LEGGENDO E RILEGGENDO LE APOCALISSI di VITO DAVOLI
Esercizi di Realismo Terminale
Vito Davoli (Bari, 1973), poeta, scrittore, saggista, critico letterario, traduttore e giornalista. Laureato in lettere classiche classiche, ha collaborato e collabora con diverse riviste e pubblicazioni nazionali e internazionali. Lavora come autore, sceneggiatore e artista grafico in ambito cinematografico. Già insegnante nelle scuole superiori, redattore de La Vallisa e curatore della collana Inediti Rari e Diversi (curata da Dario Bellezza fino alla sua morte per Pellicano, Roma), è oggi fondatore e presidente dell’APS Verso Levante, proprietaria della testata letteraria semestrale La Calce & il Dado di cui è vicedirettore – sotto la direzione editoriale di Gianni Antonio Palumbo – e membro del comitato scientifico; è fondatore del blog e dell’omonimo aperiodico Pubblicazioni Letterariæ e dirige la collana di poesia Polveri da lui fondata per l’editore teatino Tabula fati, oltre alle collane autogestite indipendenti CAP e Il Ponte Mobile, entrambe bilingue. La sua precedente pubblicazione in Italia, Carne e sangue, con quattro ristampe, ha ricevuto consensi sia di pubblico che di critica e suoi testi sono stati tradotti e pubblicati in spagnolo, inglese, francese, portoghese, serbo, albanese, arabo e rumeno. Come traduttore ha curato l’edizione spagnola de La carne y el espíritu, una raccolta di saggi critici provenienti da tutto il mondo ispano-americano sulla lirica del poeta peruviano-salmantino Alfredo Pérez Alencart, attualmente in fase di traduzione italiana e sta lavorando all’edizione italiana de La storia della schiavitù per Cambridge Stanford Books. Ha curato, insieme a Marco Cinque, (attivista e giornalista de Il Manifesto e Le Monde Diplomatique), tre antologie a carattere solidale in difesa dei diritti umani: SignorNò! (2022, contro l’uso delle armi), Il buio della ragione (2024, contro l’esercizio della tortura) e la più recente Poeti da morire (2025, contro la pena di morte) i cui diritti sono interamente devoluti a Gazzella Odv, associazione senza fini di lucro che opera nel territorio di Gaza con cure e assistenza ai bambini vittime dei bombardamenti.
Sui suoi lavori sono intervenuti: Giorgio Barberi Squarotti, Domenico Cara, Mauro Dentone, Fabio Dainotti, Daniele Giancane, Ettore Catalano, Daniele Maria Pegorari, Giuseppe Langella, Marco Ignazio de Santis, Giovanni De Gennaro, Angelo Lippo, Vittorino Curci, Gianni Antonio Palumbo, Eugenio Nastasi, Italo Interesse, Beppe Costa, Marco Cinque, Benito D’Agnano, Lorenzo Spurio, Mauro Macario, Marina Caracciolo, Paolo Polvani ed altri.
Appena pubblicata la sua ultima silloge dal titolo eloquente: Tanto vale chiamarle Apocalissi, bilingue italiano-spagnolo, con la prefazione di Guido Oldani e la postfazione di Gianni Antonio Palumbo.
Confesso di dovere a Vito Davoli i miei primi approcci alla poesia e, pur non avendo forse le armi sufficientemente limate per affrontare un discorso critico fondato, non voglio rinunciare a sottolineare alcune osservazioni e riflessioni maturate dalla lettura della sua nuova silloge bilingue Tanto vale chiamarle apocalissi.
Già solo la prefazione di Guido Oldani e la postafzione di Gianni Antonio Palumbo disegnano i contorni di un contesto alto e quantomeno appropriato per un testo il cui valore è tutto fra le righe, tutto da scoprire parola per parola, nutrito da una afflato pasoliniano – entrambi sottolineano quest’aspetto nelle loro analisi, l’uno in senso laboratoriale, l’altro filosofico – che rende complessa, certo, ma incredibilmente affascinante l’immersione nel nuovo mondo che Davoli disegna e distrugge nello stesso tempo, lasciando uomini e pensieri «a galleggiare fra liquami (…) / come resti di polpa nel tetrapak».
Mi è parso che a quella “grazia del quotidiano” che il prof. Daniele Maria Pegorari su la Repubblica attribuiva a Davoli inserendolo, con Angiuli e lo stesso Palumbo, fra le voci più alte della poesia civile pugliese, il Nostro, calcando la mano proprio sul quotidiano, tenti di sottrarre poco a poco la dimensione più lirica attraverso una spinta ironica decisa, a tratti delicata e a tratti rabbiosa, quasi impoetica: una grazia inutile giacché probabilmente vista irrimediabilmente minata e danneggiata dagli elementi di quello stesso quotidiano e del suo nuovo “linguaggio delle cose”.
Ha catturato la mia attenzione quel tetrapak pieno – anzi vuoto – di soli inutili avanzi che “l’uomo consumatore” si lascia alle spalle, consolandosi nell’illusione della sazietà senza coglierne il senso di infelicità e dolore. «compra consuma crepa è il tuo destino», infatti: è detto chiaramente; e, più avanti, esaltando punte di ironica amarezza, «è andato oltre quello che è consentito / doveva solo comprare e consumare / tanto al crepare prima o poi / avremmo provveduto sempre noi» in un contesto che ha sollecitato una seconda lettura, per il sottoscritto ancora più chiarificatrice.
Scopro così il valore di “cosette” sparse apparentemente qua e là, dettagli e complementi d’un arredo tutt’altro che casuale. E allora ecco sua maestà la televisione e perfino la pubblicità (a generare incredibilmente «quel momento epifanico in cui la poesia si rivela» – come scrive Palumbo in postfazione – e, per me, quasi una parodia borghese del nobilissimo sabato del villaggio); pubblicità che torna in un noto slogan in cui ci si leccano le dita, qui citato quasi testualmente ma al contrario: «per evitare di godere soltanto a metà».
E così tutta una costellazione di oggetti che vanno dal frigorifero al cellulare, dalle password dei pc ai bidoni della differenziata, dalle telecamere cinematografiche ai fondali chroma key e al VAR e così via attraverso ristoranti e confezioni di prodotti, palline e palloncini, addobbi natalizi e cerimoniali, scontrini fiscali e codici a barre, cellophane e scatole di latta, in un susseguirsi che tanto rassomiglia alle corsie di un centro commerciale, ai suoi scaffali e alle sue balle di prodotti (ciascuno «con una data di scadenza prestampata») che, slargandosi fino alle strutture delle città e dei loro edifici, disegnano un contesto – e un testo – che si chiude con la tipica frase in fondo ad ogni scontrino: “grazie e arrivederci”!
L’Olimpo precipita nei centri urbani, le divinità in una scatola di sardine, Dio stesso ridotto a un alunno imbarazzato ai colloqui dei genitori con gli insegnanti, il mondo intero a un imballaggio asfissiante, i modelli di sviluppo sociale nascosti dietro l’alibi di una password e la vita quotidiana ridotta a un copione cinematografico interrotto da un continuo slogan pubblicitario. Dev’essere questo che fa dire a Palumbo che fra «il “bozzolo-farfalla” e il “bozzolo-sarcofago”, Davoli apparentemente sembrerebbe vedere il mondo volgere al secondo polo, la pars destruens».
Confesso ancora che scopro tardi essere questi i capisaldi della poetica del Realismo Terminale fondato da Guido Oldani ben 15 anni fa e ripenso al alcune poesie di Vito, ancora inedite, che mi aveva condiviso e mi avevano lasciato interdetto ad una prima lettura… ma che ora vedo probabilmente come il naturale prosieguo di questa linea impostata nelle sue Apocalissi. Sia chiaro che ho chiesto a Vito se potessi rivelare questa mia riflessione o se preferisse non anticipare nulla.
La risposta – e conoscendolo non avrei dovuto aspettarmi nulla di diverso – arriva con un sorriso e con la stessa forza autoironica: «Anticipazione di che? Non siamo mica gli U2 o i Pink Floyd! Non c’é nessuno in fila ad attendere l’uscita del nostro prossimo “LP”».
L’invasione degli oggetti nella vita quotidiana dell’uomo quali protagonisti assoluti al punto da generare sentimenti e percezioni “epifaniche”, si sviluppano ulteriormente anche a completamento della gamma del sentire umano che possono provocare: ansie, schematizzazioni, gabbie e paure. E allora perché non contemplare nella poesia la presenza di carte da parati fatte di modelli F24, di riduzioni di modelli sociali a cartellini da timbrare a inizio e fine turno (anche in questo libro ce n’é, credo, un’anticipazione: «Sono ormai due le vite / timbrato il cartellino»), di àncore di pseudo-salvezza fatte di QR code e bollettini PagoPA?
Ma questo è un altro discorso che attenderò di poter confermare o negare alla prossima pubblicazione di Vito Davoli. Per ora resti ferma la ricerca e la scoperta di quell’angolo necessario in cui l’anima possa ancora isolarsi «a mangiarsi le unghie».
Gianpaolo Santoro
