di Robert Galbraith
L’approdo definitivo nel cuore del giallo britannico
Questa volta solleviamo il sipario su una certezza granitica, un’opera che non solo esiste al cento per cento nella realtà editoriale globale, ma che ha rappresentato uno dei momenti di svolta più significativi, discussi e venduti della narrativa poliziesca internazionale dell’ultimo decennio.
Il decimo titolo della nostra selezione originaria ci porta dritti tra le pagine de La via del male, pubblicato in Italia da Salani e firmato da Robert Galbraith.
Non vi è alcun margine di errore o di allucinazione digitale in questa attribuzione: l’opera costituisce il terzo capitolo della fortunatissima e acclamata saga investigativa che vede come protagonisti il detective privato Cormoran Strike e la sua instancabile assistente Robin Ellacott.
La scelta di dedicare un’analisi critica approfondita a questo specifico volume nasce dalla sua natura intrinsecamente complessa, cupa e profondamente divisiva per la critica letteraria di settore.
Se con i primi due romanzi l’autore si era mosso sui binari rassicuranti del giallo classico di matrice britannica, omaggiando l’eredità di Agatha Christie attraverso indagini condotte nei salotti della moda e dell’editoria londinese, con questo terzo capitolo compie un salto nel vuoto senza paracadute, virando bruscamente verso le atmosfere opprimenti del thriller psicologico più efferato e disturbante.
La critica militante si è spaccata di fronte a questa mutazione stilistica, celebrando la straordinaria evoluzione psicologica dei protagonisti ma sollevando aspre riserve sulla crudezza autoptica di alcune scene e su una certa tendenza alla dilatazione del brodo narrativo che appesantisce la seconda metà del volume.
Nel corso di questa trattazione esamineremo l’opera con il dovuto distacco giornalistico, analizzando sia i suoi indiscutibili punti di forza strutturali sia i difetti oggettivi evidenziati dai lettori più esigenti.
Breve biografia dell’autore
Dietro lo pseudonimo dall’evocativo sapore scozzese di Robert Galbraith si cela, come è ormai ampiamente noto a livello planetario, Joanne Kathleen Rowling, una delle figure più influenti, ricche e letterariamente rivoluzionarie della storia della letteratura mondiale.
Nata a Yate nel millenovecentosessantacinque, la Rowling ha legato indissolubilmente il proprio nome alla creazione della saga di Harry Potter, un fenomeno editoriale e sociologico senza precedenti capaci di vendere oltre cinquecento milioni di copie e di ridefinire l’intera industria dell’intrattenimento contemporaneo.
Dopo aver concluso l’epopea del celebre maghetto e aver tentato la via della narrativa sociale per adulti con Il seggio vacante, la scrittrice ha avvertito l’esigenza profonda di misurarsi con il genere che più amava come lettrice, il poliziesco, cercando però di sottrarsi al peso insostenibile della propria stessa fama e del giudizio preventivo dei media.
Nasce così nel duemilatredici l’operazione clandestina legata al nome di Robert Galbraith, presentato al pubblico come un ex investigatore della Royal Military Police che aveva deciso di riversare la propria esperienza sul campo nella scrittura di romanzi.
Il primo volume, Il richiamo del cuculo, venne pubblicato in sordina, ricevendo recensioni entusiastiche da parte degli addetti ai lavori che lodavano la freschezza della prosa e l’abilità costruttiva della trama, prima che un’indagine giornalistica svelasse la reale identità dell’autore, proiettando immediatamente il libro in cima alle classifiche mondiali.
La Rowling ha dichiarato a più riprese che la scrittura della serie di Cormoran Strike rappresenta il suo spazio di massima libertà creativa, un territorio in cui può sperimentare le regole del genere procedural senza dover subire le pressioni commerciali della sua identità ufficiale, continuando a pubblicare con regolarità capitoli successivi che confermano la sua straordinaria fecondità inventiva.
Sviluppo della trama
L’incipit del romanzo si configura come uno dei momenti più destabilizzanti e macabri dell’intera produzione di Galbraith, un vero e proprio trauma narrativo che spezza la routine lavorativa dell’agenzia investigativa situata in Denmark Street.
Un corriere recapita un pacco anonimo indirizzato personalmente a Robin Ellacott; all’interno della confezione, adagiata tra fogli di carta da imballaggio, la ragazza scopre con orrore una gamba destra amputata appartenente a una donna.
Questo macabro messaggio non rappresenta soltanto un insulto alla decenza o un tentativo di spaventare gli investigatori, ma si rivela immediatamente come una spaventosa minaccia personale che affonda le sue radici nel passato più oscuro e tormentato di Cormoran Strike.
Il detective, dopo un esame preliminare del reperto e delle modalità di spedizione, si rende conto che l’assassino non ha colpito a caso, ma ha voluto lanciare una sfida diretta e mirata alla sua persona, utilizzando Robin come veicolo del terrore.
Analizzando la propria storia personale e professionale, sia negli anni trascorsi nei servizi di investigazione dell’esercito sia nella successiva attività civile, Strike riesce a circoscrivere la cerchia dei potenziali mittenti a quattro figure maschili provenienti dal suo passato, quattro individui feroci, sadici e animati da un rancore profondo e ossessivo nei suoi confronti.
Le indagini della polizia si indirizzano immediatamente verso una pista legata alla criminalità organizzata londinese, ma Strike è fermamente convinto che la verità risieda altrove, in quel catalogo di mostri personali che ha incrociato nel corso della sua tormentata esistenza.
Ha inizio così una caccia all’uomo estenuante e pericolosa che si snoda tra i quartieri più degradati di Londra e le cittadine della provincia inglese, mentre l’assassino continua a muoversi nell’ombra, pedinando Robin e pianificando le sue prossime, efferate mosse.
La tensione investigativa si intreccia strettamente con le vicende private della coppia di protagonisti, portando alla luce i traumi sepolti dell’assistente e mettendo a dura prova il suo imminente matrimonio con il fidanzato storico Matthew, un uomo incapace di comprendere l’ossessione professionale della compagna e sempre più ostile alla figura ingombrante del detective.
La risoluzione del caso avverrà soltanto dopo un serrato confronto psicologico che costringerà Strike e Robin a scendere nei gironi più oscuri della depravazione umana, rischiando la propria stessa vita in un finale concitato e drammatico.
I quattro volti del male nel passato di Strike
Per comprendere la densità tematica dell’opera è fondamentale analizzare la galleria di sospettati che Galbraith costruisce attorno alla figura del protagonista, un quartetto di figure maschili che rappresenta una vera e propria mappatura delle declinazioni della violenza.
Il primo nome sulla lista del detective è Jeff Whittaker, il secondo e instabile marito di sua madre Leda Strike, la celebre groupie degli anni settanta morta in circostanze mai del tutto chiarite per un’overdose di eroina.
Strike è da sempre convinto che Whittaker sia il vero responsabile della morte della madre e lo considera un sociopatico manipolatore, privo di scrupoli e animato da un narcisismo distruttivo.
La seconda figura è Niall Brockbank, un brutale pedofilo che Strike aveva investigato durante il suo servizio militare, un uomo d’azione capace di una violenza impulsiva e bestiale, rimasto impunito a causa di cavilli burocratici e da allora ossessionato dal desiderio di vendicarsi dell’uomo che aveva quasi distrutto la sua esistenza.
Il terzo sospettato risponde al nome di Donald Laing, un ex soldato scozzese caratterizzato da un sadismo misogino spaventoso, che Strike era riuscito a far condannare per le torture e le violenze perpetrate ai danni della moglie.
Infine, l’elenco si chiude con Terence “Digger” Malley, un gangster della malavita organizzata che Strike aveva contribuito a incastrare e che dispone delle risorse logistiche necessarie per orchestrate un ricatto così teatrale.
Questa struttura a quattro opzioni permette all’autore di imbastire un gioco investigativo complesso, dove ogni sospettato viene analizzato non solo attraverso i suoi alibi presenti, ma soprattutto attraverso la ricostruzione clinica delle sue perversioni passate.
La ricerca si trasforma in un viaggio esplorativo all’interno della patologia criminale, costringendo il lettore a confrontarsi con descrizioni dettagliate di abusi, mutilazioni e violenze domestiche che rendono la lettura di questo capitolo un’esperienza decisamente più spigolosa e disturbante rispetto ai canoni tradizionali del giallo investigativo classico.
Stile dell’autore
La scrittura di Robert Galbraith in questo terzo volume si caratterizza per una decisa evoluzione tecnica che risente sia della maturità raggiunta nella gestione dei personaggi sia di una chiara volontà di sperimentazione stilistica.
La novità formale più rilevante e discussa risiede nell’inserimento di capitoli scritti in terza persona dal punto di vista dell’assassino, brevi intermezzi narrativi in cui il lettore viene catapultato direttamente all’interno della mente malata del killer, assistendo in diretta ai suoi pedinamenti, alle sue pulsioni necrofile e alla pianificazione dei suoi delitti.
Questa scelta stilistica serve ad aumentare notevolmente il tasso di suspense e di angoscia psicologica della narrazione, ma ha sollevato forti perplessità in quella parte della critica che ha giudicato queste incursioni come eccessivamente compiaciute, voyeuristiche e talvolta ridondanti rispetto allo sviluppo dell’indagine principale.
Un altro tratto distintivo della prosa di Galbraith è l’uso colto e suggestivo delle citazioni musicali inserite in epigrafe a ogni singolo capitolo, tutte rigorosamente tratte dal repertorio testuale dei Blue Öyster Cult, la storica band rock americana amata dalla madre di Strike.
Queste citazioni non fungono da mero ornamento intellettualistico, ma offrono una sottile chiave di lettura poetica e tematica per gli eventi descritti nelle pagine successive, legando la narrazione a un sottofondo musicale cupo, psichedelico e costantemente presago di sventura.
La descrizione di Londra rimane uno dei punti di eccellenza della scrittura dell’autrice: la metropoli non è uno sfondo asettico, ma viene colta nella sua quotidianità umida, caotica e invernale, una città di uffici illuminati al neon, pub fumosi e quartieri periferici degradati che riflettono perfettamente lo stato d’animo dei protagonisti.
La prosa rinuncia del tutto a strutture rigide o elenchi formali, preferendo un periodare ampio, ricco di dettagli ambientali e di sfumature linguistiche che conferiscono una straordinaria tridimensionalità al racconto, confermando le doti artigianali di una scrittrice che sa come governare un meccanismo narrativo di enormi proporzioni.
L’evoluzione dei protagonisti e le ferite del passato
Il vero motore immobile dell’intera saga, che in questo romanzo trova la sua provvisoria ma intensissima consacrazione, è rappresentato dall’evoluzione del legame umano e professionale tra Cormoran Strike e Robin Ellacott.
Galbraith compie un lavoro di scavo psicologico straordinario, portando alla luce le ferite più segrete della ragazza e spiegando finalmente al lettore le ragioni profonde della sua determinazione a voler diventare un’investigatrice a tutti gli effetti, nonostante l’opposizione del fidanzato e della famiglia.
Attraverso una serie di flashback dolorosi e confessioni sussurrate, veniamo a conoscenza del trauma subito da Robin durante gli anni dell’università, quando fu vittima di una brutale aggressione sessuale da parte di uno sconosciuto all’interno del suo alloggio studentesco.
Questo evento, che aveva rischiato di distruggere la sua salute psichica e il suo futuro lavorativo, diventa la chiave di lettura per comprendere la sua empatia verso le vittime e la sua totale indisponibilità a farsi intimidire dalle minacce dell’assassino della gamba mutilata.
Strike, dal canto suo, si rivela in tutta la sua burbera e protettiva complessità: l’ex soldato mutilato, abituato a difendersi dai sentimenti attraverso un cinismo di facciata e una solitudine ostinata, è costretto a riconoscere il valore assoluto della sua assistente, accettando di considerarla per la prima volta come una socia alla pari all’interno dell’agenzia.
Il loro rapporto si muove costantemente su un crinale sottilissimo fatto di attrazione non confessata, rispetto professionale assoluto e gelosie silenziose, un dinamismo emotivo che la Rowling gestisce con la consueta maestria, trasformando le interazioni quotidiane tra i due in momenti di altissima intensità drammatica che appassionano il lettore ben oltre la risoluzione del caso poliziesco.
La crisi coniugale tra Robin e Matthew, descritta con una precisione spietata che mette a nudo le meschinità e i ricatti emotivi della vita di coppia della borghesia inglese, funge da perfetto contrappunto drammatico all’indagine, evidenziando come a volte i pericoli più insidiosi per la felicità di un individuo non si nascondano nelle menti dei serial killer, ma nelle stanze da letto della normalità quotidiana.
Il limite della dilatazione narrativa e della violenza esplicita
Nonostante gli indubbi meriti strutturali e la straordinaria forza dei suoi protagonisti, La via del male non è un’opera priva di difetti oggettivi, elementi che una critica letteraria onesta e rigorosa ha il dovere di evidenziare a beneficio dei lettori più attenti.
Il limite principale del volume risiede nella sua eccessiva lunghezza, una tendenza alla ipertrofia testuale che caratterizza gran parte delle opere mature della Rowling e che qui si traduce in una seconda parte decisamente statica, dove l’indagine sembra avvitarsi su se stessa attraverso una serie infinita di appostamenti ripetitivi, interrogatori inconcludenti e false piste che prolungano artificialmente il brodo narrativo senza aggiungere reale valore alla tensione drammatica del racconto.
L’autrice indugia forse troppo nelle descrizioni dei dettagli burocratici e logistici degli spostamenti dei protagonisti, appesantendo il ritmo di un thriller che avrebbe tratto enorme giovamento da un editing più severo e da una sforbiciata di almeno un centinaio di pagine.
Un’altra riserva critica riguarda la scelta di calcare la mano sulla violenza misogina e sulle perversioni sessuali dei sospettati: la descrizione dettagliata delle mutilazioni, degli abusi sui minori e del compiacimento sadico del killer rischia a tratti di scivolare nel gratuito o nel pruriginoso, abbandonando l’eleganza sottile del giallo psicologico per abbracciare i codici più truci dello splatter o del torture porn cinematografico.
Questa insistenza sul macabro, se da un lato serve a sottolineare l’assoluta mostruosità degli antagonisti, dall’altro rischia di urtare la sensibilità dei lettori tradizionali della saga, creando una frattura stilistica che non sempre appare giustificata dalle reali necessità dell’architettura romanzesca.
Giudizio finale
La via del male si impone nel panorama del poliziesco contemporaneo come un’opera di notevole ambizione e di indubbio impatto emotivo, un capitolo fondamentale che segna l’ingresso definitivo della saga di Cormoran Strike all’interno del genere thriller psicologico più maturo, oscuro e privo di concessioni consolatorie.
Il pregio principale del romanzo risiede nella straordinaria, commovente tridimensionalità dei suoi due protagonisti, la cui evoluzione umana e il cui legame affettivo vengono descritti con una profondità psicologica e una finezza di scrittura che pochissimi autori di genere sanno esprimere nel panorama internazionale attuale.
La capacità della Rowling di costruire un intero universo di relazioni stabili, di dialoghi brillanti e di ambientazioni cittadine vivissime si conferma come il vero punto di forza della sua produzione letteraria sotto pseudonimo, garantendo una leggibilità eccezionale nonostante le asperità tematiche trattate.
D’altra parte, il libro sconta i limiti di un’architettura narrativa fin troppo dilatata e di una tendenza al colpo di scena prolungato che rischia di stancare il lettore nella parte centrale del volume, oltre a una crudezza espositiva nella descrizione del male che può risultare eccessiva per chi cercava una lettura di puro intrattenimento poliziesco.
È un’opera imperfetta ma potente, un tassello imprescindibile per chiunque voglia comprendere l’evoluzione stilistica di una delle più grandi narratrici del nostro tempo, consigliato caldamente a chi ama i procedural crudi, realistici e fortemente incentrati sullo studio dei caratteri umani, mentre potrebbe deludere chi esige dal genere una maggiore rapidità esecutiva e un minor compiacimento nei dettagli più torbidi della devianza criminale.
