LO ZAR

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Tempo di lettura: 3 minuti

di Stefano Massini

Stefano Massini, fiorentino del 1975 e primo italiano a conquistare un Tony Award, appartiene a quella specie rara di narratori che non raccontano storie ma dispositivi: macchine linguistiche che, una volta avviate, continuano a produrre senso come ingranaggi perfetti. In Lo Zar questa macchina prende la forma di un monologo che è insieme confessione, addestramento e catechismo del potere, dove la voce narrante non si limita a dire ma istruisce, non si limita a ricordare ma plasma, come se ogni parola fosse una tessera di un mosaico che, a distanza, rivela il disegno implacabile dell’autorità.

La traiettoria comincia da una Leningrado scarnificata dalla fame, dove l’infanzia non è un’età ma una prova di sopravvivenza, e già qui Massini inserisce il primo codice: vivere significa precedere, colpire prima, appropriarsi prima, perché il mondo non è uno spazio condiviso ma un campo di forze, dove la lentezza coincide con la sconfitta. L’episodio dell’uccisione per un pezzo di carne non è un fatto: è una formula, e da quella formula deriva tutto il resto, come se la biografia si riducesse a una legge fisica elementare.

In questo paesaggio iniziale il corpo gracile che passa tra le inferriate non è debolezza ma preludio alla metamorfosi, e il Sambo diventa una grammatica del dominio, un alfabeto di leve e torsioni con cui la fragilità si traduce in minaccia, perché imparare a spezzare un osso equivale a comprendere la struttura invisibile che tiene insieme le cose.

Quando compare il richiamo dei Servizi, non c’è sorpresa ma riconoscimento: il segreto paterno agisce come una parola chiave che apre una porta già intravista, e il sistema — con la sua spada e il suo scudo — si presenta non come istituzione ma come forma mentale, una promessa di totalità: vedere tutto e sapere tutto, cioè eliminare le zone d’ombra in cui potrebbe annidarsi l’imprevisto. E tuttavia Massini, con quella leggerezza analitica che ricorda certi esercizi di Calvino, mostra che ogni sistema vive delle proprie crepe, le sorveglia, le teme, le ingrandisce, perché è proprio nella gestione della frattura che si misura la sua forza.

La scena di Dresda, nella notte in cui il mondo sembra disfarsi, funziona allora come un esperimento limite: tolti gli ordini, tolta la catena di comando, resta l’individuo davanti al caos, e qui il protagonista non agisce: inventa, disegna una linea con il gesso, cioè trasforma lo spazio in linguaggio, e con una menzogna perfetta — i cecchini invisibili, i rinforzi imminenti — riesce a imporre alla folla una realtà che non esiste, dimostrando che il potere non coincide con la forza ma con la capacità di rendere credibile una costruzione mentale. È un gesto che contiene già tutto il futuro, perché da quel momento in poi governare significherà sempre tracciare linee che gli altri accetteranno come confini.

Il ritorno in una Russia che si proclama democratica introduce lo sdoppiamento, l’udvoenie, che Massini tratta come una figura quasi matematica: stare dentro e fuori nello stesso tempo, occupare una posizione istituzionale e contemporaneamente osservare come un infiltrato, manovrare bisogni elementari — il freddo, il pane, il tabacco — come variabili di un’equazione del consenso, dove ogni scelta è calibrata per produrre un effetto preciso, come se la politica fosse una forma di ingegneria applicata ai corpi e alle paure.

E infatti la paura diventa la chiave finale, l’otmyčka che apre tutte le porte, non come emozione improvvisa ma come ambiente stabile in cui gli individui cercano rifugio, tornando spontaneamente sotto una protezione che è anche una recinzione, in un movimento che Massini descrive con immagini concrete e quasi domestiche — capretti sotto la pioggia — per mostrare come il bisogno di sicurezza possa rovesciarsi in desiderio di dipendenza.

In questo senso Lo Zar non è il ritratto di un uomo ma la mappa di un meccanismo, un dispositivo che trasforma eventi storici in funzioni e caratteri in variabili, fino al giuramento del 2000 che non chiude la storia ma la inaugura, come l’accensione di una macchina destinata a funzionare nel nuovo secolo. E il lettore, trascinato dentro questa voce continua, si accorge che ciò che viene raccontato non riguarda solo un altrove geografico ma una possibilità sempre presente: la fragilità delle democrazie di fronte a chi sa ridurre il mondo a una sequenza di istruzioni, semplici, ripetibili, irresistibili.

Buona lettura.

 

Vincenzo Candido Renna

 


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