di Massimo Stevanella e Giorgio Pannunzio
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Massimo Stevanella è uno studioso che abita le zone di confine, là dove la filosofia non si accontenta di concetti puri e la scienza non rinuncia alle sue ombre originarie: i suoi lavori, tra cui Figure dell’ipotesi, La mente che scopre e vari saggi sulla teoria dell’abduzione, tracciano una mappa della nascita del pensiero scientifico come evento insieme logico e immaginativo, in cui l’intuizione, lungi dall’essere un residuo irrazionale, diventa il primo motore della conoscenza; nei suoi studi, il neoplatonismo non è un relitto del passato ma una corrente sotterranea che riemerge nel cuore della modernità, e così l’esperimento scientifico si configura come un gesto quasi artistico, una forma di poíesis capace di dare corpo all’invisibile, prospettiva che in questo volume trova compimento nell’analisi dell’architettura barocca come teatro della razionalità incarnata.
Giorgio Pannunzio è filologo nel senso più pieno e paziente del termine, esploratore dei testi come territori stratificati, in cui ogni parola conserva tracce di usi, deviazioni e possibilità: autore di studi come Trattati e linguaggi della scienza barocca e Semasiologia del discorso artistico, ha sviluppato una metodologia che intreccia fourfold connective interpretation e analisi semasiologica, restituendo ai testi scientifici e trattatistici tra XVII e XVIII secolo una densità spesso trascurata; nel suo lavoro, il linguaggio non è mai neutro ma sempre dispositivo conoscitivo, e così, nell’indagine sulla Nuova Pratica di Prospettiva di Paolo Amato, egli mette in luce una modernità nascosta, fatta di scelte linguistiche e strutturali che anticipano una visione plurale e dinamica dello spazio.
L’opera curata da Stevanella e Pannunzio si configura come un’indagine interdisciplinare di rara profondità, volta a ricomporre l’artificiosa separazione tra cultura umanistica e scientifica attraverso la figura di Paolo Amato.
Già dalle prime pagine si avverte come il libro non intenda semplicemente raccontare una biografia, ma restituire un campo di forze in cui idee, forme e visioni si attraggono e si respingono.
Nella sezione di Stevanella, il neoplatonismo rinascimentale e la riscoperta delle Enneadi diventano la chiave per comprendere la nascita della scienza moderna come risposta alla debolezza dell’intelletto puro, che si prolunga nell’azione tecnica trasformando l’esperimento in una mimesi dell’armonia divina.
L’analisi di Melencolia I di Dürer si apre come una soglia in cui gli strumenti geometrici cessano di essere oggetti e diventano segni di una tensione verso l’infinito.
Parallelamente, il passaggio dal cerchio all’ellisse — da una perfezione chiusa a una dinamica bifocale — si riflette nell’architettura di Amato, in particolare nella chiesa del Santissimo Salvatore a Palermo, dove lo spazio sembra respirare secondo leggi cosmiche.
Pannunzio, dal canto suo, entra nel tessuto linguistico della Nuova Pratica di Prospettiva e ne mostra la portata innovativa, evidenziando come la scelta di un volgare “non sublime” sia in realtà un atto di apertura epistemologica, mentre la proposta di una regola universale capace di operare su superfici diverse dissolve i limiti tradizionali della prospettiva.
Il libro trova uno dei suoi momenti più luminosi nella descrizione del teatro festivo palermitano, dove gli apparati effimeri del Festino di Santa Rosalia diventano laboratori di forme, anticipazioni mobili di ciò che verrà fissato in pietra, secondo quella “pietrificazione dell’effimero” che gli autori colgono con felice intuizione.
E così, pagina dopo pagina, emerge un Paolo Amato che non è soltanto architetto ma mediatore tra visibile e invisibile, tra scienza e immaginazione.
Il volume stesso si trasforma in una macchina di visione, capace di accompagnare il lettore in un itinerario in cui il sapere non si accumula ma si accende, come se davvero, alla fine del percorso, fosse ancora possibile – con un gesto antico e sempre nuovo – tentare di rivedere le stelle.
Buona lettura.
