di ELENA GRANAGLIA
L’uguaglianza di opportunità è alla base di una democrazia avanzata: ma cosa intendiamo esattamente con questa espressione?
Elena Granaglia insegna Scienza delle Finanze al Dipartimento di Giurisprudenza di Romatre. Fra i suoi lavori, Dobbiamo Preoccuparci dei Ricchi, Il Mulino 2014, con M. Franzini e M. Raitano.
È parte del coordinamento del Forum Disuguaglianze Diversità e della redazione del Menabò di Etica e Economia.
Uguaglianza di opportunità. Sì, ma quale? è un libro che fa una cosa rara: prende una parola che tutti usiamo con disinvoltura, quasi fosse una moneta di piccolo taglio del dibattito pubblico, e la rimette sul tavolo, la gira e la rigira, la osserva controluce, finché non diventa evidente che quella parola non è affatto una, ma molte, e che scegliere quale usare non è un dettaglio tecnico bensì una decisione morale.
Elena Granaglia entra nel cuore dell’uguaglianza di opportunità con passo calmo e sguardo fermo, mostrando come la versione oggi dominante – quella che promette a tutti la possibilità di partecipare al mercato alla pari – sia insieme seducente e insufficiente: seducente perché parla il linguaggio del lavoro, del merito, dell’autonomia, insufficiente perché riduce l’orizzonte della giustizia a una sola scena, quella della competizione economica, lasciando fuori ciò che il mercato non sa dare e ciò che le disuguaglianze profonde continuano a sottrarre.
Il libro procede come una mappa che si apre poco alla volta: prima la gara, con la sua linea di partenza livellata a colpi di istruzione e politiche sociali, poi il tentativo più sofisticato di correggere la sorte, distinguendo ciò che dipende da noi da ciò che ci è capitato addosso, e infine l’approdo a un’idea più radicale e insieme più umana, quella delle capacità, dove l’uguaglianza non è il permesso di correre ma la garanzia di poter vivere una vita che abbia senso, dignità, libertà effettiva.
Granaglia mostra con rigore e pazienza che non basta distribuire risorse se non si guarda ai risultati, che non basta proclamare la neutralità del caso se il potere e le relazioni sociali continuano a scavare dislivelli invisibili, che non basta accettare vincitori e vinti se ciò che è in gioco è il pieno sviluppo della persona.
In questo senso, la sua proposta non è un’aggiunta al discorso esistente, ma uno spostamento di sguardo: dall’ossessione per il merito al rispetto per l’eguaglianza morale, dalla linea di partenza al pavimento comune, da una giustizia che giustifica l’esito a una giustizia che rimuove gli ostacoli.
Ne esce un libro limpido e inquieto, che non offre scorciatoie ma strumenti, e che invita il lettore a diffidare delle soluzioni semplici quando si parla di cose enormi, come la libertà di essere qualcuno, davvero, e non solo di competere meglio.
Buona lettura.
