IGNORANZA ARTIFICIALE

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Tempo di lettura: 2 minuti

di Paolo Caressa

Quello che le macchine non sanno.

 

Paolo Caressa è un matematico, saggista e divulgatore scientifico che da oltre un decennio partecipa attivamente alla riflessione tecnologica e culturale nelle comunità romane di Intelligenza Artificiale. Autore di diverse opere che intrecciano il rigore scientifico alla narrazione filosofica, ha pubblicato saggi sulla storia della matematica e sul pensiero cartesiano, ponendo sempre al centro della sua ricerca il rapporto tra l’astrazione logica e la realtà umana.

 

Ci sono libri che ti spiegano il mondo e libri che ti ricordano che il mondo non si lascia spiegare, e Ignoranza Artificiale: Quello che le macchine non sanno appartiene alla seconda specie, quella rara, quella che non aggiunge informazioni ma toglie illusioni.

Caressa compie un gesto quasi sacrilego, in questo tempo in cui la tecnologia ha preso l’abitudine di parlare come una divinità: ci riporta alla fragilità, al limite, al bordo.

Non dice “le macchine sbagliano”, dice qualcosa di più radicale: le macchine non sbagliano come sbagliamo noi, perché non cadono dentro il mondo, non inciampano nel significato, non conoscono quel tremore che accompagna ogni autentico atto di comprensione.

Perché l’intelligenza, quella vera, non è una prestazione, è una forma di vertigine. Il libro si muove come una discesa lenta dentro i fondamenti, e lì dove pensavamo di trovare marmo trova crepe: Gödel, Turing, l’incompletezza, l’indecidibile.

Ed è lì, proprio lì, che Caressa fa accadere la sua intuizione più potente: se persino la matematica – la più austera delle lingue – contiene verità che non possono essere dimostrate, allora il sapere non è un edificio che cresce, ma un orizzonte che arretra.

E noi, esseri umani, non siamo creature destinate all’onniscienza, ma al movimento.

La tecnologia promette di cancellare l’ignoranza come fosse un difetto di fabbrica, e invece Caressa ci svela che l’ignoranza è un organo, un elemento essenziale della coscienza: non un vuoto da colmare, ma uno spazio da abitare.

Perché è nel non sapere che nasce l’immaginazione, è nel non capire fino in fondo che nasce la filosofia, è nel non possedere che nasce l’amore. Le intelligenze artificiali, ci spiega, sono gigantesche macchine induttive: compressione, probabilità, inferenza. Non comprendono, correlano.

Non pensano, calcolano. E qui la riflessione diventa quasi metafisica: la macchina non conosce la distanza tra ciò che dice e ciò che significa, non avverte la differenza tra una frase e il mondo.

È una lingua senza silenzio, e quindi senza verità.

La coscienza umana invece è fatta proprio di quella distanza, di quel vuoto tra parola e cosa, tra desiderio e realtà, tra progetto e caduta: la coscienza è un’interruzione.

E per questo Caressa celebra l’oblio, come Borges con Funes: ricordare tutto significa non capire niente, perché capire è dimenticare l’irrilevante e salvare l’essenziale.

Le macchine non dimenticano, e quindi non scelgono, e quindi non vivono.

Alla fine questo libro non è contro la tecnologia, è contro l’idolatria della tecnologia, contro la favola che il mondo possa essere ridotto a dati.

È un invito a difendere ciò che non si ottimizza: la fragilità, l’incompletezza, il margine. Perché la conoscenza umana somiglia più a una costellazione che a un archivio: non sono le stelle a fare la figura, ma il buio che le separa, quel buio che permette al pensiero di disegnare un senso.

E allora la domanda vera non è se le macchine sapranno tutto, ma se noi sapremo ancora restare umani abbastanza da accettare che non tutto deve essere saputo.

 

Buona lettura.

 

Vincenzo Candido Renna

 


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