I FIGLI DELL’ODIO

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Tempo di lettura: 3 minuti

di CECILIA SALA

La radicalizzazione di Iscraele, la distruzione della Palestina, l’umiliazione dell’Iran

 

Cecilia Sala: L’autrice del volume I figli dell’odio, pubblicato nella collana Strade Blu di Mondadori, è nota per la sua opera giornalistica e per i suoi lavori precedenti per lo stesso editore, tra cui L’incendio e Polvere (quest’ultimo scritto con Chiara Lalli).

 

Con I figli dell’odio: La radicalizzazione di Israele, la distruzione della Palestina, l’umiliazione dell’Iran, Cecilia Sala costruisce un libro che è insieme cronaca, inchiesta e racconto di viaggio nei nervi scoperti del Medio Oriente. Non l’ennesimo dossier da scrivania, ma un reportage vissuto, graffiato dall’esperienza diretta, scritto con la voce ferma e il passo rapido di chi ha respirato lacrimogeni, visto gli spari, sentito la polvere vera. Pubblicato nell’agosto 2025, il libro si apre con una dedica asciutta e commossa: a chi l’ha portata nei luoghi che chiama casa, e a chi poi l’ha riportata a casa. Un gesto che è già dichiarazione d’intenti – la geografia come destino e la cronaca come forma di gratitudine.

Sala organizza il racconto in tre atti – Israele, Palestina, Iran – come una tragedia classica in cui il coro è sempre la popolazione civile. In Israele, la radicalizzazione non è più un’ombra ma un sistema, una quotidianità che sconfina nel fanatismo. Hebron, città-faglia, diventa la lente d’ingrandimento dell’intero Paese: soldati che litigano davanti ai giornalisti, coloni armati che si muovono con l’arroganza di chi ha Dio in tasca e legge solo se conviene. Sala osserva con l’occhio di chi sa che la storia si nasconde nei dettagli – nelle uniformi slacciate, nei silenzi dei ventenni, nelle risate dei fanatici. Ci sono nomi, facce, luoghi: Itamar Ben-Gvir, Kiryat Arba, Baruch Goldstein, e quell’ideologia velenosa del Kahanismo che, nata a Brooklyn, si è fatta mainstream a Gerusalemme. Un contagio che trasforma la democrazia in crociata.

Il racconto attraversa i vicoli di un Paese che ha sostituito il diritto con l’impunità e la paura con il culto dell’identità. Il “bilanciamento”, quel termine così caro ai giuristi e così ambiguo nella politica, qui appare per ciò che è: un trucco linguistico, una parola cerotto per coprire la ferita aperta. Bilanciare sicurezza e diritti, occupazione e giustizia, sembra una formula di buon senso, ma nel concreto è diventato un pretesto per normalizzare l’abuso, rendere accettabile l’eccezione. Sala non fa prediche, ma lascia che i fatti la sostengano: soldati che non rispondono più ai tribunali, civili che vivono da prigionieri, adolescenti che si scoprono più devoti di chi li comanda.

Poi la Palestina, la distruzione come paesaggio permanente. Jenin, “Jeningrado”, la città che resiste e muore ogni giorno; Tulkarem, “la piccola Gaza”, dove anche le scuole per bambini disabili diventano basi militari. Sala racconta la guerra senza aggettivi: bulldozer che passano, madri che seppelliscono figli, ragazzi che non credono più alla diplomazia. Il vecchio sogno di Oslo è diventato un sarcasmo; i nuovi militanti non appartengono a partiti ma a generazioni senza futuro. “Non ci fidiamo della pace, ma delle armi”, dicono. La cronista non giudica: registra, annota, respira l’odore acre della rassegnazione. E in mezzo a tutto questo, l’idea del “divorzio”, proposta da voci ancora lucide come quella di Daniel Seidemann, suona come un grido disperato: separarsi per sopravvivere.

Nel capitolo iraniano, la Sala più giornalista si fa anche testimone, e la freddezza analitica si incrina in tensione personale. L’Iran dell’Asse della Resistenza – Hezbollah, Siria, Iraq, Yemen – viene raccontato nel momento del collasso: un impero di milizie che si sbriciola sotto le bombe israeliane e la disaffezione delle proprie giovani generazioni. È la fine dell’epoca di Qassem Suleimani, il generale-messia che sognava la Siria come “trentacinquesima provincia dell’Iran”. La morte di Suleimani, la caduta di Assad, l’implosione di Hezbollah: tasselli di una dissoluzione annunciata. E a chiudere, la prigionia dell’autrice stessa nel carcere di Evin, il ventre del regime, dove il controllo è religione e la paura è dottrina. Sala racconta la sua detenzione con lo stesso tono con cui racconta il mondo: senza retorica, ma con una compostezza che taglia più del pathos.

I figli dell’odio è un libro che mette a disagio come deve fare ogni vero reportage. Non c’è eroismo, non c’è speranza imposta, non c’è pace estetizzata. C’è la constatazione amara che l’odio è ormai un’eredità, trasmessa come un cognome. Israele si radicalizza, la Palestina si autodistrugge, l’Iran si disgrega – e in mezzo, i ragazzi di tutti i lati crescono imparando che morire è più semplice che capire. Sala, con il suo stile sobrio e preciso, riesce là dove molti editorialisti falliscono: mostrare la brutalità senza perdersi nel moralismo, e ricordarci che il giornalismo, quando è vero, non consola e non semplifica, ma illumina – anche solo per un istante – l’oscenità del mondo.

Buona lettura

 

Vincenzo Candido Renna

 


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