di John Grisham
Quando un gigante della letteratura contemporanea decide di spolverare il suo protagonista più iconico a oltre trent’anni di distanza dalla sua prima apparizione, il mondo editoriale trattiene il respiro.
Stiamo parlando di Mitch McDeere, il giovane, brillante e disperato avvocato che ha ridefinito il concetto stesso di suspense forense, sfidando contemporaneamente la spietata mafia di Memphis e l’incombente peso del Federal Bureau of Investigation.
Le aspettative per “Lo scambio” erano, comprensibilmente, stratosferiche.
I lettori attendevano un ritorno in grande stile alle dinamiche d’aula, ai cavilli procedurali e alle asfissianti atmosfere degli studi legali in cui la legge è solo un pretesto per il potere.
Eppure, addentrandosi nelle pagine di questo attesissimo sequel, l’entusiasmo iniziale lascia rapidamente il posto a una profonda e radicata perplessità.
Per chi vive e respira la tecnica giuridica, per chi cerca nei romanzi l’eco affilata di un controinterrogatorio o la strategia chirurgica di un’arringa, quest’opera rappresenta una deviazione di percorso che rasenta il tradimento letterario.
Non ci troviamo più a navigare le sottili e letali scappatoie del diritto societario o fiscale, ma finiamo per inciampare in un thriller internazionale confuso, che sembra aver dimenticato le proprie radici.
Procediamo dunque a smontare questa complessa operazione editoriale con la precisione fredda e implacabile di una requisitoria.
Breve biografia dell’autore: l’ascesa e il regno del maestro del legal thriller
Per comprendere la portata della delusione che avvolge “Lo scambio”, è imprescindibile volgere lo sguardo all’uomo che ne ha orchestrato la genesi.
John Grisham non è semplicemente uno scrittore di successo; è l’architetto che ha popolarizzato e codificato il legal thriller moderno, trasformandolo in un fenomeno di massa capace di dominare le classifiche di vendita per decenni.
Prima di diventare un pilastro dell’editoria mondiale, Grisham ha trascorso anni consumando le suole delle scarpe nei tribunali del Mississippi, praticando sia nel campo penale che in quello civile.
Questa esperienza diretta, questa conoscenza tattile del sudore, dell’ansia e delle spietate negoziazioni che avvengono dietro le porte chiuse dei palazzi di giustizia, ha fornito l’ossatura autentica alle sue prime, inarrivabili opere.
La sua transizione dalla professione legale alla scrittura è ormai leggenda: le alzatacce all’alba per redigere “Il momento di uccidere” prima di recarsi in studio, l’iniziale indifferenza degli editori, e poi l’esplosione nucleare de “Il socio”, un romanzo che ha alterato per sempre il panorama narrativo degli anni Novanta.
Grisham ha saputo prendere la complessità arida del linguaggio giuridico e trasformarla in pura adrenalina, dimostrando che i contratti, le clausole di riservatezza e i depositi bancari offshore possono essere armi narrative letali quanto una pistola carica.
Nel corso della sua prolifica carriera, ha sfornato decine di bestseller, alternando drammi processuali di altissimo rigore etico a narrazioni più leggere, ma mantenendo quasi sempre un legame viscerale con la professione legale.
È proprio questa formidabile eredità, questa ineguagliabile capacità di vivisezionare la morale degli avvocati, che rende il suo ultimo sforzo letterario così difficilmente digeribile per i suoi estimatori più esigenti e preparati.
L’ombra di Memphis: dove avevamo lasciato i McDeere
Non si può analizzare la nuova avventura di Mitch McDeere senza riavvolgere il nastro e ricordare il trauma originario che ha forgiato il suo carattere.
Al termine de “Il socio”, avevamo lasciato Mitch e sua moglie Abby in fuga, ricchi ma braccati, costretti a barattare la loro brillante carriera e il loro futuro per la mera sopravvivenza.
Avevano smantellato uno degli studi legali più corrotti e pericolosi d’America, ingannando mafiosi navigati e agenti federali spregiudicati.
Quel Mitch era un sopravvissuto, un calcolatore freddo che usava il codice civile come scudo e la sua intelligenza come spada.
Ritrovare i McDeere quindici anni dopo, nel 2005, a Manhattan, genera un immediato disorientamento.
Mitch è ora un partner di spicco della Scully & Pershing, uno studio legale internazionale mastodontico, il più grande del mondo.
Vive nel lusso sfrenato di New York, destreggiandosi tra clienti corporate da miliardi di dollari.
L’incubo di Memphis sembra essere stato archiviato, derubricato a un brutto ricordo lontano che riemerge solo in rari, fugaci momenti di paranoia.
Questa rassicurante e patinata normalità newyorkese priva immediatamente il personaggio della sua fame e della sua proverbiale disperazione, trasformandolo in un professionista affermato e, a tratti, noiosamente istituzionale.
La tensione primordiale che lo rendeva affascinante si è dissolta nei salotti ovattati dell’alta finanza e nelle sale riunioni con vista su Central Park.
Sviluppo della trama: un respiro globale che soffoca l’essenza
La narrazione prende slancio quando a Mitch viene affidato un incarico di enorme rilievo internazionale che lo costringe ad allontanarsi dal suo habitat naturale.
Uno storico partner dello studio, di stanza a Roma, lo coinvolge in una complessa disputa legale che vede contrapposta una grande azienda di costruzioni turca e il governo libico di Muammar Gheddafi.
Al centro del contenzioso c’è la costruzione di un avveniristico ponte nel deserto nordafricano, un progetto monumentale che è sfociato in un mancato pagamento multimilionario.
Fin qui, le premesse sembrano promettere un intrigante scontro legale su scala internazionale, con arbitrati complessi e manovre diplomatiche sul filo del rasoio.
Tuttavia, l’illusione si infrange drammaticamente nel momento in cui la componente giuridica viene brutalmente accantonata a favore di una svolta narrativa degna del più banale dei film d’azione.
Durante un sopralluogo in Libia, la giovane e brillante associata italiana Giovanna, figlia del partner romano dello studio, viene rapita da una cellula terroristica non ben identificata.
I rapitori, spietati ed elusivi, formulano una richiesta di riscatto esorbitante, accompagnata da scadenze temporali strettissime e minacce di esecuzioni pubbliche, trascinando la narrazione in un vortice di urgenza disperata.
Da questo punto in poi, la trama subisce una metamorfosi irreversibile e fatale.
Mitch McDeere, l’avvocato geniale capace di scovare la frode nei meandri dei paradisi fiscali, viene degradato al ruolo di fattorino internazionale.
La sua missione non è più quella di elaborare una difesa brillante o di smontare un impianto accusatorio, ma diventa una banale, estenuante corsa contro il tempo per raccogliere fondi.
Viaggia convulsamente tra Londra, Ginevra, Roma e i paesi arabi, mendicando denaro alle assicurazioni, ai governi riluttanti e all’azienda turca, implorando chiunque possa contribuire al riscatto.
L’indagine sparisce, il tribunale si dissolve, e il lettore è costretto a seguire un interminabile susseguirsi di voli transatlantici, soggiorni in hotel di lusso e telefonate satellitari crittografate.
La suspense, artificialmente pompata dalle scadenze dei terroristi, scivola rapidamente nella monotonia di un itinerario turistico ad alta tensione, svuotando il romanzo di qualsiasi reale profondità intellettuale.
Il collasso dell’impalcatura forense: l’assenza del diritto
Il difetto più imperdonabile de “Lo scambio”, e ciò che lo rende un bersaglio inevitabile per una critica feroce, è la totale e ingiustificabile assenza del diritto dalla spina dorsale della storia.
Chi si approccia a un romanzo di John Grisham, specialmente se recante in copertina il nome di Mitch McDeere, lo fa per assaporare l’ebbrezza delle dinamiche d’aula, per assistere allo scontro di intelligenze affilate, per godere di quelle complesse scacchiere strategiche in cui la vittoria si ottiene interpretando in modo geniale un precedente giurisprudenziale o distruggendo la credibilità di un testimone ostile.
I lettori dotati di una forma mentis giuridica esigono il fascino del tecnicismo applicato alla risoluzione dei conflitti.
In questo romanzo, il diritto è un mero spettatore, uno sfondo sbiadito e irrilevante.
Non ci sono istanze preliminari, non ci sono controinterrogatori spietati, non ci sono cavilli procedurali da sfruttare in extremis.
La gigantesca infrastruttura della Scully & Pershing, con le sue migliaia di avvocati e la sua potenza di fuoco inesauribile, risulta drammaticamente inutile di fronte alla brutalità di un rapimento terroristico.
Mitch non risolve la crisi usando la sua mente legale, ma comportandosi come un agente diplomatico improvvisato, un negoziatore senza portafoglio.
Questa scelta narrativa snatura completamente l’essenza stessa dell’opera.
È come se un celebre autore di gialli a camera chiusa decidesse improvvisamente di risolvere l’omicidio facendo irrompere un carro armato nel salotto: la risoluzione avviene, ma le regole sacre del patto narrativo con il lettore vengono fatte a pezzi.
La frustrazione cresce pagina dopo pagina, mentre si attende invano un colpo di genio legale che non arriverà mai.
Stile dell’autore: la meccanica del mestiere senza l’anima
Sul fronte prettamente stilistico, John Grisham conferma di possedere ancora il mestiere di un artigiano consumato della parola.
La prosa scorre fluida, i capitoli sono calibrati per garantire una lettura veloce e compulsiva, e la grammatica del bestseller d’intrattenimento è rispettata alla lettera.
Tuttavia, si avverte costantemente la sensazione di trovarsi di fronte a una narrazione eseguita con il pilota automatico.
Manca l’anima, manca quell’urgenza febbrile che permeava le sue opere migliori.
I dialoghi, un tempo veicolo di sarcasmo tagliente e di duelli verbali al fulmicotone tra avvocati rampanti, risultano qui piatti, utilitaristici, mirati esclusivamente a far procedere un intreccio meccanico.
Grisham sembra indugiare eccessivamente sulle descrizioni logistiche, elencando con precisione maniacale ma sterile i menù dei ristoranti esclusivi in cui Mitch consuma i suoi pasti veloci, le marche dei jet privati su cui vola, gli arredamenti degli studi londinesi e romani.
Questo dilungarsi in dettagli accessori appare come un tentativo goffo di mascherare l’esilità dell’impianto narrativo centrale.
La tensione psicologica, che avrebbe dovuto essere il fulcro della vicenda, viene diluita in un resoconto quasi giornalistico dei tentativi di recuperare il denaro.
Persino l’ambientazione globale, pur ricercata, risulta cartolinesca: la Roma descritta è un agglomerato di stereotipi culinari e traffico caotico, Londra è un susseguirsi di pioverigginose riunioni in uffici di mogano, e la Libia è tratteggiata con le tinte grossolane e superficiali di un inferno sabbioso senza sfumature.
Il maestro del ritmo sembra aver perso la bussola, confondendo la frenesia degli spostamenti geografici con la reale intensità drammatica.
L’evoluzione dei personaggi: ombre sbiadite del passato
Un’ulteriore nota dolente riguarda il trattamento riservato ai personaggi.
Mitch McDeere, come già accennato, risulta irriconoscibile.
La sua intelligenza brillante sembra essersi appannata; reagisce agli eventi con una passività esasperante, subendo le direttive dei terroristi, dei dirigenti del suo studio e dei funzionari governativi senza mai tentare di prendere veramente in mano le redini della situazione.
La sua intraprendenza, quel misto di arroganza e disperazione che lo rendeva magnetico, è scomparsa sotto strati di opulenza e rassegnazione.
Anche il personaggio di Abby subisce un trattamento penalizzante.
Ne “Il socio” era una forza trainante, una complice astuta e coraggiosa senza la quale Mitch non sarebbe mai sopravvissuto.
In “Lo scambio”, il suo ruolo è ridotto a quello della moglie in apprensione, confinata in lussuosi appartamenti a monitorare le notizie in televisione e a scambiare telefonate angosciate con il marito.
La sua intelligenza tattica viene completamente ignorata, relegandola ai margini della trama con un paternalismo narrativo che stona pesantemente rispetto agli standard moderni.
L’unica figura che avrebbe potuto infondere linfa vitale all’opera è Giovanna, la giovane vittima del rapimento.
Tuttavia, il lettore ha a malapena il tempo di conoscerla prima che scompaia nel buio della prigionia.
La sua sofferenza ci arriva filtrata, distante, raccontata attraverso asettici video di rivendicazione o freddi resoconti di intermediari.
Non si crea mai una vera connessione emotiva con la sua tragedia, rendendo la corsa contro il tempo di Mitch un puro esercizio matematico di calcolo finanziario piuttosto che una missione di salvataggio straziante.
I personaggi secondari, dai cinici partner dello studio londinese agli elusivi mercenari, sono abbozzati con tratti talmente leggeri da risultare interscambiabili, pedine senza spessore su una scacchiera internazionale molto confusa.
Giudizio finale: un’occasione mancata senza possibilità d’appello
Giungere alla fine de “Lo scambio” lascia in bocca il sapore amaro di un’arringa preparata male e conclusa in malo modo.
John Grisham ha ceduto alla tentazione, sempre rischiosa, di resuscitare un mito, ma lo ha fatto sradicandolo dal terreno fertile in cui era germogliato.
Abbandonando le dinamiche d’aula e la tecnica forense per abbracciare i cliché del thriller di spionaggio e del rapimento internazionale, l’autore ha firmato un’opera che scontenterà profondamente la sua base di lettori più esigenti e leali.
Chi si aspetta la costruzione certosina di un castello accusatorio, la tensione palpabile di un’obbiezione sollevata al momento giusto, o l’analisi lucida di come la legge possa essere manipolata dai potenti, troverà in queste pagine solo un deserto concettuale mascherato da frenesia d’azione.
È un romanzo che tradisce le sue stesse premesse, trasformando un avvocato leggendario in un corriere portavalori sovrapagato.
Se giudicato come un generico romanzo d’intrattenimento da leggere distrattamente in aeroporto, potrebbe anche strappare una sufficienza stiracchiata in virtù del mestiere del suo autore.
Ma se lo posizioniamo sotto la lente d’ingrandimento della critica letteraria, e soprattutto se lo valutiamo per ciò che ambisce ad essere, ovvero il seguito di uno dei più grandi legal thriller mai scritti, il verdetto è impietoso: colpevole di palese e ingiustificabile mediocrità.
