PRADA

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Tempo di lettura: 3 minuti

di Tommaso Ebhardt

Una storia di famiglia

Il Triangolo Rovesciato dell’Esistenza: Appunti su una Dinastia del Nylon

Ovvero: come due anime belle hanno trasformato un negozio di valige in un impero dell’effimero

Ma chi se lo sarebbe mai immaginato, nel 1913, che un certo Mario Prada aprendo bottega in via Principe Umberto (poi Manzoni, infine l’apoteosi in Galleria) stesse gettando i semi di quella che sarebbe diventata la più raffinata operazione di alchimia contemporanea: trasformare il brutto in bello, l’industriale in poetico, il nylon Pocone (sic!) in oggetto di culto planetario?

Tommaso Ebhardt – giornalista Bloomberg che tra un’OPA e l’altra trova il tempo per suonare l’ukulele coi figlioli e giocare a rugby (curiosa combinazione di finanza e fisicità) – ci regala un ritratto a tutto tondo di questa singolare joint venture sentimentale e commerciale tra Miuccia e Patrizio. Lei, l’intellettuale maoista convertita al lusso; lui, il toscano vulcanico ossessionato dall’integrazione verticale e dalle regate. Una coppia che ricorda certi matrimoni di Visconti: aristocrazia decadente che sposa energia borghese, con risultati esplosivi.

Il genio sta tutto in quella rivoluzione copernicana del 1985: prendere un tessuto da paracadute militare e farne borsette da tremila euro. «Distruzione creatrice», la chiama giustamente l’autore, citando Schumpeter senza saperlo. Miuccia – piccola, timida, ma con l’istinto killer di una fashion victim pentita – capisce che il futuro della moda non sta nel ripetere all’infinito le formule del passato, ma nel sovvertirle. L’ugly chic del ’96 non è solo una collezione, è un manifesto: il brutto che diventa necessario, il disturbante che si fa desiderabile.

E mentre lei gioca con gli archetipi estetici come un bambino terribile coi mattoncini Lego, Patrizio costruisce l’impero con la meticolosità maniacale del self-made man che non delega mai nulla. Ogni prodotto deve passare per le sue mani, ogni processo deve essere sotto controllo. È il capitalismo familiare italiano nella sua versione più sofisticata: l’artigianato che diventa industria senza perdere l’anima.

Ma il vero colpo di genio – e qui Ebhardt mostra tutto il suo fiuto da cronista finanziario – è stata quella quotazione a Hong Kong nel 2011, dopo anni di rinvii e crisi di nervi. Mentre tutti guardavano verso New York o Londra, loro puntano sull’Asia. Profetico, no? Come quei Pocone che nessuno capiva e che poi hanno conquistato il mondo.

Il libro ha il ritmo giusto: né troppo riverente (come certi agiografi del lusso), né troppo cinico (come certi detrattori del capitalismo chic). Ebhardt sa che ogni impero ha le sue ombre – quel debito da 1,5 miliardi, quelle acquisizioni azzardate, quei momenti in cui persino i geni rischiano di essere travolti dalle loro stesse ambizioni. Ma sa anche che certe storie vanno raccontate così come sono: contraddittorie, affascinanti, profondamente umane.

E poi c’è questo finale da fantascienza: Prada che va sulla Luna con la NASA, dopo aver conquistato la Terra con le sue provocazioni estetiche. Dalla Galleria Vittorio Emanuele al cosmo: il triangolo rovesciato che sfida persino la gravità. Mica male, per un negozio di valige.

La vera lezione di questa saga familiare? Che l’autenticità paga sempre, anche quando si traveste da artificio. Che la cultura non è un accessorio del business, ma il suo motore segreto. E che certe rivoluzioni – quelle vere – cominciano sempre da un dettaglio apparentemente insignificante: un tessuto industriale, un logo capovolto, l’intuizione che il mondo ha bisogno di essere disturbato per essere salvato.

P.S.: La colonna sonora di ogni capitolo è un tocco da disc-jockey intellettuale che rende il tutto ancora più godibile. Brava, la generazione Netflix che sa mescolare i registri senza perdere la sostanza.

 

Leggere questo libro è come aprire una borsa Prada:
dentro c’è molto più di quello che ti aspetti.

 

Vincenzo Candido Renna

 


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