Il Superuomo del Teatro italiano
di Flavio De Marco
Flavio De Marco (Lecce, 1978) è giornalista — direttore responsabile di CorriereSalentino.it – e studioso di teatro, filosofia e beni culturali.
Laureato in Filosofia con pieni voti nel 2003 presso l’Università del Salento, ha completato la formazione con un master in management dei beni culturali.
Fin dagli inizi ha coltivato un interesse “extra-attoriale” per Carmelo Bene: nel 2003 pubblica il videobook Intuizione dedicato al genio teatrale.
Collabora con la compagnia La Calandra e, attraverso l’attrice Marina Tagliaferri (allieva/protagonista beniana), si è avvicinato al Bene “regista” e organizzatore della scena (la sua “macchina attoriale”).
In ambito culturale locale, ha promosso il confronto sul pensiero beniano – anche con conferenze e premi: nel 2006 il libretto Per Elisa, fenomenologia ed Ermeneutica dell’Eros venne presentato nella “Città del Libro” di Campi Salentina, insieme al conferimento di una targa di riconoscimento per il suo impegno culturale. (Questo riconoscimento fu accordato dall’amministrazione comunale con il patrocinio della Camera dei Deputati.)
Il saggio di Flavio De Marco, Carmelo Bene. Il Superuomo del Teatro Italiano (Passaggio al Bosco, collana Bastian Contrari), è un viaggio lucido e visionario dentro l’enigma di un artista che ha fatto del teatro un esperimento metafisico.
L’autore affronta Bene come si entra in un labirinto, seguendo le tracce di una voce che non vuole essere ascoltata ma dissolta, come un suono che torna all’origine.
Il progetto editoriale che ospita il volume, ispirato all’opera di Ernst Jünger Der Waldgang, è una dichiarazione di indipendenza intellettuale: resistere al pensiero unico, cercare nuovi ordini di significato, opporsi alla pigrizia delle idee e all’automatismo delle masse.
In questa chiave, De Marco scrive per chi non si accontenta di capire ma vuole oltrepassare, rivolgendosi al lettore “ribelle”, a colui che si sottrae al conformismo della comprensione facile.
Il suo Carmelo Bene è anzitutto un filosofo travestito da attore, un nietzschiano che ha fatto della scena un campo di battaglia contro la rappresentazione.
Lungi dal teatro come mestiere, Bene smonta la macchina scenica per ritrovare il gesto puro, il linguaggio prima del linguaggio.
Nei suoi spettacoli non c’è trama, ma ritmo; non un personaggio, ma un suono che vibra, si ritrae, si annulla.
La “macchina attoriale”, come la definì Piergiorgio Giacché, è per De Marco la chiave della poetica beniana: un corpo che si separa dalla voce, una voce che non comunica ma accade, spinta all’indietro fino a liberarsi dal senso.
L’attore scompare per lasciare spazio all’evento, e l’evento è il miracolo del nulla che si fa presenza.
Il cinema di Bene – da Nostra Signora dei Turchi in poi – prosegue questa sottrazione: un racconto frantumato, immagini-cristallo che annullano il tempo cronologico per affermare un presente assoluto, un eterno ritorno della visione.
L’arte, per Bene, è un atto di eccesso e non di produzione.
“L’opera è un escremento”, diceva, perché ciò che conta è l’atto creativo, non il suo residuo.
De Marco raccoglie questo paradosso e lo sviluppa con voce limpida e appassionata: il genio è colui che eccede le sue opere, che non si lascia chiudere nella forma, che continua a spingersi oltre, anche a costo di sparire.
La sua critica al giornalismo e alla cultura di superficie è feroce e ancora attuale: il critico, dice Bene, “dorme nel letto dell’artista”, ne addomestica l’irrequietezza.
Nella parte più lirica del volume, De Marco torna al Sud, al “Sud del Sud dei Santi”, dove Bene cercava la sua fede rovesciata, fatta di silenzio e ironia.
È qui che il suo teatro diventa preghiera, il nulla si trasforma in grazia, e l’ignoranza del santo di Copertino – che vola senza capire – diventa metafora dell’artista che si solleva oltre il sapere.
“Io non sono io e non voglio esserlo”, scriveva Bene: una formula mistica, ma anche una lezione estetica, quella dell’autore che si cancella per lasciare parlare la voce del mondo. Nella conclusione, De Marco non costruisce un monumento ma un varco.
Il suo Bene non è un’icona, ma una soglia aperta sul mistero dell’arte come atto di liberazione.
In un tempo in cui tutto deve spiegarsi e mostrarsi, il pensiero beniano – restituito qui con rigore e sensibilità letteraria – ci ricorda che la vera arte non consola, non educa, non comunica: semplicemente accade.
E quando accade, fa tremare le certezze.
Buona lettura.
