PEZZOTTO: SI CERCA IL TRIPLICE FISCHIO FINALE

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Essere tifosi o semplici appassionati di calcio è un lusso che si possono permettere solo gli spettatori più benestanti.

I costi degli abbonamenti TV delle piattaforme che trasmettono in diretta gli eventi continuano a subire aumenti ed anche lo “spezzatino” di concessioni di fatto non crea concorrenza quanto, anzi, un cartello dove i grandi broadcaster la fanno sostanzialmente da padrone.

E quindi? Centinaia di migliaia, se non milioni di tifosi e spettatori, fruiscono ancora dell’alternativa economica, assolutamente a buon mercato che è offerta da organizzazioni criminali di tutto il mondo: il “pezzotto”, ovvero un dispositivo, solitamente un decoder, utilizzato per accedere in modo illegale a contenuti televisivi a pagamento.

In pratica, permette di vedere canali come Sky, DAZN, Netflix o altri servizi simili senza sottoscrivere un abbonamento regolare.

 

Ma cosa comporta utilizzare il pezzotto?

Utilizzare il pezzotto comporta diversi rischi. Innanzitutto, si rischia di incorrere in sanzioni economiche, anche se l’utente finale non è direttamente perseguito penalmente.

Inoltre, la qualità del servizio offerto dai pezzotti è spesso inferiore rispetto a quella dei servizi legali, con frequenti interruzioni e buffering.

Un altro rischio considerevole è quello di contrare malware o virus che possono danneggiare il proprio dispositivo.

Infine, si contribuisce a finanziare attività criminali e si rischia di accedere a contenuti illegali.

 

Come funziona il pezzotto?

Grazie a software specifici e all’utilizzo di codici e liste IPTV (Internet Protocol Television, cioè TV che trasmettono in streaming su internet), questi dispositivi riescono a ricevere e decodificare il segnale televisivo in modo illegale.

In pratica, il pezzotto si collega a internet e, attraverso una rete di server, accede a contenuti protetti da copyright senza che l’utente debba sottoscrivere un abbonamento regolare.

Il segnale televisivo viene poi trasmesso al televisore, permettendo di guardare canali e contenuti a pagamento senza pagare.

Questo, talvolta, è possibile “nativamente” anche su smart TV che abbiano la capacità di installare software (app), generalmente dotate di sistema operativo Android e che, quindi, non necessitano di collegare appositi decoder, in quanto ne possiedono già uno interno capace di usare liste di IPTV.

 

Il contrasto alla pirateria tramite il “Piracy Shield

Il Piracy Shield della Lega Calcio Italiana è un sistema complesso e dinamico, progettato per individuare e contrastare la diffusione illegale delle partite di Serie A sul web.

Attraverso l’utilizzo di sofisticate tecnologie di monitoraggio, il sistema scandaglia costantemente la rete alla ricerca di siti e piattaforme che trasmettono illegalmente i contenuti calcistici.

Una volta individuati i contenuti pirata, la Lega Calcio Italiana agisce prontamente richiedendo la loro rimozione ai provider di servizi internet e alle piattaforme online, avvalendosi delle procedure legali previste dal Digital Millennium Copyright Act (DMCA).

La collaborazione con le forze dell’ordine è un altro pilastro fondamentale del Piracy Shield.

La Lega Calcio Italiana lavora a stretto contatto con le autorità competenti per identificare e perseguire i responsabili della diffusione illegale dei contenuti.

Parallelamente all’azione repressiva, il Piracy Shield svolge un’importante attività di sensibilizzazione, informando il pubblico sui rischi legati alla pirateria e sull’importanza di consumare contenuti in modo legale.

Nonostante gli sforzi profusi, la pirateria online rimane un fenomeno difficile da eradicare completamente.

L’evoluzione continua delle tecniche di pirateria e la vastità del web rappresentano una sfida costante per il sistema di protezione della Lega Calcio Italiana.

Tuttavia, il Piracy Shield rappresenta uno strumento essenziale per tutelare i diritti d’autore, combattere la criminalità organizzata e garantire la qualità dei contenuti offerti ai tifosi.

 

Come gli utenti “pirata” cercano di difendersi?

Chi utilizza il pezzotto spesso ricorre anche all’utilizzo di una VPN per mascherare la propria identità online e rendere più difficile il tracciamento delle proprie attività.

La VPN, infatti, crea una sorta di tunnel virtuale criptato che nasconde l’indirizzo IP reale dell’utente, sostituendolo con quello del server VPN. In questo modo, risulta molto più difficile risalire all’utente finale e associarlo all’utilizzo illegale del pezzotto.

Un altro motivo per cui si utilizza la VPN in combinazione con il pezzotto è la possibilità di aggirare le restrizioni geografiche imposte da molti servizi di streaming.

Connettendosi a un server VPN situato in un paese dove il contenuto desiderato è disponibile, l’utente può accedere a contenuti che altrimenti sarebbero bloccati nel suo paese d’origine.

Infine, la VPN offre un ulteriore livello di privacy, criptando il traffico dati e rendendo più difficile intercettare e decifrare le informazioni trasmesse.

È importante sottolineare che l’utilizzo combinato di pezzotto e VPN per accedere a contenuti illegali è un reato. Nonostante questi strumenti offrano un certo grado di anonimato, le autorità hanno a disposizione tecnologie sempre più sofisticate per individuare e perseguire gli utenti che violano la legge.

 

Houston, c’è un problema.

Se è vero che gli utenti che usano il pezzotto si celano dietro una VPN, è altrettanto vero che le VPN non hanno per clienti solo coloro che intendono vedere contenuti illegali ma, anzi, vedono la maggioranza di utenti che le usano per lo scopo per cui sono nate le VPN: garantire Privacy, sicurezza, accesso a contenuti bloccati nel proprio Paese o censurati (si pensi a nazioni in cui la censura colpisce siti d’informazione giornalistica libera).

Per questo “bloccare” senza contraddittorio le VPN corre il serio rischio di colpire innocenti. Come fermare tutti coloro che percorrono la stessa strada di chi è passato con il rosso.

Ed ecco che le VPN si ribellano. Il tribunale di Milano, infatti, lo scorso agosto, ha stabilito che non è possibile imporre a Cloudflare (fornitore di accessi VPN) l’iscrizione a Piracy Shield né tantomeno il divieto di fornire servizi ai siti pirata.

 

E l’AGCOM ora si getta sulle SMART TV

Quando non si trovano soluzioni, si cercano sbattimenti. E già, è questa l’impressione sull’ultima fulminante idea dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) che ha deciso di estendere il proprio raggio d’azione, puntando il dito contro le smart TV e le applicazioni IPTV che consentono la visione di materiale protetto da copyright senza autorizzazione.

L’obiettivo dell’AGCOM è quello di bloccare all’origine la possibilità di installare sulle smart TV applicazioni che permettono di accedere a flussi illegali, come quelli associati al cosiddetto “pezzotto”.

In particolare, il Garante starebbe valutando di collaborare con i principali produttori di smart TV, come Samsung e LG, per impedire l’installazione di queste app sui loro dispositivi.

Mica il problema è lo stesso…? Mettiamo che un consumatore acquisti una smart TV Samsung o LG e che, nel suo uso, voglia tutelare la sua privacy con una VPN o poter installare app per la visione di IPTV di liste free (quindi non “pirata”).

Ad esempio, io pugliese trapiantato a Milano vorrei vedere in streaming le TV locali che trasmettono online e quindi voglio installare una lista IPTV legale, free e voglio anche essere tutelato nella mia privacy usando una VPN. Perché è un problema?

 

La questione è grave ma non è seria.

Chiaro che questa decisione ha suscitato un ampio dibattito nell’opinione pubblica. Da un lato, c’è chi sostiene che le applicazioni IPTV gratuite siano ormai sinonimo di pirateria e che vadano quindi eliminate. Dall’altro lato, vi è chi sottolinea come queste app possano essere utili in zone non coperte dal digitale terrestre, consentendo l’accesso a contenuti legali e gratuiti.

E quindi buttiamo via il bambino con l’acqua sporca.

Certo la questione è grave e coinvolge diversi aspetti: la tutela dei diritti d’autore, la libertà di scelta dei consumatori e le esigenze di un mercato sempre più competitivo. È indubbio che la diffusione della pirateria danneggia l’industria dell’audiovisivo e penalizza chi produce contenuti originali.

Tuttavia non è seria dato che è altrettanto vero che molti consumatori trovano i costi degli abbonamenti alle pay-TV eccessivi e sono alla ricerca di alternative più economiche.

In questo scenario, l’AGCOM si trova a dover trovare un equilibrio tra la necessità di combattere la pirateria e quella di garantire ai consumatori la possibilità di accedere a una vasta gamma di contenuti a prezzi accessibili.

La strada da percorrere è ancora lunga e tortuosa, ma è evidente che la lotta alla pirateria online rappresenta una delle principali sfide del nostro tempo.

 

Gianpaolo Santoro

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