sotterraneo è la resistenza umana all’assurdo, quel bizzarro istinto che ci spinge a dare un senso anche alle situazioni più ridicole, cercando un barlume di dignità persino mentre stiamo affondando nel fango fino alle ginocchia — e la domanda che rimane aperta è se Nilo, dopo aver conosciuto l’amore, riuscirà a smettere di essere un custode per diventare finalmente un uomo.

Lo stile di Ammaniti in questo romanzo è un montaggio serrato che farebbe invidia a un regista di videoclip dopato di caffeina. Non si perde in chiacchiere superflue e ogni frase sembra asciugata al sole finché non resta solo l’osso, pronto a colpirti dove fa più male.

La sua tecnica narrativa è quella del “gancio in pieno volto”: capitoli brevi che finiscono quasi sempre sul più bello, costringendoti a leggere quello successivo anche se avevi promesso a te stesso di spegnere la luce mezz’ora prima.

C’è un ritmo cinematografico che scorre sotto la pelle della pagina, una capacità rara di descrivere una spiaggia siciliana o un bagno buio con la stessa, brutale poesia. Usa le parole come se fossero attrezzi da scasso, forzando le serrature della nostra comfort zone con un linguaggio che sa essere sporco, gergale e improvvisamente lirico, senza mai risultare finto.

Sul fronte dei confronti, è inevitabile guardare Il custode come il fratello maggiore, un po’ più cinico e decisamente più stropicciato, di Io non ho paura: se lì c’era l’innocenza dell’infanzia a fare da scudo contro l’orrore, qui quel guscio si è rotto da un pezzo e siamo tutti nudi davanti al disastro.

C’è un eco dei fratelli Coen nella gestione dei tempi comici e delle sfighe cosmiche che colpiscono i protagonisti, quel senso di ineluttabilità che trasforma una tragedia in una farsa e viceversa.

Rispetto a Che la festa cominci, la satira sociale è meno chiassosa ma molto più graffiante, come se l’autore avesse capito che per descrivere l’assurdità del 2026 non serve alzare la voce, basta sussurrare le cattiverie giuste al momento opportuno.

Tirando le somme davanti a questo ammasso di sabbia siciliana, bagni segreti e umanità mitologica, il verdetto è meno scontato di quanto il nome sulla copertina farebbe pensare.

Il custode è un libro che si porta a casa la pagnotta, ma lo fa con la stessa spocchia di uno studente talentuoso che si presenta all’esame avendo ripassato solo le parti che gli piacciono.

Se da un lato Ammaniti si conferma un drago nel montare le scene e nel reinventare il mito greco con una ferocia tenerissima, dall’altro certi colpi di scena si sentono arrivare con lo stesso fragore di un treno merci in una valle silenziosa, e la risoluzione di alcuni nodi narrativi tradisce una certa pigrizia, come se a un certo punto l’autore avesse guardato l’orologio e deciso che era ora di chiudere baracca e burattini per andare a farsi un aperitivo.

I pregi, intendiamoci, ci sono e sono pure di buon livello: la scrittura scorre via che è un piacere, la cattiveria è dosata con il bilancino e l’atmosfera è talmente densa che ti sembra di dover accendere i fendinebbia per finire il capitolo.

In definitiva, Il custode sta alla bibliografia di Ammaniti come un vecchio album rock rimasterizzato sta a una playlist Spotify: ha lo stesso cuore ribelle di un tempo, ma con una profondità di suono che ti fa vibrare i polmoni.

Promuoviamo il ragazzo perché è intelligente e si applica il minimo indispensabile per restare in cima alla classe, regalandoci un’opera che è una solida, godibile e ferocissima sufficienza piena di stile.

Se cercavate il capolavoro della vita, continuate a scavare; se cercavate un modo brillante per sentirvi meglio con voi stessi guardando qualcuno che sta decisamente peggio — e che custodisce segreti molto più pesanti dei vostri — siete nel posto giusto.

Buona lettura.

 

Gianpaolo Santoro

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