di Cesare Salvi
LA DESTINAZIONE UNIVERSALE DEI BENI E I SUOIO NEMICI
Cesare Salvi non è soltanto un custode dei codici, ma un tessitore di pensieri che legano il diritto alla vita. Professore ordinario di Diritto civile dal 1979, ha attraversato i palazzi della politica come senatore tra il 1992 e il 2008, ricoprendo incarichi istituzionali e di governo. In questo volume, torna alle radici della sua ricerca per interrogarci su un concetto che diamo per scontato, ma che definisce chi siamo: il confine tra il “mio” e il “nostro”.
C’è una parola che impariamo a pronunciare quasi prima di “mamma”: è “mio”.
È il grido del bambino che stringe un giocattolo al petto, l’istinto primordiale di chi traccia un cerchio intorno a sé per sentirsi, finalmente, al sicuro.
Ma quello che Cesare Salvi ci racconta nel suo ultimo, denso saggio, “L’invenzione della proprietà”, è che quel cerchio non è un fatto di natura, ma un ricamo della storia. Una costruzione dell’ingegno umano, affascinante e terribile come tutte le invenzioni che cambiano il destino del mondo.
Salvi ci prende per mano e ci riporta al 1789, tra le fiamme della Rivoluzione Francese.
Prima di allora, la proprietà era un bosco intricato di doveri e diritti feudali; poi è arrivato Napoleone con il suo Codice del 1804 e ha trasformato tutto in un prato recintato, dove il proprietario è l’unico sovrano “nella maniera più assoluta”.
È quella che l’autore definisce la “grande demarcazione”: il momento in cui l’uomo moderno ha deciso che la libertà non era più un respiro comune, ma il “pacifico godimento dell’indipendenza privata”.
Il libro non è però un polveroso esercizio di stile per giuristi.
È un grido d’allarme che risuona tra i bit della rete e i brevetti dei farmaci. Salvi ci mostra come quel vecchio egoismo ottocentesco si sia oggi travestito da “neoproprietarismo”.
Un sistema dove persino i nostri dati personali diventano miniere da scavare e dove la finanza crea beni virtuali, distanti anni luce dalla fatica della terra.
Ma c’è una luce che filtra tra le pagine, ed è quella della “destinazione universale dei beni”.
È un concetto antico, che profuma di Vangelo e di terra condivisa, riproposto con forza dalle encicliche di papa Francesco. Salvi ci sfida a chiederci: può un mondo reggersi se il diritto di alcuni diventa il recinto che esclude tutti gli altri?.
Attraversando i secoli, da Platone a Marx, l’autore ci ricorda che la proprietà non è un dogma intoccabile, ma un “fascio di diritti” che la democrazia ha il dovere di regolare per il bene comune.
La crisi della pandemia e l’emergenza climatica ci hanno insegnato, a caro prezzo, che nessuno si salva da solo dietro il proprio steccato.
In buone lettere, Salvi ci invita a una rivoluzione culturale.
Non si tratta di abolire il “mio”, ma di ritrovare il senso del “nostro”. Perché, alla fine della giornata, la vera ricchezza non è ciò che stringiamo tra le mani, ma ciò che siamo capaci di mettere a disposizione degli altri per rendere il mondo un posto meno simile a una cassaforte e più simile a una casa.
Un libro che è una bussola per non smarrire l’umanità nel labirinto degli algoritmi e dei patrimoni.
Buona lettura.
