di Zygmunt Bauman e Bruno Bongiovanni
Introduzione di Emanuele Coccia
C’è sempre qualcosa di sospetto nei libri che vogliono definire gli “intellettuali”: come se una categoria nata per sottrarsi alle etichette finisse puntualmente imbalsamata proprio nel gesto che pretende di chiarirla. Intellettuali (Treccani, 2024) si muove su questo crinale scivoloso con una consapevolezza che lo salva dal didascalismo e, anzi, lo espone: non come repertorio, ma come campo di tensioni irrisolte.
Le biografie degli autori, qui, non sono un fondale ornamentale ma la prima chiave di lettura. Zygmunt Bauman (1925-2017)—ebreo polacco, esule, sociologo della modernità liquida—porta con sé un’esperienza storica che ha conosciuto la solidità tragica delle ideologie e la loro successiva dissoluzione in forme più viscose, meno afferrabili.
La sua voce ha sempre avuto qualcosa di terminale, non nel senso della fine, ma della diagnosi: come chi arriva dopo e deve dire cosa resta.
Bruno Bongiovanni, storico del pensiero politico all’Università di Torino, appartiene invece a quella tradizione italiana capace di maneggiare le idee come reperti vivi: non reliquie, ma strumenti che ancora graffiano. Il suo lavoro sulle élite e sulle dottrine sociali lo rende particolarmente attrezzato per leggere la genealogia dell’intellettuale senza cedere né al rimpianto né alla liquidazione.
Il libro—incorniciato dall’introduzione di Emanuele Coccia—non finge neutralità: dichiara subito che le parole sono campi di battaglia. “Intellettuale” non è un sostantivo, è un dispositivo di potere. E infatti la sua nascita moderna, nel “J’accuse” di Zola, è già un gesto performativo: non descrive, istituisce. In quel momento, l’intellettuale si configura come figura pubblica che pretende di parlare a nome di un universale—la verità, la giustizia—contro la ragion di Stato. Ma questo atto originario contiene già la sua futura ambiguità: chi autorizza chi a parlare per tutti?
Bauman entra in scena come un anatomopatologo della funzione. La sua tesi, ormai classica ma qui resa con una limpidezza quasi crudele, è che l’intellettuale moderno è stato innanzitutto un “legislatore”: qualcuno che stabiliva criteri, valori, gerarchie. Non era solo un interprete del mondo, ma il suo normatore simbolico. Questa posizione, però, era sostenuta da un’alleanza implicita con lo Stato-nazione, che aveva bisogno di una classe capace di “civilizzare” le masse. È un passaggio che oggi suona imbarazzante, quasi coloniale: la massa come materia informe, l’intellettuale come pedagogo.
Il problema è che questa alleanza si è dissolta senza essere sostituita.
La modernità liquida—categoria che in Bauman non è mai slogan ma lente—ha prodotto una doppia erosione: da un lato la specializzazione, che frammenta il sapere in competenze sempre più minute (l’intellettuale “specifico” di Foucault); dall’altro il mercato, che redistribuisce l’autorità secondo logiche di visibilità e consumo. L’intellettuale non scompare: viene ricodificato.
Non è più legislatore, ma interprete—e spesso nemmeno questo, ma performer.
La sua parola non vale perché è vera, ma perché circola.
Bongiovanni complica ulteriormente il quadro, e lo fa retrocedendo: non per nostalgia, ma per mostrare che la figura dell’intellettuale è sempre stata un’anomalia storica. Dalla tripartizione indoeuropea al filosofo-re platonico, emerge una costante: l’aspirazione di alcuni a possedere una “scienza del collettivo”.
Ma questa aspirazione si istituzionalizza solo con la modernità, quando la stampa e il mercato delle idee producono una classe di produttori simbolici relativamente autonoma.
Qui il paradosso schumpeteriano diventa centrale: l’intellettuale è figlio del capitalismo e insieme suo potenziale sabotatore. Vive delle sue infrastrutture e ne critica i presupposti.
Il Novecento radicalizza questa ambivalenza. Nel marxismo-leninismo, l’intellettuale viene inglobato, disciplinato, spesso neutralizzato—“mummificato” nella burocrazia di partito. In Gramsci, invece, si trasforma in “intellettuale collettivo”, figura diffusa che rompe la distinzione tra chi pensa e chi agisce. Ma anche qui, a ben vedere, resta una tensione irrisolta: se tutti sono intellettuali, nessuno lo è più in senso distintivo.
Ed è qui che l’intervento di Coccia, apparentemente più lirico, si rivela il più destabilizzante. Parlare di “eutanasia” dell’intellettuale non è un gesto provocatorio: è una presa d’atto. La figura sacerdotale, separata, gerarchica, non regge più.
Ma ciò che la sostituisce non è un vuoto, bensì una diffusione: l’intellettuale come amateur, amante, qualcuno che pensa perché è preso da un oggetto, non perché ne è investito. È una democratizzazione radicale del pensiero, ma anche il rischio di una sua dispersione totale. Se “il pensiero è ovunque”, come distinguere tra pensiero e rumore?
Il libro non risolve questa aporia, e fa bene. Anzi, la espone come sintomo del nostro tempo: la privatizzazione dell’identità, la fine delle grandi narrazioni, la trasformazione della verità in contenuto tra gli altri. L’intellettuale sopravvive, ma in forma di mediatore precario, costretto a negoziare continuamente tra rigore e visibilità, tra profondità e accessibilità.
In questo senso, Intellettuali è un libro che non consola. Non offre un modello da rimpiangere né uno da imitare. Piuttosto, mostra che la crisi dell’intellettuale non è un incidente, ma l’effetto di una trasformazione più ampia: quella di una società che non sa più dove collocare il valore del pensiero. E forse, implicitamente, suggerisce che la vera domanda non è “che cos’è un intellettuale?”, ma chi ha ancora bisogno degli intellettuali—e perché.
Buona lettura
