C’è stato un tempo in cui il pensiero aveva dei luoghi. L’università, il giornale, la casa editrice, persino il partito. Luoghi imperfetti, ma abbastanza solidi da concedere alle idee il privilegio della lentezza.
Oggi molta parte della nostra vita intellettuale abita altrove: dentro uno schermo.
Non è necessariamente un male. La tecnologia ha allargato l’accesso alla parola e demolito molti vecchi recinti. Ma ha modificato il tempo del pensiero. Prima commentiamo, poi leggiamo. Prima reagiamo, poi comprendiamo. Prima scegliamo una parte, poi cerchiamo le ragioni.
L’algoritmo, del resto, non ha bisogno di sapere ciò che è vero. Gli basta conoscere ciò che ci farà restare qualche secondo in più. Ed è forse questo il paradosso del nostro tempo: non siamo mai stati circondati da tante informazioni e così poveri del tempo necessario a comprenderle.
Da qui nasce L’intellettuale senza casa, il mio nuovo contributo pubblicato su Filodiritto: una riflessione sulla libertà del pensiero nell’epoca dell’accelerazione, della profilazione e della decisione algoritmica.
Forse la nuova casa dell’intellettuale non sarà più un luogo. Sarà un intervallo.
Quello spazio minuscolo tra una domanda e una risposta nel quale siamo ancora capaci di dubitare, ascoltare e persino cambiare idea.
Perché la vera frattura del nostro tempo potrebbe non dividere destra e sinistra, colti e incolti. Potrebbe passare tra chi desidera soltanto essere confermato e chi conserva il coraggio di essere contraddetto.
Da qui vorremmo partire con questa rubrica: non per offrire altre risposte veloci, ma per restituire alle domande il tempo che meritano.
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