di Simone Guida
Come la geografia governa il mondo
Simone Guida è un autore e divulgatore italiano, noto principalmente per essere il creatore e il volto del progetto Nova Lectio, una realtà editoriale e digitale di grande successo dedicata alla storia, alla geopolitica e alla sociologia. Attraverso i suoi canali YouTube e Instagram, Guida ha costruito una vasta comunità di appassionati, proponendo monografie approfondite su territori spesso dimenticati dai media tradizionali. Con L’inganno dei confini, pubblicato da Gribaudo nel 2025, l’autore condensa la sua capacità di analisi territoriale in una narrazione che intreccia storia moderna, diritto internazionale e curiosità geografiche.
Simone Guida, con L’inganno dei confini, compila un elegante repertorio delle assurdità cartografiche che ci governano – e che noi, borghesi disciplinati, fingiamo di prendere sul serio.
Perché diciamocelo: i confini sono roba da notai cosmici, righe tracciate con squadra e goniometro da gentiluomini ottocenteschi in redingote che non avevano mai messo piede oltre Montecarlo, e che pure decidevano dove finiva il Tanganica e cominciava il Ruanda.
Gagarin, dall’alto, non vedeva nulla di tutto questo – solo continenti e oceani, niente Trattati di Versailles o Summit di Yalta. Ma giù, sulla crosta terrestre, quelle linee invisibili decidono chi può sposare chi, dove paghi le tasse, e se domani ti fucilano o ti danno una medaglia.
L’Africa e la “torta” di Bismarck
Si parte dall’Africa, naturalmente. Il continente come grande board game per signori prussiani, austriaci, britannici – tutti riuniti a Berlino nel 1884, champagne e sigari, a spartirsi luoghi di cui sapevano quanto io so di astrofisica quantistica. Bismarck, gran cerimoniere dell’inganno, traccia linee rette (le linee rette! In Africa!) ignorando bellamente fiumi, montagne, tribù, lingue, millenni di storia.
Nasce così il Gambia, serpentone fluviale incastonato nel Senegal come una supposta geografica, o il dito di Caprivi, protuberanza namibiana verso lo Zambesi basata sull’illusione (tipicamente coloniale) che si potesse navigare fino all’Oceano Indiano – peccato per le Cascate Vittoria, dettaglio trascurabile per chi guardava le mappe da Charlottenburg.
Guida cataloga questi orrori con la precisione di un entomologo, ma senza la freddezza: si percepisce l’indignazione trattenuta, il disgusto intellettuale per tanta tracotanza burocratica mascherata da missione civilizzatrice.
Europa: Tra identità spezzate e paradossi amministrativi
In Europa – dove pure ci crediamo tanto sofisticati, con la nostra Union Jack e il nostro esprit de finesse – la situazione è appena meno grottesca. Nicosia divisa come una torta nuziale al termine di un matrimonio fallito, Baarle-Hertog dove il confine tra Belgio e Paesi Bassi attraversa salotti e cucine (il water è olandese, il bidet belga – e la questione fiscale te la risolvi tu).
Ma il pezzo forte è la Jugoslavia, quel Frankenstein etnico assemblato a Versailles da gente che confondeva croati e sloveni come io confondo coreani e giapponesi.
La dissoluzione – annunciata, inevitabile, catastrofica – genera mostri cartografici: Brčko, condominio amministrativo dove serbi, croati e bosniaci convivono con la gioia di coinquilini costretti a dividersi il bagno; Liberland, micronazione nata su un’isola del Danubio che Croazia e Serbia si rifiutano di rivendicare (unico caso nella storia in cui due Stati si contendono il diritto di non possedere un territorio).
Lo scacchiere asiatico e il “Nuovo Grande Gioco”
In Asia la faccenda si fa seria, perché qui i confini non sono solo assurdi: sono anche nucleari. Il Kashmir, definito “la polveriera del mondo” con quella ridondanza giornalistica che tanto piace ai corrispondenti esteri, è in realtà l’eredità tossica del Grande Gioco ottocentesco – quando Kipling scriveva romanzi d’avventura e lord britannici disegnavano linee arbitrarie tra Afghanistan e India per frenare l’espansionismo zarista.
Oggi quella linea si chiama Linea di Controllo, e dietro ci sono testate atomiche indiane e pakistane pronte a trasformare il subcontinente in un ricordo spiacevole.
La Valle di Fergana, poi, è capolavoro di ingegneria etno-amministrativa staliniana: una “groviera” di exclavi dove il confine entra ed esce dagli Stati come un ubriaco dalla bettola. Stalin – genio del divide et impera – aveva capito che se tagli le repubbliche come fette di panettone storto, nessuno si ribella mai perché tutti dipendono da tutti. Risultato: Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan legati in un nodo gordiano che nemmeno Alessandro saprebbe sciogliere.
L’Oltremare e l’astrazione del tempo
Guida raggiunge il suo apice speculativo quando affronta i confini invisibili: quelli marittimi e temporali. Le Zone Economiche Esclusive, invenzione del diritto internazionale moderno, permettono che scogli disabitati come le Spratly (che a malapena emergono dall’acqua) diventino perni strategici per gas, petrolio e rotte commerciali.
Nazioni litigano per atolli dove non vivrebbe nemmeno un eremita con tendenze suicide.
Ma l’assurdità suprema è la Linea internazionale del cambio di data, il confine che divide il lunedì dalla domenica. Un artificio necessario, certo, ma che tradisce la follia di una specie che pretende di regimentare persino il tempo.
Le Samoa, nel 2011, decidono di “saltare” il venerdì 30 dicembre per allinearsi commercialmente con Australia e Nuova Zelanda. Il risultato? Un Paese che cancella ventiquattro ore dalla propria storia come si cancella un appuntamento scomodo dall’agenda.
Conclusione: La Terra di Nessuno
Il libro si chiude con l’Antartide, l’ultimo continente “vergine” – ma solo sulla carta. Perché anche lì, tra ghiacci e pinguini, gli Stati hanno tracciato “spicchi” di rivendicazioni territoriali congelate dal Trattato del 1959 (congelate: che ironia polare). Resta la Terra di Marie Byrd, estensione desolata quanto l’entroterra siberiano, terra nullius che nessuno vuole e che nessuno rivendica – ultimo esempio di mondo senza padrone, residuo di un pianeta che ancora potrebbe essere, almeno in teoria, di tutti.
Guida scrive con chiarezza encomiabile, senza gli orpelli del gergo accademico ma con la precisione del cronista che sa distinguere un’exclave da un’enclave (cosa che molti laureati in Scienze Politiche ancora confondono). L’inganno dei confini è un vademecum necessario per chiunque voglia smettere di prendere sul serio le cartine geografiche – quelle bugie colorate che ci hanno insegnato a scuola e che continuiamo a venerare come se fossero tavole della Legge.
Perché i confini, in fondo, sono come le convenzioni sociali: tutti sappiamo che sono arbitrari, artificiali, spesso ridicoli – eppure li rispettiamo, li difendiamo, a volte ci moriamo sopra. Ma se uno si ferma un attimo e guarda il mappamondo senza pregiudizi, vede quello che vedeva Gagarin: un pianeta senza linee, senza barriere, senza la presunzione di dividere ciò che la natura aveva lasciato unito.
Buona lettura.
