di Alessandro Alfier
Uno strumento antico per la società digitale
Alessandro Alfier dottore di ricerca in scienze documentarie, dunque uno che non si limita a dire “archivi” come si dice “musei” o “biblioteche” con la solita aria un po’ da gita scolastica ministeriale. Alfier è un archivista informatico al MEF: cioè lavora proprio dove la carta, il dato, la prova, l’atto e la firma (anche digitale, anche finto-immutabile) sono una faccenda serissima — più seria di molti convegni, più seria di molte retoriche sulla “memoria collettiva”.
Alessandro Alfier scrive un libro su “Il documento e la sua autenticità”.
E già solo questo basterebbe a far sbadigliare metà del pubblico colto, perché “documento” suona come una parola da sportello, da protocollo, da cartellina beige, e “autenticità” come una promessa pubblicitaria tipo “vero”, “genuino”, “certificato”: cioè roba che si dice quando non si sa più cosa dire.
E invece qui il punto è che Alfier non sta celebrando la carta, né facendo il solito santino dell’archivio come luogo della memoria commossa (la polvere, le pergamene, la bibliotecaria che ti fulmina se tossisci).
Ma sta dicendo una cosa che dovrebbe far arrossire molti tecnologi entusiasti e molti umanisti di cerimonia: il documento non è un oggetto neutro.
Non è un contenitore di dati come una scatola di biscotti. Non è una “traccia” come quelle che si evocano nei seminari sulla società liquida, con l’aria di chi ha letto Bauman in spiaggia.
Il documento è un dispositivo che fa accadere le cose, che le rende valide, che le inchioda, che le mette in scena come reali.
E quindi chi crede che i documenti “descrivano” la realtà è come chi crede che il termometro produca la febbre.
Mentre, in verità, la febbre sociale, politica, amministrativa, giuridica si misura e si governa proprio lì: in quella zona grigia dove un atto diventa opponibile, una firma diventa vincolante, una registrazione diventa prova e una prova diventa potere.
E siccome siamo nel digitale, cioè nel regno della riproducibilità infinita e dell’“ho lo screenshot” come religione popolare, Alfier fa notare con una calma quasi perfida che l’autenticità non è mai stata una proprietà magica dell’oggetto, né in pergamena né in pdf, ma un accordo sociale, un regime di fiducia, un sistema di procedure e responsabilità.
E quindi tutta quella retorica sul documento digitale “immutabile” è una favola consolatoria per persone che hanno bisogno di credere in qualcosa; e magari credono anche che basti dire “blockchain” per risolvere il problema della prova.
Il libro ha poi un altro merito, che è quello di mettere in imbarazzo i settori: l’archivistica, che si sente spesso una disciplina pratica e modestamente ingegneristica; la diplomatica, che si comporta ancora come se il medioevo fosse l’unico tempo degno di essere studiato; il diritto, che arriva a cena sempre convinto di essere l’ospite d’onore e invece scopre di essere già dappertutto.
Perché senza diritto i documenti non sono documenti ma carta straccia o bit vaganti, e senza documenti il diritto è una predica che non lascia traccia.
E allora Alfier, che lavora dentro un ministero e dunque sa benissimo che la “fede pubblica” non è un concetto da manuale ma una questione quotidiana, smonta con buona educazione ma con precisione chirurgica la visione dell’archivio come “bene culturale” da mettere sotto vetro.
Perché l’archivio non è una soffitta sentimentale: è una centrale elettrica. È il posto dove si decide se una società è seria o se è un club di improvvisatori. È il sistema di pesi e contrappesi che permette ai diritti di esistere e ai doveri di non essere solo parole.
In definitiva, questo è un libro che fa bene perché restituisce al documento la sua natura più scomoda: non la memoria, non il ricordo, non il culto della carta, ma la struttura invisibile della convivenza.
Quella cosa che nessuno vede quando funziona e tutti invocano quando manca, come l’aria o l’acqua o il buon senso.
E chi, dopo averlo letto, continua a parlare di “dati” come se fossero innocenti probabilmente merita di vivere in un mondo dove tutto è fluido, tutto è cancellabile, tutto è riscrivibile; finché un giorno, inevitabilmente, qualcuno gli dice: “non risulta”.
Buona lettura.
