di FRANCESCO MARINO
Come il mondo finì per diventare un contenuto social
Francesco Marino si identifica come un Millennial, essendo nato tra il 1980 e il 1996. Originario di un paese di montagna in Campania, situato a pochi chilometri a est di Napoli, l’autore descrive di essere cresciuto in un ambiente provinciale con un tempo ciclico e prevedibile. Egli risiede a Roma e si descrive come un tipo piuttosto mattiniero. Marino si considera un lettore forte, prediligendo i romanzi rispetto ai saggi, e ha integrato questa inclinazione nella struttura del suo libro. In precedenza, ha scritto articoli per diverse testate e newsletter, tra cui «Italian.Tech», «Today», «Il Tascabile», «Culture Wars» e «Wired».
C’è un che di profetico, e insieme di rassegnato, nel saggio di Francesco Marino, Turisti della realtà.
È come se l’autore ci prendesse per mano e, con un sorriso amaro, ci portasse davanti allo specchio di questo tempo dove tutto è viaggio e nulla è arrivo. Noi, dice Marino, non viviamo più: visitiamo.
Non abitiamo più i luoghi, li attraversiamo come visitatori frettolosi d’un museo che non comprendono, e pure fanno foto per ricordarselo. Siamo diventati turisti del mondo, turisti di noi stessi, pellegrini senza fede che scambiano la realtà per un souvenir digitale.
La fede antica, quella che ci faceva inginocchiare davanti al mistero, si è trasformata in fiducia cieca nelle macchine, nei grafici, negli algoritmi che ci dicono chi siamo e quanto valiamo.
La realtà, dice l’autore, non si può spegnere come un’app: resta lì, in background, a guardarci mentre fingiamo di dominarla.
E in questa finzione collettiva scorrono le nostre giornate, a colpi di scroll, di cuori e di faccine, in una liturgia che non consola e non salva, una messa laica celebrata sullo schermo dove il sacerdote e il fedele coincidono, e il rito si ripete senza redenzione.
Marino scrive come chi lotta con la lingua per non farsela rubare dai dispositivi. Il suo saggio è un mosaico di pensieri interrotti, come se ogni frase si scontrasse con la distrazione del secolo.
Tra un’analisi e l’altra, emergono i fantasmi di Mann, DeLillo, Bioy Casares: autori chiamati a testimoniare che il romanzo, forse, è l’ultimo rifugio di chi non si rassegna al silenzio della profondità.
La sua prosa imita il gesto del pollice che scorre: pollice su, dice, e intanto il pensiero si interrompe, riparte, inciampa, come un feed che non finisce mai.
Ma in quell’inciampo, c’è il cuore stesso della sua filosofia: l’uomo contemporaneo non pensa più, reagisce. Non crea, aggiorna. Non osserva, commenta. Ogni idea dura quanto un respiro digitale, e subito dopo si dissolve, come un’onda che non lascia schiuma.
Il mondo, nella sua analisi, è diventato un grande parco tematico governato da un dio muto che si chiama TikTok. Non importa più chi tu sia, importa ciò che riesci a trasformare in contenuto. L’essere non conta, il visibile sì.
Tutto può diventare materiale da mostrare, e ogni cosa mostrata perde in un istante la sua verità. È il regno del panopticontent, dove ognuno sorveglia l’altro e si lascia sorvegliare, beato nel proprio piccolo inferno di riflessi.
È una gabbia dolce, costruita con le nostre stesse mani, e dentro, l’attenzione – l’ultima risorsa dell’uomo – viene spremuta, venduta, consumata. La realtà non è più ciò che si vive, ma ciò che si monetizza.
Ogni gesto, anche il più intimo, diventa materiale per la vetrina dell’io. L’amore, la rabbia, la pietà, tutto viene trasformato in dato, e il dolore, privato del silenzio, si riduce a spettacolo.
E poi c’è la lingua, quella povera lingua nostra che un tempo sapeva chiamare le cose per nome e che ora balbetta emoji e hashtag. Tutti vogliono essere autentici, e più cercano di sembrarlo, più diventano copia. L’autenticità è diventata il travestimento perfetto della finzione.
È come nel turismo, dice Marino, dove la vera autenticità si riconosce solo se segnalata da un cartello. Così anche noi viviamo segnalandoci, marcandoci, cercando like come antichi pellegrini cercavano reliquie. Ma dietro questa messa in scena resta un vuoto, un silenzio che nessuna connessione può riempire, un’eco che si perde nei cavi della rete e ci restituisce la nostra voce deformata, sempre uguale, sempre più debole.
E allora, forse, la resistenza non è staccare il telefono, ma imparare di nuovo a tacere. Riscoprire l’attesa, la noia, l’incomprensibile. Accettare che la vita non è un flusso da aggiornare, ma un mistero da abitare.
Che la realtà non è un file, ma una storia che ci attraversa e ci sfugge. Solo accettando la nostra parte inventata, la finzione che ci abita, possiamo tornare a vedere il mondo senza scambiarlo per un’immagine. Marino ci invita a recuperare quella distanza, quello Zwischenraum che Warburg chiamava spazio dell’anima, dove il pensiero può respirare e la parola tornare a significare.
È lì, in quello spazio fragile e invisibile, che forse possiamo ancora riconoscere noi stessi – non come turisti della realtà, ma come suoi ultimi narratori, consapevoli che la verità, per sopravvivere, ha bisogno di una buona storia, di una voce che sappia ancora dire “c’era una volta” senza vergognarsi del sogno.
Buona lettura.
