NARRARE L’ITALIA

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DAL VERTICE DEL MONDO AL NOVECENTO

di LUIGI ZOIA

Luigi Zoja è psicoanalista e saggista. Già presidente della IAAP, l’associazione internazionale degli analisti junghiani, ha lavorato a Zurigo, New York, Milano e pubblicato testi tradotti in quindici lingue. Presso Bollati Boringhieri sono usciti: Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre (2001, nuova ed. 2016), Giustizia e Bellezza (2007), Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza (2009, Premio Internazionale Arché), Al di là delle intenzioni. Etica e analisi (2011), Paranoia. La follia che fa la storia (2011, nuova ed. 2023), Psiche (2015), Centauri. Alle radici della violenza maschile (nuova ed. rivista, aggiornata e ampliata, 2016), Dialoghi sul male. Tre storie (2022) e Sotto l’iceberg. Presenze inconsce nella società e nella storia (2023). Ha vinto per due volte (2002 e 2008) il Gradiva Award della National Association for the Advancement of Psychoanalysis, assegnato ogni anno negli Stati Uniti alla saggistica psicologica.

 

C’è un’Italia che si lascia raccontare come si racconta una città dal finestrino di un treno: a tratti nitida, a tratti confusa, sempre in movimento. “Narrare l’Italia” è un libro che non cerca di fermarla in una definizione, ma la insegue nel suo fluire, come fa l’occhio con una farfalla che non si posa mai.

L’autore non costruisce una tesi, ma un labirinto psicologico. Invece di partire dalla storia documentata, preferisce le correnti carsiche della memoria, ciò che resta sotto la pelle dei secoli e riaffiora in forma di gesti, sospetti, narrazioni sedimentate. L’Italia – qui – è una trama psichica più che una mappa politica. Una nazione dalla geografia inconfondibile e dall’identità continuamente in discussione.

Si parla di “fenomeni lunghi”, ma non con il tono grave della saggistica d’accademia: lunghi come le ombre al tramonto, non come le tabelle nei manuali. Sono inclinazioni profonde, quasi genetiche, che attraversano i secoli: la tendenza a frammentarsi, a essere potenti nella cultura quando si è deboli nella politica, a preferire la città alla nazione, l’arte alla forza.

Ne viene fuori un’Italia che ha raggiunto la vetta del mondo quando sembrava meno adatta a salirvi. Firenze, Venezia, Assisi, Urbino: ogni nome è un nodo in una rete di grandezze policentriche. Dante, Giotto, Francesco: ciascuno a modo suo ha tradotto l’umiltà in grandezza, l’individualità in orizzonte comune.

Sono esempi di quella tensione tutta italiana tra il sublime e il domestico, tra l’alto e il basso – una tensione che l’autore maneggia come si maneggia una sfera di vetro: con cautela, con meraviglia.

Eppure il libro non si ferma all’incanto. Anzi, si inoltra nei territori più sdrucciolevoli della coscienza storica: il Risorgimento come costruzione più che come destino, il fascismo come prosecuzione grottesca di certe pulsioni romantiche, l’Unità come imposizione più che come conquista.

Tutto ciò senza mai appesantire, perché la scrittura procede per scarti lievi, per intarsi di osservazioni quasi invisibili che, accumulandosi, disegnano un profilo più chiaro di quanto farebbe un proclama.

C’è un’arte calviniana nel mostrare il contrasto tra la forma e la sostanza, tra l’immagine dell’Italia che gli altri cercano e quella che gli italiani evitano di vedere.

Il Grand Tour, ad esempio, è raccontato come un cortocircuito: lo sguardo dello straniero che cerca la bellezza e trova la miseria; la bellezza che intanto sopravvive alla miseria, quasi non se ne curasse.

L’Italia come concetto estetico più che come soggetto politico.

Nel finale, il libro non chiude – come ogni vero racconto italiano – ma lascia aperta una domanda: si può davvero raccontare un’identità che si nutre di contraddizioni? Una nazione che è più forte nella rappresentazione che nell’organizzazione, più amata per ciò che evoca che per ciò che amministra?

Forse, suggerisce l’autore, l’Italia è come una frase bella che non arriva mai al punto: non per incapacità, ma per vocazione. Ed è in quella sospensione – ironica, tragica, brillante – che si riconosce davvero.

E allora “Narrare l’Italia” non è un esercizio di memoria, ma un esercizio di immaginazione.
Perché raccontare un paese, in fondo, è sempre un po’ inventarlo.

Buona lettura.

Vincenzo Candido Renna

 


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