di GIOVANNI FORNERO, FRANCESCO RIMOLI, ROBERTO D’ANDREA
DIALOGO TRA UN FILOSOFO, UN COSTITUZIONALISTA E UN PENALISTA
Giovanni Fornero, filosofo e saggista di lungo corso, erede e prosecutore dell’opera di Nicola Abbagnano, è fra i più raffinati esegeti italiani del pensiero contemporaneo sul fine vita. Nella sua carriera ha percorso l’intero arco della filosofia morale, dall’esistenzialismo alla bioetica, fino a questa trilogia sulla disponibilità della vita che culmina con il presente volume, dopo Indisponibilità e disponibilità della vita (2020) e Il diritto di andarsene (2023).
Francesco Rimoli, giurista di formazione classica e costituzionalista di tempra civile, insegna a “Roma Tre”. Da sempre attento al pluralismo dei valori e alla dialettica tra democrazia e laicità, è autore di saggi che sono ormai un punto di riferimento per chi voglia capire cosa significhi davvero, oggi, una Costituzione viva e non mummificata in retoriche di cartapesta.
Roberto D’Andrea, giovane penalista dalla prosa nitida e combattiva, si è formato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. È tra coloro che affrontano il diritto non come un codice morto, ma come un organismo che respira insieme alla società.
Ci sono libri che si adagiano sul dibattito e libri che lo capovolgono come un tavolo da gioco: rovesciando pedine, carte e convinzioni. Diritto di vivere e di morire: una rivoluzione copernicana appartiene a questa seconda, più temeraria categoria.
È un libro che non entra nella discussione: la crea, la incendia, la sposta altrove.
L’Italia – patria delle leggi sospese e delle morali incompiute – si ritrova qui messa davanti allo specchio di una domanda elementare e scandalosa: se la vita è un diritto, può esserlo anche la morte? Fornero, Rimoli e D’Andrea rispondono non con la cautela dei giuristi, ma con la vertigine dei pensatori.
E quella risposta – un sì misurato e insieme esplosivo – non si limita a suggerire una riforma del diritto, ma pretende un rovesciamento del suo asse morale.
Perché, dicono, il diritto di vivere non esclude il diritto di morire: lo contiene, lo presuppone, lo compie. Il diritto alla vita, se fondato sulla libertà, non può che implicare la libertà del suo contrario. È un’equazione semplice e devastante: vita uguale libertà, libertà uguale possibilità, e ogni possibilità è bifronte – possibilità di sì, possibilità di no.
E allora, se vivere non può significare obbligarsi a vivere, la vita diventa diritto solo se include il suo potenziale contrario: il diritto di andarsene. È qui la rivoluzione copernicana del titolo: non un capriccio filosofico, ma un cambio di orbita mentale, per cui il centro non è più il corpo che vive ma la coscienza che decide.
Il libro, nel suo passo a tre, respira come un dialogo platonico in chiave post-moderna, dove le voci si inseguono e si contraddicono con la grazia di un contrappunto. Gli autori smontano le maschere del giuridico, le ambiguità della morale, le acrobazie del linguaggio.
E il bersaglio prediletto è il paradigma del bilanciamento, questa formula che da decenni incanta i tribunali e illude le coscienze. Bilanciare – dicono – è l’alibi dei deboli. È il modo elegante per non scegliere.
Ma qui non c’è nulla da pesare: la vita e la libertà non stanno ai due piatti della stessa bilancia, perché l’una è l’altra, e l’altra è la condizione della prima. Parlare di bilanciamento tra diritto alla vita e diritto all’autodeterminazione significa costruire un trucco concettuale, una cortesia lessicale, un compromesso retorico che maschera l’impossibilità del gesto.
In verità, non si bilancia ciò che è lo stesso: la libertà non è un limite alla vita, ma la sua espressione più pura. Quando la si mette “a confronto”, è come voler bilanciare l’acqua con la sua sorgente.
Gli autori, con ironia sapiente, denunciano il “funambolismo dottrinario” di chi pretende di conciliare l’inconciliabile, creando ibridi come l’“indisponibilità disponibile”: formule che suonano bene, ma non significano nulla.
È il giuridico che gioca a moralizzare, mentre la filosofia, con voce ferma, gli ricorda che la libertà non è una concessione ma una condizione. D’Andrea, in particolare, mostra come il bilanciamento sia un’illusione semantica: il diritto alla vita non può essere bilanciato, perché la sua sostanza non è il respiro, ma la scelta. E dove c’è scelta, non c’è equilibrio, ma decisione.
Da questa chiarezza nasce una critica radicale alla giurisprudenza italiana, ancora prigioniera di un doppio linguaggio, dove la vita è proclamata “indisponibile” ma la morte viene tollerata, di tanto in tanto, in via d’eccezione, quando il caso commuove o la stampa insiste.
È la retorica della “compassione condizionata”: un ossimoro istituzionale che Fornero smonta con la pazienza di un logico e la severità di un moralista.
Diverso e più netto, quasi cristallino, il modello tedesco: la sentenza della Corte costituzionale del 2020 che riconosce il Recht auf selbstbestimmtes Sterben, il diritto alla morte autodeterminata, non come concessione ma come diritto originario, intrinseco alla persona.
È la Germania che, per una volta, insegna libertà, mentre l’Italia resta bloccata nella sua adorazione contraddittoria della vita biologica, che è il modo più discreto di temere la libertà.
Rimoli, con la voce calma di chi ha studiato la Costituzione come si studia un poema civile, rilegge il principio di laicità non come distanza ma come garanzia di pluralismo. Laicità come musica di fondo, come spazio aperto dove il cittadino sceglie secondo coscienza e non per decreto.
In uno Stato che vuole dirsi moderno, nessuna legge può nascere da un’etica confessionale: il diritto non è catechismo, ma grammatica delle differenze.
E poi il libro si spinge oltre, in quella zona di frontiera dove la filosofia del diritto si fa antropologia: i territori della “stanchezza di vivere”, della “vita completata”, dell’autoeutanasia come atto estremo di lucidità.
Qui la prosa si fa quasi compassionevole, quasi poetica. Gli autori non predicano la morte, ma difendono il diritto di non subire la vita: un diritto che non nasce dalla disperazione, ma dalla consapevolezza.
E la figura che emerge, in controluce, non è quella del malato, ma dell’adulto pensante – l’uomo che vuole restare autore anche della propria fine.
Così questo libro, apparentemente giuridico, si trasforma in una meditazione sul senso stesso della libertà.
È una filosofia che si traveste da codice, un codice che si rovescia in filosofia. E nel suo fondo vibra un tono arbasiniano, ironico e solenne insieme: come se il diritto, per una volta, avesse deciso di parlare la lingua della letteratura. Perché, in fondo, la vera laicità è questa: riconoscere che la morte, quando è scelta, è solo un’altra forma della vita.
Che il diritto di vivere non vale nulla se non è anche il diritto di dire basta. Che il bilanciamento, alla fine, è solo un modo elegante per rinviare l’inevitabile: la libertà di essere, fino all’ultimo respiro, padroni di sé.
Buona lettura
