ALLEATI DIGITALI

Condividi questo articolo:

Tempo di lettura: 3 minuti

di Guido Saracco

La nostra IA personale

Guido Saracco (Torino, 1961) è un accademico e tecnologo di chiara fama, già Rettore del Politecnico di Torino nel sessennio 2018-2024. Ingegnere chimico di formazione, ha dedicato la sua carriera non solo alla ricerca scientifica d’avanguardia, ma anche alla riforma dei paradigmi pedagogici, promuovendo una feconda ibridazione tra le “scienze dure” e le humanities (la sintesi tra “fuzzy” e “techie”). Intellettuale impegnato nel dibattito civile e politico, Saracco si distingue per una visione “umanocentrica” del progresso, volta a declinare l’innovazione tecnologica come strumento di emancipazione sociale e sovranità digitale.

La nostra IA personale, fa una cosa rara: prende l’argomento più inflazionato del nostro tempo – l’intelligenza artificiale – e lo restituisce alla sua dimensione più antica, quella della domanda su chi siamo.

Non scrive un manuale per smanettoni né un prontuario per entusiasti del chip sottopelle.

Scrive, piuttosto, un piccolo trattato sull’evoluzione umana, dove l’Homo sapiens lascia spazio all’Homo discens: non più soltanto l’uomo che sa, ma l’uomo che impara in compagnia.

L’alleato digitale che immagina non è un oracolo siliconico né un padrone invisibile.

un compagno di banco permanente, un ciondolo o un orologio che registra, suggerisce, ricorda. Una sorta di coscienza di riserva, ma senza pretese divine.

Se il computer corre alla velocità di un battito di ciglia elettronico e il cervello umano procede al ritmo più lento delle sinapsi, resta il fatto che quei venti watt scarsi che alimentano la nostra scatola cranica producono ancora la meraviglia dell’intuizione, dell’ironia, del dubbio.

Saracco non mette in gara silicio e neuroni: li invita a un matrimonio di interesse, dove la dote è la consapevolezza.

L’alleato diventa così una “copia carbone” dei nostri processi cognitivi, un archivista discreto della nostra biografia mentale.

Non decide al posto nostro, ma ci punzecchia come un Socrate tascabile: sei sicuro?

Hai considerato l’altra ipotesi? E se stessi sbagliando? In un’epoca che ci offre risposte preconfezionate prima ancora che formuliamo la domanda, l’idea di una macchina che coltiva il dubbio suona quasi rivoluzionaria.

Non manca, nel libro, una certa diffidenza verso i Golia digitali. I social come miele che incolla le ali, le piattaforme come miniere che estraggono il nostro tempo e il nostro ingegno.

Saracco parla senza alzare la voce, ma il bersaglio è chiaro: un capitalismo della sorveglianza che trasforma ogni clic in materia prima.

L’alternativa non è il ritorno alla candela, bensì una sovranità digitale fondata su software aperti, hardware frugali, dati opachi al mercato e trasparenti al legittimo proprietario: noi. Una Davide contro Golia combattuta non con la fionda, ma con il codice.

Il cuore più vivo del saggio pulsa nella scuola.

Qui l’IA non deve sostituire lo studente, ma complicargli la vita nel modo giusto.

Saracco conia la “neocognizione”: non un cervello aumentato che delega, bensì una mente che si allena grazie alla frizione con l’algoritmo.

L’errore torna a essere un maestro, non una colpa da nascondere. E le humanities, date troppe volte per defunte, si prendono la rivincita: senza filosofia, etica, diritto, l’algoritmo resta un motore potente senza volante.

Poi c’è la parte più delicata, quella che sfiora i neuro-diritti e perfino il fine vita digitale.

L’alleato, custode silenzioso dei nostri pensieri, potrebbe sopravvivere al corpo, offrendo ai posteri non un album di fotografie ingiallite ma una proiezione dinamica del nostro modo di ragionare. L’idea affascina e inquieta insieme: non un fantasma nella macchina, ma una memoria che continua a dialogare.

Saracco evita sia l’entusiasmo messianico sia il luddismo da barricata. Con un tono sobrio, quasi piemontese nella misura, ricorda che la tecnologia è sempre un atto politico e morale prima che tecnico.

L’intelligenza artificiale, sembra dirci, non è il destino: è uno strumento.

E il punto non è quanto sarà intelligente la macchina, ma quanto resteremo vigili noi. Perché alla fine, nel ciclo dell’innovazione, l’umano non può essere un accessorio.

Deve restare il regista.

Buona lettura.

 

Vincenzo Candido Renna

 


Contatta
il nostro studio.

Iscriviti al canale YouTube

Seguici sui Social:

Altri articoli della stessa categoria:

Fine degli Articoli relativi a questa Categoria

LE TUE PRATICHE dove vuoi quando puoi