di Guerino Nuccio Bovalino
L’umanità tra mistica e cultura digitale
Se vi va di capire come siamo finiti in questo casino esistenziale, tra video di gattini e crisi di panico, allora “Algoritmi e preghiere” di Guerino Nuccio Bovalino potrebbe essere la lettura che fa per voi. Non è un manuale su come farsi l’algoritmo amico, ma un viaggio allucinato attraverso secoli di delusioni umane, dalla morte degli dèi all’avvento degli ologrammi. Bovalino, con la grazia di un sociologo che si è fatto troppe domande, smonta pezzo per pezzo la nostra fissa per la tecnologia, che promette felicità ma ci regala solo nuove forme di controllo e solitudine. Il libro è una disamina delle “esistecniche,” quelle forme tecnologiche, religiose o scientifiche che l’uomo elabora per ottenere una presa, seppur illusoria, sulla realtà e per eludere il caos originario.
Il libro parte forte, con una prefazione dal futuro firmata da Andromeda Maria Eve, un espediente narrativo che suggerisce una prospettiva post-umana, e poi vi sbatte in faccia il fatto che abbiamo sempre proiettato i nostri desideri su qualcosa di nuovo, che fossero templi, macchine o l’Intelligenza Artificiale. La maschera futurista diventa un’icona di questo vuoto che cerchiamo di riempire. Inutile girarci intorno, il punto è sempre lo stesso: la nostra ricerca di senso è indissolubilmente legata alla voglia di potere. E così, dal dio guerriero passiamo al mostro industriale, per finire nell’ologramma che ci dice cosa guardare su Netflix.
Quando arriviamo ai “Mostri“, Bovalino ci fa notare che la mostruosità non è più roba divina, ma un mix disfunzionale tra l’umano e l’inorganico, che si manifesta in figure come Frankenstein o il doppio di Dr. Jekyll e Mr. Hyde. L’era digitale, poi, ha reso la deformità sinonimo di autenticità, con il Joker (2019) che incarna il mostro della società dello spettacolo che vende la sua “sincerità” in un mondo di fakenews.
Passiamo poi agli “Androidi”, dove Bovalino analizza la nostra “società schizomediatica”, quella in cui lo schermo del cellulare diventa un buco nero che ci risucchia, annullando la distinzione tra reale e virtuale.
La pandemia ci ha trasformato in un’umanità “touch-screen“, mostrandoci che, nonostante i nostri deliri di onnipotenza, la morte ha ancora la sua parola da dire.
Poi si arriva agli “Ologrammi”, e qui l’utopia di internet come terra di libertà crolla miseramente. Il web si trasforma in un “imperialismo” delle piattaforme dove il “capitalismo triste e crepuscolare” ha preso il posto del sogno di felicità.
Il progetto Meta di Zuckerberg è l’ennesimo tentativo di metterci il guinzaglio, con la scusa di “nuove convenzioni sociali”. Per fortuna, la pandemia è presentata come un “mediashock” che ci ha sbattuto in faccia la nostra fragilità, ridefinendo il periodo storico come “virale”. Bovalino parla di “bioglobalizzazione”, dove la natura assume un ruolo primario e detta le regole globali, superando le volontà umane.
Ci suggerisce un ritorno a un “misticismo terrestre”, che ci spinge a ritrovare il senso nelle “piccole cose”, come il contadino di De Martino. L’analisi del “crepuscolo del sogno tecnologico” evidenzia come serie TV come “Black Mirror” e “Squid Game” siano manifesti di questa distopia, dove il capitalismo è diventato una religione e la lotta per la sopravvivenza è ridotta a un gioco crudele. Bovalino cita Shoshana Zuboff e il suo “capitalismo della sorveglianza,” che usa il “surplus comportamentale” per prevedere e direzionare i nostri comportamenti futuri.
Infine, l’Intelligenza Artificiale, il nostro nuovo oracolo e profeta, che ci promette di prevedere ogni nostra mossa. Il successo di “Oppenheimer” e “Barbie” è letto come una rappresentazione della fine dell’innocenza e del trionfo dell’inorganico.
Ma Bovalino è chiaro: l’IA è solo un nostro riflesso, non può darci quello che cerchiamo. Per questo il futuro, se ce n’è uno, sarà una “coincidentia oppositorum“, un casino in cui dovremo far convivere algoritmi e preghiere. L’epilogo ci invita ad “abitare il vuoto,” a confrontarci con l’incomprensibile e a rifiutare le maschere e le illusioni. È un libro denso e pieno di riferimenti, che ti sbatte in faccia il nostro fallimento e, allo stesso tempo, ti suggerisce che forse c’è un modo per non finirci male
Buona lettura.
