LA GAIA INCOSCIENZA

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Tempo di lettura: 3 minuti

di Guerino Nuccio Bovalino

Eccolo qui Bovalino, che già con i suoi Artificial Teens e la sua Imagocrazia aveva fatto l’effetto di app mal riuscite, e ora torna con un saggio che sembra un circo filosofico itinerante, dove Musk indossa i panni del poeta siderale e Trump quelli del gorilla capitalista, in una recita che ha la grazia di un baraccone ma l’ambizione di un vangelo.

Parte con una premessa “teologico-spettacolare” – e già la definizione sa di supercazzola universitaria – per dirci che viviamo nel tempo degli spiriti, dove siamo diventati spettri digitali, fantasmi che si aggirano nei feed come anime senza pace.

Derrida diventa il consulente filosofico di Instagram, a spiegare che vivere è sopravvivere e che ci reincarniamo in mosaici di pixel, in morti che twittano.

Così nasce la “tecnoegemonia”, parola da convegno con coffee break, che avrebbe preso il posto dell’egemonia culturale gramsciana, pensionando maestri, preti e giornalisti, inaugurando l’epoca del prosumer, quell’ibrido che consuma e produce con la stessa disinvoltura con cui condivide articoli senza leggerli.

I progressisti, ci dice Bovalino, hanno combattuto prima Berlusconi e ora Internet, senza capire che lottavano contro un medium destinato a generare pensiero divergente; e la crociata contro le fake news non è che la foglia di fico della censura. È una visione complottista, ma perfettamente calibrata sull’aria che respiriamo.

Poi c’è il “progressismo apocalittico”: l’epoca delle permacrisi e delle policrisi, Obama come Messia pop e Greta come Cassandra ambientalista, con l’ecologismo elevato a religione degli atei urbanizzati. E sullo sfondo la Disney woke, che da fabbrica di sogni diventa milizia culturale, distribuendo sirenette nere e nani queer, e trasformando l’inclusione in un mostro etico che inghiotte tutto.

Ma i veri protagonisti della gaia incoscienza sono Musk e Trump, eroi da fumetto grottesco di questo nuovo cesarismo digitale. Trump è King Kong iper-capitalista, che trasforma un attentato in segno mistico e si lascia leggere come profezia.

Musk, invece, è il poeta dello spazio, l’uomo elettrico, il Capitan Harlock miliardario che vende viaggi interplanetari come fossero sogni a rate. Neuralink diventa la tecnologia della speranza, un chip nel cervello per guarire e sognare, e la sua ideologia è un futurismo spirituale, metà Silicon Valley e metà predica evangelica.

Intorno a loro, Thiel come filosofo tecno-darwiniano e Palantir come occhio di Sauron travestito da software di sicurezza, a formare la chimera reazionaria dei Patrio-Tech, che si rivolge a un “tecno-popolo” convinto di essere libero solo perché smanetta sullo smartphone.

In questo teatro si inserisce l’intelligenza artificiale, che trasforma la politica in demo-fiction e fake-crazia, generando mondi artificiali che contaminano il reale e sospingono verso una democrazia senza pathos, governata da oligarchi della produttività.

E intanto l’Occidente si ammala di oicofobia, odia la propria casa e la riscrive, cancella simboli e storie, ma la rete invece di omologare moltiplica le differenze, rianimando comunità che parlano di identità e patria, sempre con la maiuscola. Così il futuro non sarà più la res publica ma la tech publica, e il leader non sarà un amministratore ma un Cesare che sa fondere radici e algoritmi, passato e codice, miracolo e macchina.

Alla fine resta un libro caleidoscopico, dove Nietzsche danza con McLuhan, Gramsci fa il verso ai meme e tutto si avvolge in una prosa che vuole essere visionaria e spesso diventa fumosa.

Bovalino fotografa bene il tecno-populismo, l’alleanza fra big tech e sovranismi, la crisi delle élite progressiste, ma quando deve guardare avanti si lascia prendere dal sublime tecnologico e scivola nella predicazione da Silicon Valley. Resta il merito di cogliere un’epoca in cui politica e spettacolo si confondono, i miliardari si travestono da profeti e la tecnologia diventa religione.

Ma se Musk è davvero un poeta e Trump un prescelto, allora sì, la storia ha già pronto il copione per ridere di noi.

 

Buona lettura.

 

Vincenzo Candido Renna

 


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