LOGICA POETICA NELLA COMPRENSIONE DELLA NATURA: PER UN’ECOCRITICA IN CHIAVE TEORICA

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Tempo di lettura: 3 minuti

di Carlo A. Augieri

Carlo Alberto Augieri è un accademico e studioso le cui ricerche si collocano all’intersezione tra ermeneutica, semiologia e critica letteraria. Ricopre il ruolo di Direttore della collana “le due Culture” per le Edizioni Milella e presiede il relativo comitato scientifico ed editoriale. La sua produzione intellettuale si distingue per una profonda riflessione teorica che mira a superare la dicotomia tra sapere umanistico e scientifico, attingendo a una vasta gamma di riferimenti che spaziano dalla filosofia del linguaggio alla fisica quantistica.

 

 

Nell’opera Logica Poetica nella comprensione scientifica della Natura: per un’Ecocritica in chiave teorica (Edizioni Milella, 2026), Carlo A. Augieri avanza un’idea semplice solo in apparenza: conoscere la natura non è mai un gesto neutro.

Non è soltanto osservare, misurare, classificare.

È anche interpretare. È attraversare il mondo con uno sguardo che, prima ancora di essere scientifico, è immaginativo.

Per Augieri, infatti, la conoscenza della natura passa attraverso una “logica poetica”, una forma di pensiero capace di unire rigore e intuizione, misura e meraviglia.

Il libro si muove proprio su questo crinale sottile. Da una parte la scienza, con i suoi modelli e le sue leggi; dall’altra la poesia, con le sue immagini e le sue metafore.

Ma Augieri mostra come questa distanza, spesso raccontata come una frattura — la celebre separazione tra le “due culture” — sia in realtà molto meno netta di quanto crediamo.

L’analogia e la metafora non sono semplici ornamenti del linguaggio poetico: sono strumenti di conoscenza. Servono a pensare ciò che ancora non ha un nome preciso, a costruire ponti tra fenomeni lontani, a immaginare relazioni nuove.

Non è un caso che la scienza contemporanea, soprattutto quando si avventura nei territori più invisibili della realtà – come la fisica dei quanti – ricorra continuamente a immagini e metafore. Le particelle diventano onde, lo spazio si curva, il tempo si dilata.

Sono figure linguistiche che tentano di dare forma a qualcosa che sfugge alla percezione diretta. In questo senso, lo scienziato e il poeta condividono un gesto simile: entrambi cercano parole capaci di avvicinarsi a ciò che non è immediatamente dicibile.

Augieri accompagna questa riflessione con esempi suggestivi. Leonardo da Vinci e Giacomo Leopardi, figure lontane nel tempo e nello stile, si ritrovano sorprendentemente vicine nello sguardo.

Entrambi osservano la natura con la stessa curiosità traspositiva. Il volo degli uccelli, per Leonardo, è un problema ingegneristico; per Leopardi è un’immagine della libertà e dell’infinito. Ma in entrambi i casi la mente compie lo stesso movimento: guarda la natura e, dentro quella visione, intravede una possibilità.

Uno dei passaggi più originali del libro riguarda il linguaggio con cui descriviamo il mondo.

Augieri riflette sulla struttura della nostra lingua, ereditata dalla tradizione indoeuropea e dalla logica aristotelica, costruita attorno alla coppia soggetto–verbo: qualcuno che agisce su qualcosa. Questa grammatica, così familiare da sembrarci naturale, ci spinge a immaginare la realtà come fatta di oggetti stabili e separati.

Eppure la fisica moderna racconta tutt’altro: eventi, processi, probabilità, relazioni che cambiano continuamente. Citando gli studi di Benjamin Lee Whorf sulle lingue native americane, Augieri suggerisce che il nostro modo di parlare non si limita a descrivere la natura, ma la modella.

La “grammaticalizza”. Forse, per comprendere davvero la complessità del mondo contemporaneo, avremmo bisogno di un linguaggio più flessibile, più aperto all’incertezza. Curiosamente, proprio la poesia sembra possedere già questa libertà.

Da qui nasce anche una proposta che tocca il cuore dell’ecocritica: smettere di considerare la natura come un semplice “esso”, un oggetto distante e muto, e iniziare a percepirla come un “tu”, un interlocutore.

Non nel senso di una personificazione ingenua, ma come riconoscimento di una relazione. Attraverso autori come Goethe, Proust e Pascoli, Augieri mostra come la letteratura abbia spesso percepito nella natura una forma di dialogo silenzioso: segni, richiami, presenze che chiedono di essere ascoltate.

In questa prospettiva anche lo sguardo scientifico cambia leggermente posizione.

Non è più quello di uno spettatore che osserva il mondo da fuori, ma di qualcuno che ne fa parte.

L’osservatore e il paesaggio non sono più completamente separati: si trovano dentro la stessa trama di relazioni.

Nelle pagine finali del volume, Augieri accosta due figure che incarnano questa visione integrata. Pierre Teilhard de Chardin, il gesuita e paleontologo che immaginava l’universo come una grande trama evolutiva in cui materia e spirito si intrecciano, e Papa Francesco con l’enciclica Laudato si’. In entrambi i casi la natura non appare come un insieme di risorse da utilizzare, ma come una rete di relazioni viventi in cui “tutto è connesso”.

Il risultato è un libro denso ma attraversato da una leggerezza di pensiero che invita a guardare il mondo con occhi diversi.

Augieri sembra ricordarci che ogni conoscenza nasce da un gesto di meraviglia: lo stesso che spinge uno scienziato a formulare un’ipotesi e un poeta a scrivere un verso. Forse, suggerisce tra le righe, capire davvero la natura significa prima di tutto imparare ad ascoltarla – e accettare che, qualche volta, il linguaggio più preciso per parlarne sia proprio quello delle immagini e delle metafore, come se il mondo continuasse a raccontarsi attraverso una lenta, infinita poesia.

Buona lettura.

 

Vincenzo Candido Renna

 


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