di ANDREA SPIRI
Andrea Spiri è dottore di ricerca in Storia politica dell’età contemporanea e docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS “Guido Carli” di Roma. Si è laureato con lode presso la LUISS nel 2002 e ha conseguito il dottorato all’Università di Bologna nel 2007, discutendo una tesi sulle trasformazioni del PSI e i mutamenti del sistema politico italiano tra il 1975 e il 1981.
Ha ricoperto incarichi istituzionali, tra cui quello di consigliere per le tematiche culturali del Ministro degli Affari Esteri (2017-2018) e di consulente della Struttura di missione per il supporto alle iniziative del governo in materia di riforme costituzionali. È stato anche responsabile scientifico della Fondazione Alcide De Gasperi.
Spiri è autore di numerose pubblicazioni sulla storia politica italiana contemporanea, in particolare sulla Prima e Seconda Repubblica e sulla figura di Bettino Craxi. Tra i suoi libri più recenti figurano The End 1992-1994. La fine della prima Repubblica negli Archivi segreti americani (2022), L’ultimo Craxi. Diari da Hammamet (2020), La seconda Repubblica. Origini e aporie dell’Italia bipolare (2021) e, come curatore, Bettino Craxi. Lettere di fine Repubblica (2025)
C’è un momento nella vita di ogni uomo in cui il paese che ti ha cresciuto diventa improvvisamente straniero, e il paese straniero diventa l’unico posto dove puoi ancora chiamarti per nome. Bettino Craxi ha abitato questo paradosso fino all’ultimo respiro, in quella Hammamet che da prigione dorata è diventata l’ultimo lembo di Italia possibile.
Andrea Spiri ci accompagna in questo viaggio verso il margine, là dove finiscono le strade della politica e cominciano i sentieri dell’uomo nudo. Perché questo libro, più che di politica, parla di geografia interiore, di come un leader possa trasformarsi in ultimo abitante di se stesso.
Hammamet come paese dell’anima. Come quei borghi dell’Appennino dove vai a cercare quello che hai perduto nelle città. Craxi vi arriva portandosi dietro tutte le macerie della Prima Repubblica, e lì le sistema intorno a sé come vecchie foto di famiglia. Le giornate “tutte uguali”, scandite da rabbia e rassegnazione, sono il tempo lento dei paesi abbandonati, dove ogni ora ha il peso di un decennio.
Dar Craxi: già il nome suona come una toponomastica dell’esilio. Una casa che diventa paese, un paese che diventa mondo. E dentro questo mondo rimpicciolito, un uomo che disegna serigrafie chiamate “Becchini” e “Bugiardi ed extraterrestri”, come se l’arte fosse l’ultimo modo per non impazzire quando ti rimane solo il dialogo con le ombre.
Spiri ha il merito di non cercare assoluzioni né condanne. Semplicemente accompagna. Come si fa con i vecchi del paese quando raccontano sempre la stessa storia. Ascolta quell’uomo che si macera nella solitudine, che scrive appunti per riannodare i fili della memoria, come fanno tutti gli ultimi abitanti: conservare quello che sta sparendo.
Il rapporto con Andreotti, “Belzebù” e “Cinghialone”, mi ricorda quei rancori di paese che durano generazioni, dove ci si odia e ci si ama nella stessa frase, dove la politica diventa questione di vicinato cosmico. Due uomini finiti nello stesso “girone dei dannati”, come li chiama l’autore. Come dire: anche all’inferno ci si fa compagnia.
E poi c’è il tema del salvacondotto umanitario, che suona come le ultime richieste di chi vuole morire nel paese natale. Craxi che non vuole chiedere clemenza, che preferisce l’esilio alla sottomissione, ha la dignità di certi anziani che scelgono di morire soli piuttosto che essere un peso. È una scelta di paese, antica e barbara insieme.
Il libro di Spiri è necessario perché ci ricorda che ogni uomo, anche il più potente, alla fine diventa paese. Diventa luogo. E Hammamet è diventata il luogo di Craxi, la sua ultima paeseologia possibile. Un posto dove essere “straniero ma non estraneo”, come dice lui stesso, come tutti noi quando cerchiamo casa lontano da casa.
Quello che rimane, dopo aver chiuso queste pagine, è il ritratto di un uomo che ha tentato di abitare l’inabitabile: l’esilio come condizione esistenziale, la politica come ultima forma di nostalgia, la memoria come unico territorio ancora accessibile.
Craxi muore scrivendo un ultimo appunto: il rifiuto di essere riabilitato da chi lo aveva “ucciso”. È il gesto più paesano che potesse fare: morire da se stesso, senza permessi, senza salvacondotti, senza chiedere scusa al mondo per essere esistito.
In fondo, “L’ultimo Craxi” è un libro sui paesi che siamo, sui paesi che perdiamo, sui paesi che diventiamo quando tutto il resto è finito.
Buona lettura.
