NON DIAMOCI DEL TU

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Tempo di lettura: 4 minuti

di Giuseppe Benedetto

La separazione delle carriere

 

GIUSEPPE BENEDETTO, avvocato, Presidente della “Fondazione Luigi Einaudi”, professore di diritto costituzionale Università – LUM Bari, È stato componente della Commissione disciplinare della Figc (Federazione Italiana Gioco Calcio) dal 2002 al gennaio 2003; da tale ultima data, e sino al 15 Luglio 2006, è stato Giudice Unico Nazionale per lo stesso settore.

 

In questa recensione mi sono attenuto a ricostruire con fedeltà il testo, scegliendo consapevolmente di non dichiarare né adesione né dissenso, e lasciando al lettore la decisione di chiamare necessaria o discutibile la tesi dell’autore.

In qualità di osservatore delle dinamiche istituzionali, mi accosto a Non diamoci del tu – La separazione delle carriere di Giuseppe Benedetto (Rubbettino) come si entra in una città murata: non per contare le pietre, ma per capire da quale fessura passi l’aria.

Questo libro, pur dichiarandosi saggio giuridico, si comporta come un congegno narrativo e civile insieme: è un atlante della giustizia italiana disegnato con la pazienza dell’argomentazione e l’urgenza di chi ha visto troppe volte l’ingranaggio girare contro il cittadino, e io mi limito a seguirne le linee, a riportarne le connessioni, senza trasformare la mappa in sentenza.

Benedetto, penalista e Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, mette al centro quella che definisce una singolarità nazionale, quasi una creatura endemica: giudice e accusatore, pur interpretando parti opposte nel teatro processuale, appartengono allo stesso ordine, e questa prossimità – che per i custodi del sistema è prassi, per l’imputato diventa presagio – assume nel suo discorso la forma di una patologia; ed è qui che il titolo, Non diamoci del tu, smette di essere trovata e diventa formula di igiene istituzionale, richiesta di una distanza necessaria affinché l’imparzialità non sia soltanto un principio scritto ma una percezione condivisa.

L’autore insiste sulle scene laterali, i corridoi, le pause d’udienza, la familiarità che passa tra toghe come una moneta senza impronta, e il lettore avverte quella confidenza con lo stesso disagio di chi, seduto in tribunale, vede l’arbitro scambiare pacche sulle spalle con l’attaccante: non serve che ci sia malafede, basta che ci sia prossimità; e io registro questa immagine come si registra un fenomeno atmosferico, senza dire se la considero nube o semplice foschia.

In questa linea si innesta la prefazione di Carlo Nordio, che fa da cerniera tra diagnosi e conseguenze: l’unità delle carriere, nel suo riflesso lungo, trascina con sé ombre note – custodia cautelare abusata, autoreferenzialità, correntismo – come se un difetto d’origine contaminasse le stanze successive del palazzo.

Il libro procede per contrasti, e lo fa con una chiarezza che ha qualcosa di cartografico: da un lato il modello inquisitorio (il Codice Rocco del 1930), evocato come espressione dello Stato assoluto, dove il giudice non è terzo ma protesi del potere e la verità è una statua da scolpire anche a colpi di scalpello sui diritti della difesa; dall’altro il modello accusatorio (Codice Vassalli del 1988), dove il processo diventa “dramma” in senso pieno, con accusa e difesa poste su un piano di parità davanti a un giudice che, per essere davvero giudice, deve restare solo, come un punto fermo nel mezzo del movimento.

Benedetto sostiene che la svolta del 1988 – e perfino l’innesto costituzionale del “Giusto Processo” nell’articolo 111 – non abbia completato la metamorfosi: il sistema è rimasto monco, ibrido, una figura composta da due animali che tirano in direzioni diverse, perché sulla carta i ruoli sono separati mentre nella vita istituzionale convivono dentro un solo CSM, dove giudicanti e requirenti decidono insieme delle rispettive carriere, come se il confine fosse tracciato con inchiostro simpatico, visibile solo a tratti.

Ciò che rende l’opera più di un’invettiva è che l’autore non si ferma al gesto di indicare la crepa: propone, riprendendo e articolando i punti della proposta di legge costituzionale d’iniziativa popolare del 2017 e disponendoli come elementi di una riforma possibile: due CSM distinti, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, per sottrarre la giurisdizione all’influenza della “cultura dell’accusa” e spezzare la logica correntizia che trasforma il merito in geografia di appartenenze; e una revisione dell’articolo 112 della Costituzione, per razionalizzare l’obbligatorietà dell’azione penale, che nella prassi – argomenta Benedetto – si converte spesso in discrezionalità non controllata, una sorta di libero arbitrio amministrato senza contrappesi.

Notevole è anche lo sguardo internazionale, che funziona come specchio capace di smentire un alibi: la separazione delle carriere non appartiene solo al mondo anglosassone, ma attraversa modelli continentali diversi; Benedetto convoca Germania, Francia e Portogallo e mostra come, altrove, la distinzione istituzionale dei ruoli sia condizione dell’autonomia della giurisdizione.

La conclusione ha il passo di una lezione morale più che giuridica, e qui il libro si avvicina al suo nucleo più sciasciano: citando Leonardo Sciascia, l’autore ricorda che giudicare i propri simili dovrebbe essere vissuto come una dolorosa necessità, radicata nel dubbio e non nel piacere del comando; e se il dubbio è la virtù del giudice, allora ogni architettura che lo esponga alla tentazione dell’identificazione con l’accusa ne compromette la funzione prima ancora che la reputazione.

In questo senso Non diamoci del tu diventa un testo essenziale per comprendere perché in Italia la giustizia sia percepita – troppo spesso – come campo di battaglia politico più che come servizio, ed è un invito a rovesciare il baricentro, a passare dal “principio di autorità” al principio di libertà, restituendo al giudice il suo ruolo di arbitro terzo, solingo, non per superbia ma per garanzia; e io, fedele alla scelta di non apporre un sigillo, mi limito a esporre questa architettura come si espone un plastico, lasciando che sia il lettore a giudicare se sia progetto di ricostruzione o semplice disegno polemico.

E se volessimo tradurre in una figura l’argomento di Benedetto, potremmo immaginare quella partita di calcio in cui arbitro e attaccante arrivano sullo stesso pullman, portano il medesimo distintivo sociale e, finita la gara, devono votarsi a vicenda per la promozione: anche se l’arbitro fosse integerrimo, l’idea stessa dell’imparzialità si incrinerebbe negli occhi di chi guarda, perché la giustizia, prima ancora d’essere fatta, deve poter essere creduta.

 

Buona lettura.

 

Vincenzo Candido Renna

 


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