di Stefano Baudino – Heiner Koenig
La guerra dei trentanni
Stefano Baudino (Torino, 1994), è laureato in Mass Media e Politica all’Università di Bologna. Scrive per «Antimafia Duemila», «L’Indipendente» e «il Fatto Quotidiano» ed è autore di Fuori di Gabbia (2017), La Repubblica Punciuta (2018) e La Mafia Non è Una Cosa da Adulti (2022).
Heiner Koenig appartiene dal 1999 al comparto delle Forze dell’Ordine. È documentarista antimafia e antiterrorismo. È tra i fondatori di “Lumen”.
Stato-mafia. La guerra dei trent’anni (Paper First, 2025), scritto da Stefano Baudino e Heiner Koenig, è uno di quei libri che non chiedono il permesso e non cercano alibi: entrano a gamba tesa nella storia repubblicana e la costringono a guardarsi allo specchio, fra carte giudiziarie, sentenze rimosse, smemoratezze selettive, indignazioni a tempo determinato e successive pacificazioni televisive.
L’operazione, salutata con convinta partecipazione da Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia nella prefazione, riesce in ciò che raramente riesce al saggismo civile italiano: tenere insieme il romanzo criminale nazionale e il suo apparato di note, senza scivolare né nell’agiografia antimafia né nella favola rassicurante delle mele marce e dei singoli deviati.
La lunga stagione palermitana che si apre nel 1993, con l’arrivo di Caselli e l’arresto di Riina, viene raccontata non come una parentesi eroica ma come un presente permanente, un interminabile dopoguerra in cui le stragi finiscono, ma le ambiguità, i negoziati sottobanco, le zone grigie e le fedeltà incrociate continuano a produrre effetti a distanza.
Dai misteri del covo di Riina svuotato con impeccabile tempestività alle fughe provvidenziali di Provenzano, dalle singolari iniziative dei ROS al caso Ciancimino, dalla Trattativa – riconosciuta come fatto storico anche dopo le assoluzioni – fino ai grandi processi su Andreotti, Dell’Utri, Contrada e Carnevale, il libro mostra come il potere italiano ami definirsi perseguitato proprio nel momento in cui viene semplicemente descritto, e come le assoluzioni giudiziarie diventino spesso assoluzioni morali per acclamazione.
Ne emerge uno Stato plurale, diseguale, mai davvero compatto, attraversato da correnti contrarie e da una sorprendente continuità di stili e comportamenti, dove la legalità diventa spesso una questione di opportunità politica e il coraggio una colpa di stile, e dove i magistrati che hanno preso sul serio le carte più che i comunicati, le prove più che le narrazioni, finiscono invariabilmente soli, un po’ pedanti e molto scomodi, in quella che alla fine somiglia fin troppo a una lunga, sofisticata e malinconica Repubblica delle coincidenze.
Buona lettura.
