LEGHISTI E SUDISTI

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di ISAIA SALES

 

Isaia Sales è un uomo che ha intrapreso il percorso politico provenendo dagli studi. Malgrado il suo impegno in politica, conserva una forte passione intellettuale e per la conoscenza, dalla quale non vuole e non può allontanarsi. È autore di un influente saggio sulla camorra e le camorre napoletane, riconosciuto come “la sintesi più attendibile e aggiornata su quel problema”.

 

Il libro di Isaia Sales si impone fin dalle prime pagine come un oggetto intellettuale raro: un saggio che non indulge nel lamento né si lascia sedurre dalla retorica identitaria.

È un’opera intelligente e appassionata, come ricorda Nicola Tranfaglia, ma soprattutto è un libro che mira al bersaglio con la calma implacabile dell’analisi: il Mezzogiorno non come luogo dell’anima, bensì come questione nazionale, irrisolta e decennale.

Sales si misura con un compito ingrato: restituire al divario Nord–Sud la sua natura storica ed economica, liberandolo dalle fantasie antropologiche che lo hanno deformato per più di un secolo.

La sua tesi è semplice e devastante: il Meridione non è soltanto rimasto indietro, ma rappresenta il fallimento più evidente dell’unità italiana, tanto più paradossale se si considera che la crescita del Nord è avvenuta anche grazie alla manodopera meridionale e all’ampliamento del suo mercato interno.

Con un gesto quasi controcorrente, l’autore rifiuta l’immagine di un Sud immobile: il Sud è cresciuto, sì, ma come un legno cresciuto storto, passato dall’agricoltura ai servizi senza attraversare la stagione industriale, sostenuto più dallo Stato che dal mercato, più dalla politica che dall’impresa.

Il nucleo polemico del libro investe l’intervento straordinario e quel meridionalismo di Stato che avrebbe dovuto colmare le distanze e invece le ha approfondite: il denaro è arrivato in quantità enormi, ma il Mezzogiorno ne è uscito più dipendente, più vulnerabile, più lontano da quello Stato di diritto che avrebbe dovuto emanciparlo.

Su questo terreno Sales dirige lo sguardo sulle classi dirigenti meridionali, una costellazione di occasionisti, riparazionisti e sudisti, che hanno trasformato il Sud in un pretesto per l’intermediazione politica, generando un sistema in cui il consenso è costruito sulla necessità più che sulla fiducia, sul bisogno nudo di chi teme di perdere l’unico sostegno rimasto.

L’aspetto più originale del libro è forse la lettura del rapporto tra arretratezza e criminalità organizzata: la mafia non è un anti-Stato, ma un prodotto dello Stato, un parassita che prolifera dove il denaro pubblico scorre senza regole, dove la politica abdica al controllo, dove ricostruzioni e finanziamenti diventano occasione più che risanamento.

In questo quadro la Lega Nord non appare come causa della frattura italiana, ma come suo effetto più clamoroso: un razzismo politico nato dall’identificazione del Sud con la corruzione e l’inefficienza di uno Stato percepito come romano e distante, la rottura di un patto tacito che per decenni aveva tenuto insieme industria al Nord e sussidi al Sud.

Eppure, in questa diagnostica severa, Sales intravede una via d’uscita: un nuovo meridionalismo fondato su tre condizioni elementari e durissime – spezzare la dipendenza politica, abbandonare l’assistenzialismo e restituire al Sud la civiltà del lavoro, cioè la capacità di produrre ricchezza e non soltanto di riceverla.

È un programma che ha il tono delle utopie necessarie: senza industrializzazione e senza legalità ogni altro discorso è un alibi.

Il destino della democrazia italiana, conclude Sales, si gioca nel Mezzogiorno: nella possibilità di trasformare un’economia drogata dalla spesa pubblica in un sistema produttivo adulto, di colmare un divario che non è arcaico ma moderno, non spontaneo ma creato dallo Stato.

Diversamente l’Italia resterà un Paese dimezzato, una nazione capitalistica che in una delle sue parti continua a somigliare all’ultimo Stato socialista d’Europa. Buona lettura.

Buona lettura.

 

Vincenzo Candido Renna

 


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