NIETSCHE E MARX SI DAVANO LA MANO

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Tempo di lettura: 3 minuti

di MARCELLO VENEZIANI

Vita, intrecci e pensiero dei due profeti che sconvolsero il mondo

 

Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. Proviene da studi filosofici. Ha fondato e diretto riviste, ha scritto su vari quotidiani e settimanali.

È stato commentatore della Rai.

Si è occupato di filosofia politica scrivendo vari saggi tra i quali La rivoluzione conservatrice in Italia, Processo all’Occidente, Comunitari o liberal, Di Padre in figlio, Elogio della Tradizione, La cultura della destra e La sconfitta delle idee (editi da Laterza), I vinti, Rovesciare il ‘68, Dio, Patria e Famiglia, Dopo il declino (editi da Mondadori), Lettere agli italiani.

È poi passato a temi esistenziali pubblicando saggi filosofici e letterari come Vita natural durante dedicato a Plotino e La sposa invisibile, e ancora con Mondadori Il segreto del viandante e Amor fati, Vivere non basta, Anima e corpo e Ritorno a sud.

Ha poi pubblicato con Marsilio Lettera agli italiani (2015), Alla luce del mito (2016), Imperdonabili. Cento ritratti di autori sconvenienti (2017), Nostalgia degli dei (2019) e Dispera bene (2020). Inoltre, Tramonti (Giubilei regnani, 2017) e Dante nostro padre con Vallecchi, 2020, La Cappa (Marsilio 2022).

 

Veneziani, che ormai traffica con la filosofia come certi antiquari con la porcellana di Sèvres- sapendo riconoscere le crepe pregiate – nel suo Nietzsche e Marx si davano la mano se ne esce con un’idea di quelle che sembrano venute fuori durante una cena troppo lunga in un ristorante sul lungomare di Talamone, quando da un bicchiere all’altro si comincia a dire: “E se Marx e Nietzsche si fossero incontrati davvero?”.

E naturalmente Veneziani non solo lo dice: lo fa.

Li convoca entrambi, proprio loro, i due grandi Tedeschi che si sono presi a martellate metafisiche per decenni, in una locanda di Nizza il 5 maggio 1882, con Marx che festeggia il suo ultimo compleanno senza la barba profetica e con gli acciacchi di chi ha provato troppe panacee mediterranee, e Nietzsche che invece è il ritratto della febbrile creatività pre-Zarathustra, tutto gaia scienza e lampi dietro la fronte.

Una scenetta che Arbasino avrebbe descritto come “un cameo da operetta filosofica”, con i due che non sanno se bersi un assenzio o lanciarselo addosso.

Da questa trovata teatrale parte una specie di biografia doppia allo specchio, piena di giochi di rimandi, di specchi ustori, di simmetrie che sembrano messe lì per far impazzire professori e psicanalisti: i due condividono più di quanto vorrebbero (grecità, teofobia, odio per il filisteo, gusto per l’esilio volontario, passione per il martello come strumento critico e talvolta contundente), ma divergono poi con un’energia centrifuga degna di una soap opera filosofica. Nietzsche che sogna la natura come palcoscenico tragico, la solitudine come doping spirituale, l’arte come religione alternativa; Marx che invece si butta a capofitto nella storia, nelle masse, nell’economia, nella dialettica che avanza come una locomotiva luterana, col suo bravo carburante hegeliano e l’idea che la Storia sia una specie di divinità che non vuole mai ammetterlo.

E Veneziani, a metà tra il moralista e il cronista di costume, si diverte a osservare come l’uno spinga verso l’alto e l’altro verso il basso, l’uno verso l’individuo eccezionale e l’altro verso la collettività necessaria, l’uno estetica e volontà di potenza, l’altro fabbrica, rivoluzione e rapporti di produzione.

Quando poi si arriva al Novecento, i due vengono adottati come gadget ideologici: Marx diventa il testimonial ufficiale del Rosso (con tutti gli usi impropri del caso, dalle feste dell’Unità ai comitati rivoluzionari tropicali), Nietzsche invece finisce sequestrato dal Nero, spesso da gente che avrebbe fatto inorridire il buon Friedrich, il quale odiava tutte le forme di “idealismo di branco”, ma tant’è.

E mentre Marx non vede realizzarsi la sua rivoluzione nei paesi industrializzati (che si ostinano a preferire le comodità borghesi), Nietzsche invece diventa il profeta non richiesto del nichilismo di massa, del tramonto dei valori, della plebe trionfante, della tecnica che smonta l’uomo come un Lego.

Insomma, alla fine sembra che il mondo abbia dato torto a Marx dove lo avrebbe voluto giusto, e ragione a Nietzsche dove sperava di essere smentito, e questo Veneziani lo racconta con un certo gusto per il punctum dolens, come quando si guardano i quadri degli espressionisti e si pensa “beh, che ci piaccia o no, avevano previsto tutto”.

Il bello è che Veneziani, con un colpo di fioretto finale, suggerisce che Marx finisce dove Nietzsche comincia, come se il pensiero occidentale fosse un tapis roulant sul quale i due salgono in senso inverso, salutandosi con quella famosa “stretta di mano” vendittiana che diventa ora ironica, ora malinconica, ora quasi profetica.

Marx come l’abolitore della realtà in nome dell’emancipazione e dell’eterna rivoluzione; Nietzsche come il cartografo del destino umano, l’araldo di una mutazione antropologica che oggi ci fa sembrare a metà tra la plebe dell’Ultimo Uomo e il super-consumatore transumano.

Alla fine il libro di Veneziani si legge come un invito a coglierli “in flagrante”, questi due giganti, prima che il secolo li mummificasse in statue di cattivo gusto o li trasformasse in bandiere da corteo: due pensatori vivi, litigiosi, incompleti, geniali, fragili, imbarazzanti, profetici e contraddittori – insomma, due uomini veri.

E in questo, forse, sta la parte più arbasiniana di Veneziani: l’arte di sgonfiare i monumenti senza dissacrarli, restituendo loro quell’odore, quella voce, quella fragranza che solo la vita, e non la retorica, sa conservare.

Buona lettura

 

Vincenzo Candido Renna

 


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