di Marina Valensise
IL RITORNO AI CLASSICI NEL NOVECENTO
Marina Valensise – consigliere delegato dell’Istituto nazionale del dramma antico (INDA), già direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Parigi, figura che incarna una certa idea “alta” ma non accademica della mediazione culturale – appartiene a quella specie sempre più rara di intellettuali che non hanno paura della tradizione, ma neppure la imbalsamano.
Nei suoi libri, da Sul baratro fino a questo “Un cuore greco.
Il ritorno ai classici nel Novecento”, si avverte una fedeltà inquieta: non la devozione del custode, bensì l’uso spregiudicato di chi sa che il passato è un arsenale, non un museo.
Il libro nasce da una scena che è già, in sé, una piccola allegoria del nostro tempo: Michel Houellebecq – sacerdote del disincanto, cartografo delle solitudini occidentali – al Teatro Greco di Siracusa confessa di non capire nulla dei Greci e si ritira, quasi infastidito da quella lingua che non si lascia tradurre nel suo cinismo programmato.
È un gesto che Valensise registra senza compiacimento, ma con una sottile ironia: come se dicesse che il problema non sono i Greci, ma la nostra incapacità di sopportarne l’eccesso di senso.
Houellebecq, in fondo, rappresenta la modernità che ha smesso di ascoltare – o che può ascoltare solo se tutto è già stato ridotto a rumore di fondo.
Da qui prende avvio quella che l’autrice chiama, con felice leggerezza, una “scorribanda”: ma è una scorribanda sorvegliata, coltissima, dove ogni deviazione è in realtà un ritorno al centro.
Il Novecento che emerge da queste pagine non è il secolo della rottura, bensì quello di una negoziazione continua con l’antico.
Non c’è mai un vero addio ai classici: semmai una serie di travestimenti, di appropriazioni, di violenze necessarie.
Hofmannsthal, con la sua Elektra, non “riprende” il mito: lo disseziona.
Il linguaggio, ormai in crisi, viene portato al limite della sua sopportazione, mentre il corpo – isterico, febbrile – diventa il vero luogo della tragedia.
Qui si capisce bene uno dei fili conduttori del libro: il classico non consola, non ordina; al contrario, destabilizza, espone, costringe a guardare dove la modernità preferirebbe non guardare.
Con Cocteau il discorso cambia tono, si fa più elegante e insieme più crudele: l’Antigone viene asciugata, resa nervosa, quasi impaziente.
Picasso e Chanel contribuiscono a questa sottrazione, a questa estetica della superficie che però non è mai superficiale: è una disciplina dello sguardo, un modo per impedire al mito di diventare retorica.
In controluce, si intravede già quella tensione tipicamente novecentesca tra forma e rovina, tra ordine e catastrofe.
Stravinskij, con il suo Oedipus rex, compie un gesto ancora più radicale: pietrifica il dramma, lo sottrae al tempo.
Il latino non è una lingua morta, ma una lingua resa inaccessibile, impermeabile alla psicologia.
È come se il mito, per sopravvivere, dovesse diventare opaco, respingente, quasi ostile.
Valensise coglie bene questo paradosso: più il classico si allontana, più acquista potenza.
Poi c’è Montherlant, che introduce una dimensione quasi scandalosa: il desiderio come sfida morale.
La sua Pasifae non chiede di essere giustificata, ma di essere riconosciuta.
È un punto delicato, che l’autrice attraversa senza moralismi: il classico diventa il luogo dove l’individuo può ancora opporsi alla tirannia dell’opinione, alla banalità del consenso.
Con la guerra, tutto cambia.
O meglio: tutto si rivela.
Rachel Bespaloff legge l’Iliade come si legge un testo sacro quando il mondo crolla: non per trovare risposte, ma per non perdere del tutto il linguaggio.
Corrado Alvaro, con la sua Medea, introduce una figura che ci è ormai fin troppo familiare: la profuga, la straniera, la donna ridotta a problema politico.
Qui il mito smette definitivamente di essere lontano: diventa cronaca, o qualcosa che alla cronaca dà una profondità insopportabile.
Il capitolo su Camus è, non a caso, il baricentro del libro.
Il suo “pensiero meridiano” – questa idea di misura, di limite, di luce che non acceca – appare come l’ultima possibilità di sottrarsi alla logica distruttiva del Novecento.
Valensise lo legge senza agiografie, ma con una partecipazione evidente: in Camus il classico non è più un repertorio, ma una forma di etica.
Nemesi, più che un personaggio, diventa un principio regolatore: ciò che impedisce all’uomo di oltrepassare se stesso senza pagare un prezzo.
E tuttavia, man mano che ci si avvicina alla fine del secolo, il rapporto con l’antico si incrina.
Heiner Müller trasforma Filottete in una figura quasi grottesca, segnata dalla storia e dalle sue ideologie fallite.
Il mito diventa un relitto, qualcosa che si può ancora usare, ma solo deformandolo.
Con Sarah Kane, infine, si arriva a una sorta di punto di non ritorno: Phaedra’s Love non rielabora il classico, lo espone a una violenza che è insieme linguistica e fisica.
È la pornografia del reale, sì, ma anche il segno che il mito continua a funzionare proprio quando sembra distrutto.
Il merito più grande del libro, forse, sta qui: nel mostrare che il “ritorno ai classici” non è mai stato un ritorno pacifico.
È stato, piuttosto, un conflitto, una serie di appropriazioni spesso brutali, sempre necessarie.
Valensise evita sia la nostalgia sia il compiacimento teorico: scrive come chi sa che la cultura non salva, ma può ancora orientare.
In un tempo come il nostro, in cui il passato viene consumato rapidamente – citato, brandizzato, dimenticato – “Un cuore greco” ci ricorda che i classici non sono un bene rifugio.
Sono, semmai, un dispositivo di verità: qualcosa che continua a interrogarci, a metterci in crisi, a chiedere più di quanto siamo disposti a dare.
Ed è forse proprio per questo che, nonostante tutto, non riusciamo a farne a meno.
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Buona lettura.
