di FRANCESCO MANDOI
Francesco Mandoi, dal 1994 ha operato presso la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Potenza e successivamente è stato capo della Segreteria del Senatore Giuseppe Ayala al Ministero della Giustizia.
Dal 1999 al 2018 ha ricoperto il ruolo di Sostituto Procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, dove si è occupato di progetti internazionali di contrasto alla criminalità organizzata in Albania, Nigeria, Colombia e Macedonia. Tra il 2010 e il 2018 ha maturato una significativa esperienza internazionale come Procuratore EULEX a Pristina, in Kosovo, e come magistrato di collegamento presso il Ministero della Giustizia della Repubblica d’Albania
Un magistrato depone la corazza istituzionale per offrirci l’anatomia di un uomo.
Raro è il libro che, con simile pudore ferito, riesca a scoperchiare la verità più cruda e disadorna di chi ha votato la propria esistenza a combattere l’ombra con le sole armi della legge.
Né eroe, né guerriero, più che un memoir, è un diario in controluce, un referto d’anima che porta impresse le cicatrici del mestiere, ma senza l’unzione dell’epica né la solennità dell’agiografia. È la confessione misurata d’un cuore esposto ai venti gelidi del pericolo e della solitudine.
Francesco Mandoi, togato tra i togati, compie qui un atto di disarmo morale: si sveste, si svuota, si toglie persino il timbro della propria autorevolezza per restituirci l’uomo, non il simbolo. Rifiuta ogni retorica d’assalto, ogni livrea da cavaliere.
Nel titolo stesso — Né eroe, né guerriero — si condensa il manifesto di un’etica feriale, silenziosa, che non chiede medaglie, ma memoria.
Un altare di volti accesi nel buio
A tenere in piedi questa narrazione non è l’autore, ma una coralità di presenze, un mosaico di nomi e attimi che emergono come ex voto accesi nella penombra.
Cataldo Motta, Antonio De Donno, Sandro Stasi: figure che non si limitano a essere colleghi, ma compagni di veglia, con cui si divide il pane della paura e la veglia della speranza.
Sono i custodi di una fortezza morale assediata dalla notte, e Mandoi li evoca con la gratitudine sommessa di chi sa di dovere molto e di averlo già detto troppo poco.
Commovente — e umano come una carezza inaspettata — il ritratto del commissario Gerardi e della scorta: volti senza volto che diventano familiari nel suono delle sirene e nell’attesa interminabile di una svolta.
L’episodio dell’arresto di De Tommasi a Gallipoli si fa micro-epopea civile, dove l’epica si tinge di quotidiano e il coraggio si misura in respiri trattenuti.
Il giorno che non finisce: 23 maggio 1992
Ma è nella rievocazione di una solitudine storica, quella del 23 maggio 1992, che il libro tocca corde più profonde, più laceranti. Il ritorno da un interrogatorio, la radio accesa, la voce che annuncia Capaci: e l’Italia che cambia volto in un istante.
Mandoi non si abbandona al melodramma: incide le parole come uno scalpello nella pietra, e proprio per questo fa male come solo la verità sa fare. Poi verrà Via D’Amelio, a suggellare che nessuno è al sicuro, nemmeno chi ha scelto di non avere paura.
È qui che si fa largo la fragilità come cifra narrativa e morale. Il magistrato si mostra con i suoi tremiti, le sue febbri, la stanchezza di chi ha visto troppo e può raccontarlo solo in parte. Ma è in questo tremore che la giustizia ritrova la sua nobiltà più autentica: non come statua marmorea, ma come volto segnato dal sonno mancato e dagli occhi sempre aperti.
Liturgie minuscole per resistere
La salvezza, ci dice Mandoi, non è nei proclami ma nei dettagli segreti della resistenza quotidiana. Le partite a calcetto con la scorta — dove la tensione si scioglie in un rigore sbagliato — diventano una specie di messa laica, un inno al corpo che, ancora, si muove.
E i cioccolatini FIAT di Cataldo Motta, consumati accanto a tazzine di caffè sospese tra un verbale e un mandato di cattura, sono più che un rito: sono l’infanzia dell’anima che non vuole morire del tutto.
E poi il liquore al finocchietto di Rocco Gerardi, con il suo sapore agre e selvatico: ogni sorso è un brindisi in codice, un modo per dire — senza dirlo — che si è ancora vivi. Che si può ancora ridere, anche sotto giuramento.
Quando il sangue arriva al Sud
Ma la cronaca incalza, e la SCU tenta il salto di qualità nel buio, emulando, anzi precedendola, per fortuna, senza il medesimo sinistro talento, la strategia stragista di Cosa Nostra.
Gli attentati al Tribunale e alla Questura di Lecce portano il marchio delle bombe palermitane, ma trasposto su una terra che credeva, forse, d’essere periferia. Invece la mappa del terrore è liquida, e ogni frontiera è porosa.
Mandoi racconta questi episodi con una freddezza necessaria, chirurgica, ma il lettore avverte tra le righe il fremito d’un cuore che ha sentito troppo da vicino l’odore del tritolo. La provincia, si capisce, è solo un’illusione geografica: l’inferno può bussare anche alla porta più quieta.
Un fronte che non ha retrovie
Né eroe, né guerriero non è libro nostalgico, né bilancio compiaciuto: è una lanterna accesa nell’oscurità di una lotta ancora aperta. La criminalità cambia pelle, si insinua nei gangli nuovi del potere, ma resta fedele al suo antico proposito: spegnere la fiducia.
Eppure, ci dice Mandoi, c’è chi resiste. Non per vocazione, ma per scelta. Una scelta che si rinnova ogni giorno, ogni ora.
Ecco la lezione più vera di queste pagine: che la legalità non si fonda sugli eroi ma sulle persone stanche, fragili, incerte, che però non cedono. Che la normalità — con i suoi caffè, le sue caviglie slogate, i suoi cioccolatini — è una trincea più forte del panico e della morte.
Un testamento malinconico e necessario
Questo libro non solo andrebbe letto, ma tenuto accanto al comodino come si fa con le cose che ci aiutano a capire chi siamo.
Mandoi ci ricorda, con una scrittura lieve e lancinante, che dietro ogni toga s’intravede un volto, e che la grandezza, quella vera, si annida nell’ostinazione mite di chi crede ancora nelle parole, persino quando intorno urlano le sirene.
È un libro necessario, come lo sono le preghiere laiche, come lo sono i diari di chi non ha mai smesso di ascoltare il battito dell’umano sotto la scorza della funzione. Perché ci ricorda, con voce bassa ma ferma, che anche la giustizia, per durare, ha bisogno d’anima.
Buona lettura

Francesco Mandoi ha presentato “Né eroe né guerriero” a Nardò il 19 giugno
E’ stata un’occasione unica per incontrare Francesco Mandoi, autore di Né eroe né guerriero, un libro che scava nell’anima di un magistrato.
L’appuntamento dello scorso 19 giugno in Piazza Cesare Battisti a Nardò, ha visto dialogare l’autore con Vincenzo Candido Renna, autore della recensione di diritto alla lettura che puoi leggere sopra.
Hanno partecipato anche Giulia Puglia, Assessora alla cultura del Comune di Nardò, e Gianmarco Di Napoli, Direttore del quotidiano “Senza Colonne”.
