di Diego De Silva
Il ritorno dell’avvocato più precario d’Italia
Questo capitolo della nostra ricognizione letteraria ci porta finalmente su un terreno solido, indubitabile e certificato al mille per cento dal mercato editoriale e dalla critica militante.
Abbandonate le nebbie dei titoli fantasma nati dai cortocircuiti digitali, ci immergiamo nella realtà pulsante della pagina stampata con uno dei personaggi più amati, scanzonati e intimamente fragili della narrativa italiana contemporanea.
Con il romanzo intitolato I valori che contano (avrei preferito non scoprirli), edito da Einaudi, Diego De Silva compie un’operazione di straordinaria maturità artistica, riportando in scena la sua creatura più celebre, l’avvocato Vincenzo Malinconico, e scaraventandola in un turbine di eventi dove la commedia legale si fonde, per la prima volta in maniera così dirompente, con il dramma esistenziale e la vulnerabilità del corpo.
La scelta di esaminare questo specifico testo risiede nella sua natura di spartiacque: se nei capitoli precedenti Malinconico ci aveva abituati a un filosofeggiare brillante, a tratti inconcludente, utile soprattutto a fuggire dalle responsabilità della vita adulta e dalle aule di giustizia in cui si muove come un corpo estraneo, qui il protagonista è costretto a fermarsi, a guardarsi dentro e a fare i conti con la fragilità della condizione umana.
La critica ha salutato questo lavoro come il romanzo della maturità della saga, un testo capace di far ridere a crepapelle e, un rigo dopo, di stringere la gola in un nodo di commozione autentica, dimostrando come l’ironia non sia un modo per sottrarsi alla realtà, ma l’unico strumento civile per sopportarne il peso quando questo si fa intollerabile.
Breve biografia dell’autore
Diego De Silva nasce a Napoli nel millenovecentosessantaquattro e si afferma nel corso degli anni come una delle voci più originali, versatili e riconoscibili della narrativa italiana, capace di spaziare con disinvoltura dal realismo tragico della criminalità organizzata alla commedia di costume venata di riflessione filosofica.
Il suo esordio letterario avviene nei primi anni duemila, ma è con il romanzo Certi bambini, pubblicato nel duemilatue, che lo scrittore attira l’attenzione della critica e del grande pubblico, offrendo un ritratto crudo, poetico e privo di retorica della criminalità minorile a Napoli, un’opera di tale potenza visiva da essere immediatamente trasposta sul grande schermo in un film pluripremiato diretto dai fratelli Frazzi.
La svolta stilistica e commerciale giunge nel duemilasette con la pubblicazione di Non avevo capito niente, romanzo che introduce per la prima volta il personaggio di Vincenzo Malinconico e che ottiene un successo travolgente, entrando nella cinquina dei finalisti del Premio Strega e vincendo il Premio Selezione Campiello.
Da quel momento, la carriera di De Silva si lega indissolubilmente a questo avvocato d’insuccesso, protagonista di una fortunata serie di volumi che comprende titoli come Mia suocera beve, Sono contrario alle emozioni, Divorziare con stile e, successivamente, Sono felice, dove siete, consolidando un fenomeno editoriale capace di trasformarsi anche in una fortunata trasposizione televisiva per le reti Rai.
Oltre alla sua attività di romanziere, De Silva è un apprezzato sceneggiatore, autore teatrale e saggista, collabora stabilmente con diverse testate giornalistiche nazionali e si distingue per una costante ricerca linguistica che fa della digressione, dell’aforisma fulminante e dell’indagine psicologica i propri marchi di fabbrica indubitabili, posizionandolo al vertice della letteratura umoristica e civile del nostro Paese.
Sviluppo della trama
L’innesco narrativo di questo capitolo è fulmineo e si colloca perfettamente nel solco delle situazioni paradossali che sembrano perseguitare la vita del protagonista.
La vicenda si apre sul pianerottolo dell’abitazione di Vincenzo Malinconico, dove una ragazza seminuda, che indossa soltanto le mutande e assomiglia a una bizzarra versione di Pippi Calzelunghe priva di trecce, bussa disperatamente alla sua porta chiedendo rifugio e protezione.
La giovane è appena sfuggita a una retata della polizia all’interno di un bordello clandestino allestito al quarto piano dello stesso palazzo, e l’avvocato, cedendo a un misto di solidarietà umana, pigrizia e incapacità intrinseca di dire di no alle stranezze del mondo, decide di accoglierla nel proprio appartamento.
Questo gesto di immediata e maldestra ospitalità si trasforma in un boomerang giudiziario e personale quando Malinconico si ritrova a dover mentire spudoratamente al carabiniere trafelato che sta inseguendo la fuggiasca e che bussa poco dopo alla sua porta.
La situazione si complica in modo vertiginoso quando l’avvocato scopre che la ragazza in mutande non è una squillo qualunque, bensì la figlia del sindaco della città, un…
dettaglio che proietta l’intera vicenda all’interno di un intrigo politico e mediatico dalle conseguenze imprevedibili e che costringe Vincenzo ad assumere il patrocinio legale della giovane in una causa che appare persa in partenza.
Sul fronte privato, la scoperta del temporaneo occultamento della ragazza scatena la reazione furiosa di Veronica, la nuova e riluttante fidanzata di Malinconico, una donna che ha già vissuto i traumi di un matrimonio fallito e che esige una trasparenza relazionale che l’avvocato, con le sus omissioni croniche e i suoi silenzi difensivi, fatica enormemente a garantire.
Tuttavia, il vero cuore drammatico del romanzo non risiede nell’intrico legale o nelle schermaglie amorose, ma in un evento improvviso e devastante che colpisce il protagonista a metà della narrazione: la scoperta di una grave malattia, un tumore che lo costringe ad abbandonare i corridoi del tribunale per trasferirsi in quelli ben più angusti e spaventosi di un reparto ospedaliero.
Da questo momento in poi, la trama si sviluppa lungo il faticoso percorso delle terapie, degli incontri con i medici, della paura della morte e della riscoperta forzata degli affetti familiari, portando Malinconico a vivere un’esperienza totale che ridefinisce completamente le sue priorità e il suo sguardo sul mondo.
La gestione tragicomica del dolore e della vulnerabilità
La vera scommessa narrativa vinta da Diego De Silva in questa opera risiede nella capacità di trattare un tema delicato, respingente e potenzialmente patetico come quello della malattia oncologica senza mai cedere al ricatto del sentimentalismo lacrimoso o della retorica del dolore.
Il cancro che colpisce Vincenzo Malinconico viene integrato perfettamente nel tessuto stilistico della saga, diventando l’occasione per un’iperproduzione di riflessioni filosofiche, monologhi interiori e fulminanti battute di spirito che mettono a nudo l’assurdità dei protocolli medici e le nevrosi dei pazienti.
L’ospedale si trasforma in un palcoscenico teatrale dove il protagonista applica la sua consueta attitudine alla scomposizione del linguaggio e dei comportamenti umani, analizzando i medici non come divinità infallibili, ma come burocrati della salute dotati di tic, manie e linguaggi cifrati utili soprattutto a mantenere la distanza di sicurezza dal malato.
In questo contesto di forzata vulnerabilità, l’ironia di Malinconico non funge da anestetico o da fuga infantile dalla realtà, ma si configura come una vera e propria forma di resistenza etica, un modo per non farsi espropriare della propria identità e del proprio diritto di ridere anche di fronte alla prospettiva della fine.
Intorno al letto d’ospedale si ricompone quel nucleo affettivo ordinariamente precario e disastrato che costituisce la vera ricchezza dell’avvocato, vedendo la mobilitazione della ex moglie Nives, dei figli che lo guardano con un misto di tenerezza e preoccupazione, del suo esilarante e improbabile socio in affari e della stessa Veronica, la cui durezza sentimentale si scioglie di fronte al pericolo reale che corre l’uomo che ama.
Il romanzo dimostra così come le relazioni umane più autentiche non si fondino sulla perfezione o sulla stabilità formale, ma sulla capacità di condividere la fragilità, di restare accanto all’altro nel momento del crollo e di accettare che la felicità e la guarigione siano sempre traguardi parziali, provvisori e meravigliosamente imperfetti.
Stile dell’autore
Lo stile espressivo di Diego De Silva in questo volume raggiunge un livello di nitidezza e di efficacia comunicativa straordinario, confermando la sua predilezione per una narrazione fortemente digressiva, aforistica e costruita sul ritmo incalzante del monologo interiore.
La prosa rinuncia deliberatamente alle descrizioni ambientali dettagliate o alle lungaggini esplicative per concentrarsi sulla fluidità della voce narrante, un flusso di coscienza continuo che cattura il lettore fin dalle prime righe e lo trascina all’interno delle elucubrazioni mentali del protagonista.
De Silva possiede la rara capacità di trasformare l’ordinario in letteratura attraverso l’uso di una sintassi spezzata, di continue correzioni di rotta all’interno della stessa frase e di fulminei paradossi logici che mettono a crisi i luoghi comuni del discorso pubblico e privato.
I dialoghi sono costruiti con una precisione geometrica che risente della lezione del teatro d’autore e della grande commedia cinematografica, capaci di alternare con assoluta naturalezza il registro colto dell’intellettuale prestato all’avvocatura e le espressioni gergali, quotidiane e affettuose della realtà campana.
L’assenza di elenchi o di strutture rigide favorisce una narrazione avvolgente, dove le riflessioni sulla giurisprudenza, sui massimi sistemi dell’esistenza e sulla qualità del cibo ospedaliero si fondono in un unico grande discorso sulla difficoltà e sulla bellezza del vivere.
La scrittura si muove con un equilibrio perfetto sul crinale sottilissimo che separa il comico dal tragico, dimostrando come la grande letteratura contemporanea possa essere accessibile e profonda al tempo stesso, priva di compiacimenti intellettualistici ma ricchissima di senso e di sentimento.
Giudizio finale
I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) si impone come uno dei capitoli più riusciti, densi e strutturalmente solidi dell’intera produzione di Diego De Silva, un libro che sa farsi voler bene proprio a causa delle imperfezioni, delle paure e delle inettitudini del suo protagonista.
Il romanzo supera felicemente il rischio della stanchezza della formula seriale inserendo un elemento di rottura drammatica che costringe il personaggio a evolvere, uscendo dalla gabbia dorata del proprio cinismo difensivo per abbracciare una comprensione più profonda e partecipe del dolore altrui e della propria debolezza.
Vincenzo Malinconico si conferma una figura antropologica di enorme rilevanza nella letteratura italiana attuale, l’incarnazione perfetta dell’uomo contemporaneo che si perde in un bicchiere d’acqua ma che sa trovare risorse inaspettate di dignità, coraggio e amorevolezza quando la vita decide di colpirlo duro.
I limiti del testo, riscontrabili in alcune digressioni forse troppo insistite o in qualche comparsata macchiettistica dei personaggi secondari, vengono ampiamente riscattati dalla straordinaria autenticità delle scene ambientate in ospedale e dalla lucidità struggente del finale, che non offre facili consolazioni o miracolose rinascite, ma restituisce l’immagine di un uomo semi-guarito, semi-vincente e semi-felice, pronto a ricomporre il proprio assetto precario con rinnovata gratitudine verso l’esistenza.
È una lettura caldamente raccomandata non solo ai fedelissimi della saga giudiziaria di De Silva, ma a chiunque cerchi un romanzo capace di divertire con intelligenza e di commuovere senza trucchi, un’opera che insegna a guardare in faccia il male della vita senza perdere il vizio del sorriso e il gusto della parola esatta.
