UN CUORE GRECO

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Tempo di lettura: 4 minuti

di Marina Valensise

IL RITORNO AI CLASSICI NEL NOVECENTO

Marina Valensise – consigliere delegato dell’Istituto nazionale del dramma antico (INDA), già direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Parigi, figura che incarna una certa idea “alta” ma non accademica della mediazione culturale – appartiene a quella specie sempre più rara di intellettuali che non hanno paura della tradizione, ma neppure la imbalsamano.

Nei suoi libri, da Sul baratro fino a questo “Un cuore greco.

Il ritorno ai classici nel Novecento”, si avverte una fedeltà inquieta: non la devozione del custode, bensì l’uso spregiudicato di chi sa che il passato è un arsenale, non un museo.

 

Il libro nasce da una scena che è già, in sé, una piccola allegoria del nostro tempo: Michel Houellebecq – sacerdote del disincanto, cartografo delle solitudini occidentali – al Teatro Greco di Siracusa confessa di non capire nulla dei Greci e si ritira, quasi infastidito da quella lingua che non si lascia tradurre nel suo cinismo programmato.

È un gesto che Valensise registra senza compiacimento, ma con una sottile ironia: come se dicesse che il problema non sono i Greci, ma la nostra incapacità di sopportarne l’eccesso di senso.

Houellebecq, in fondo, rappresenta la modernità che ha smesso di ascoltare – o che può ascoltare solo se tutto è già stato ridotto a rumore di fondo.

Da qui prende avvio quella che l’autrice chiama, con felice leggerezza, una “scorribanda”: ma è una scorribanda sorvegliata, coltissima, dove ogni deviazione è in realtà un ritorno al centro.

Il Novecento che emerge da queste pagine non è il secolo della rottura, bensì quello di una negoziazione continua con l’antico.

Non c’è mai un vero addio ai classici: semmai una serie di travestimenti, di appropriazioni, di violenze necessarie.

Hofmannsthal, con la sua Elektra, non “riprende” il mito: lo disseziona.

Il linguaggio, ormai in crisi, viene portato al limite della sua sopportazione, mentre il corpo – isterico, febbrile – diventa il vero luogo della tragedia.

Qui si capisce bene uno dei fili conduttori del libro: il classico non consola, non ordina; al contrario, destabilizza, espone, costringe a guardare dove la modernità preferirebbe non guardare.

Con Cocteau il discorso cambia tono, si fa più elegante e insieme più crudele: l’Antigone viene asciugata, resa nervosa, quasi impaziente.

Picasso e Chanel contribuiscono a questa sottrazione, a questa estetica della superficie che però non è mai superficiale: è una disciplina dello sguardo, un modo per impedire al mito di diventare retorica.

In controluce, si intravede già quella tensione tipicamente novecentesca tra forma e rovina, tra ordine e catastrofe.

Stravinskij, con il suo Oedipus rex, compie un gesto ancora più radicale: pietrifica il dramma, lo sottrae al tempo.

Il latino non è una lingua morta, ma una lingua resa inaccessibile, impermeabile alla psicologia.

È come se il mito, per sopravvivere, dovesse diventare opaco, respingente, quasi ostile.

Valensise coglie bene questo paradosso: più il classico si allontana, più acquista potenza.

Poi c’è Montherlant, che introduce una dimensione quasi scandalosa: il desiderio come sfida morale.

La sua Pasifae non chiede di essere giustificata, ma di essere riconosciuta.

È un punto delicato, che l’autrice attraversa senza moralismi: il classico diventa il luogo dove l’individuo può ancora opporsi alla tirannia dell’opinione, alla banalità del consenso.

Con la guerra, tutto cambia.

O meglio: tutto si rivela.

Rachel Bespaloff legge l’Iliade come si legge un testo sacro quando il mondo crolla: non per trovare risposte, ma per non perdere del tutto il linguaggio.

Corrado Alvaro, con la sua Medea, introduce una figura che ci è ormai fin troppo familiare: la profuga, la straniera, la donna ridotta a problema politico.

Qui il mito smette definitivamente di essere lontano: diventa cronaca, o qualcosa che alla cronaca dà una profondità insopportabile.

Il capitolo su Camus è, non a caso, il baricentro del libro.

Il suo “pensiero meridiano” – questa idea di misura, di limite, di luce che non acceca – appare come l’ultima possibilità di sottrarsi alla logica distruttiva del Novecento.

Valensise lo legge senza agiografie, ma con una partecipazione evidente: in Camus il classico non è più un repertorio, ma una forma di etica.

Nemesi, più che un personaggio, diventa un principio regolatore: ciò che impedisce all’uomo di oltrepassare se stesso senza pagare un prezzo.

E tuttavia, man mano che ci si avvicina alla fine del secolo, il rapporto con l’antico si incrina.

Heiner Müller trasforma Filottete in una figura quasi grottesca, segnata dalla storia e dalle sue ideologie fallite.

Il mito diventa un relitto, qualcosa che si può ancora usare, ma solo deformandolo.

Con Sarah Kane, infine, si arriva a una sorta di punto di non ritorno: Phaedra’s Love non rielabora il classico, lo espone a una violenza che è insieme linguistica e fisica.

È la pornografia del reale, sì, ma anche il segno che il mito continua a funzionare proprio quando sembra distrutto.

Il merito più grande del libro, forse, sta qui: nel mostrare che il “ritorno ai classici” non è mai stato un ritorno pacifico.

È stato, piuttosto, un conflitto, una serie di appropriazioni spesso brutali, sempre necessarie.

Valensise evita sia la nostalgia sia il compiacimento teorico: scrive come chi sa che la cultura non salva, ma può ancora orientare.

In un tempo come il nostro, in cui il passato viene consumato rapidamente – citato, brandizzato, dimenticato – “Un cuore greco” ci ricorda che i classici non sono un bene rifugio.

Sono, semmai, un dispositivo di verità: qualcosa che continua a interrogarci, a metterci in crisi, a chiedere più di quanto siamo disposti a dare.

Ed è forse proprio per questo che, nonostante tutto, non riusciamo a farne a meno.

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Buona lettura.

 

 

Vincenzo Candido Renna

 


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