IL TEMPO DELL’OROLOGIAIO

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Tempo di lettura: 8 minuti

di Maurizio de Giovanni

 

I misteri irrisolti della Repubblica e il fascino oscuro del tempo

Il panorama letterario italiano contemporaneo si trova spesso a fare i conti con un passato nazionale che rifiuta categoricamente di rimanere sepolto, un groviglio di segreti di Stato, depistaggi istituzionali e ombre mai del tutto dissipate che continuano a inquinare il nostro presente.

In questo filone narrativo, che mescola sapientemente il thriller d’azione con l’indagine storica e sociale, si inserisce prepotentemente l’ultima fatica di Maurizio de Giovanni, un romanzo che promette di chiudere definitivamente i conti lasciati in sospeso nel precedente capitolo editoriale.

L’approccio a un’opera di tale portata richiede una predisposizione d’animo particolare, la stessa che si adotta quando ci si immerge nei fascicoli polverosi di un’inchiesta giudiziaria complessa o nei meandri di una procedura amministrativa apparentemente inestricabile.

La letteratura, in questi casi, funge da specchio deformante di una realtà storica e giuridica che il nostro Paese ha vissuto sulla propria pelle, specialmente negli anni bui delle stragi e del terrorismo, dove la ricerca della verità è sempre stata ostacolata da meccanismi occulti e da una burocrazia del silenzio.

Il tempo, entità astratta e inesorabile, diventa in queste pagine il vero antagonista, un ingranaggio spietato che non concede appelli o proroghe, ma che si limita a scandire il ritmo di una discesa agli inferi alla ricerca di una giustizia storica e personale ormai quasi del tutto compromessa.

Affrontare questa lettura significa prepararsi a un confronto diretto con i fantasmi di una Repubblica imperfetta, dove il confine tra chi difende la legalità e chi la sovverte per interessi inconfessabili appare tragicamente labile e confuso.

In questo ecosistema narrativo saturo di tensione, l’autore tenta di tessere una tela che unisca il dramma intimo e familiare dei suoi protagonisti con il respiro ben più ampio e soffocante della grande storia italiana, un’operazione ambiziosa che, come vedremo, presta il fianco a diverse considerazioni critiche di natura sia strutturale che prettamente stilistica.

Non siamo di fronte al classico poliziesco di indagine compassata, ma a un thriller adrenalinico che spinge sull’acceleratore, imponendo al lettore un ritmo cardiaco accelerato e una fruizione famelica, quasi compulsiva, delle pagine.

Breve biografia dell’autore

Maurizio de Giovanni rappresenta indubbiamente uno dei fenomeni editoriali e commerciali più imponenti, strutturati e inarrestabili che l’Italia abbia mai conosciuto negli ultimi due decenni.

Nato a Napoli nel millenovecentocinquantotto, la sua traiettoria biografica e professionale possiede i contorni affascinanti della favola letteraria moderna: per anni impiegato di banca, ha scoperto la vocazione per la scrittura narrativa in età matura, esordendo quasi per caso grazie a un concorso letterario organizzato da un club automobilistico.

Da quel momento, la sua ascesa è stata letteralmente fulminea e inarrestabile.

Dalla sua fervida immaginazione sono scaturiti personaggi entrati prepotentemente nell’immaginario collettivo nazionale, icone popolari che hanno varcato agilmente i confini della pagina stampata per conquistare le prime serate della televisione pubblica.

Il commissario Ricciardi, con la sua malinconica maledizione ambientata nella Napoli fascista, e i disastrati ma umanissimi poliziotti de I Bastardi di Pizzofalcone, per non parlare dell’assistente sociale Mina Settembre, costituiscono le colonne portanti di un impero narrativo di vastissime proporzioni.

Tuttavia, questa prolificità estrema, questa impressionante catena di montaggio editoriale che sforna a ciclo continuo romanzi, racconti, sceneggiature e opere teatrali, porta inevitabilmente con sé il seme del dubbio critico.

De Giovanni è ormai diventato un vero e proprio “brand” autoriale, una macchina produttrice di storie che sembra rincorrere costantemente le scadenze del mercato, le esigenze dei palinsesti televisivi e le pressanti richieste di un pubblico ormai assuefatto al suo stile.

Questa transizione da artigiano della parola a industria dell’intrattenimento si riflette in modo lampante nella sua recente produzione, segnando un progressivo allontanamento dalle atmosfere puramente noir per abbracciare stilemi molto più vicini all’action thriller di stampo internazionale.

La sua figura intellettuale si divide così nettamente tra l’ammirazione incondizionata di milioni di lettori affezionati e le perplessità crescenti di una fetta di critica letteraria che, pur riconoscendogli un innegabile e formidabile istinto per la costruzione degli intrecci, inizia a segnalare evidenti segni di logoramento e una pericolosa tendenza alla standardizzazione del prodotto.

Sviluppo della trama

L’architettura narrativa di questo nuovo romanzo si configura come il naturale e attesissimo epilogo di un dittico iniziato con “L’orologiaio di Brest”, un’opera che aveva spiazzato i lettori storici dell’autore catapultandoli in dinamiche di spionaggio e complotti internazionali.

La vicenda riprende le fila esatte di un tessuto familiare e relazionale profondamente lacerato, mettendo in scena un nucleo di personaggi costretti a fare i conti con verità traumatiche e indicibili.

Al centro del palcoscenico ritroviamo il professor Andrea Malchiodi, un uomo la cui esistenza pacifica, ordinata e rassicurante è stata letteralmente disintegrata da una rivelazione sconvolgente: l’anziano padre Carlo, creduto a lungo defunto, non solo è ancora in vita, ma si è rivelato essere un letale e spietato assassino, un sicario implacabile le cui mani grondano del sangue di decenni di storia occulta.

A questa dinamica padre-figlio già di per sé esplosiva, si intreccia inesorabilmente il destino di Vera, una giornalista d’inchiesta divorata da un’ossessione viscerale e inestinguibile.

La donna ha dedicato ogni singola energia della sua vita adulta a cercare la verità sulla morte del padre, un uomo che non ha mai avuto la possibilità di conoscere, rimasto vittima innocente di un feroce attentato terroristico nel millenovecentottantaquattro.

Il motore dell’azione si innesca con violenza proprio nel momento in cui Vera, convinta di aver finalmente afferrato il bandolo di questa matassa insanguinata, scompare nel nulla senza lasciare alcuna traccia.

Da questo istante in poi, il tempo, da dimensione misurabile e oggettiva, si trasforma in una morsa asfissiante che stritola i protagonisti.

Il romanzo si converte in una spietata caccia all’uomo, o meglio, in una disperata corsa contro il cronometro per salvare la giornalista prima che il sistema di potere che l’ha inghiottita decida di silenziarla per sempre.

A guidare le ricerche si forma un sodalizio tanto improbabile quanto narrativamente efficace: Andrea, con il suo bagaglio di traumi e incertezze, e il redivivo Carlo, con le sue letali abilità operative.

A completare questo bizzarro nucleo d’azione interviene Martina, la figlia di Andrea, una giovane donna dotata di un carattere ruvido, spigoloso e imprevedibile, pericolosamente e geneticamente affine alla spietatezza del nonno ritrovato.

Questo trio eterogeneo è costretto a muoversi alla cieca in un labirinto di indizi impolverati, vecchi documenti insabbiati e piste investigative quasi illeggibili, sprofondando in un passato dove i segreti di Stato pesano come macigni e dove la salvezza personale deve necessariamente coincidere con la scoperchiatura di un vero e proprio vaso di Pandora istituzionale.

La narrazione procede per strappi, accelerazioni improvvise e colpi di scena calcolati millimetricamente, promettendo al lettore un climax risolutivo in cui ogni singolo conto lasciato in sospeso dovrà essere saldato, a qualunque prezzo.

La ricerca della verità tra ombre istituzionali e giustizia negata

Addentrandosi nei meandri di questa complessa indagine narrativa, emerge con forza e prepotenza una tematica che sfiora le corde più intime e dolenti della nostra coscienza civile: il perenne, logorante e spesso frustrante conflitto tra la verità formale, certificata dagli atti e dai timbri di una Repubblica spesso reticente, e la verità sostanziale, quella sporca di sangue, sudore e vite spezzate.

La figura della giornalista Vera, ossessionata dall’attentato del millenovecentottantaquattro, si erge a simbolo luminoso e disperato di una nazione che non ha mai del tutto elaborato i propri traumi storici.

Il suo ostinato scavare negli archivi, sfidando l’omertà di un sistema progettato appositamente per auto-assolversi, risuona profondamente nell’animo di chi possiede una solida e strutturata formazione giuridica, di chi conosce per esperienza diretta le infinite e kafkiane lungaggini dei complessi procedimenti amministrativi o giudiziari, dove spesso il cavillo burocratico e la prescrizione diventano gli strumenti perfetti per l’occultamento della giustizia.

L’autore napoletano utilizza l’impalcatura del thriller per mettere in scena un durissimo atto d’accusa contro quelle zone grigie delle istituzioni, quegli apparati deviati che, in nome di un distorto concetto di ragion di Stato, hanno sistematicamente calpestato i diritti civili basilari e inquinato le indagini su alcune delle pagine più oscure della nostra storia recente.

Il contrasto è fortissimo, quasi disturbante: da un lato la fluidità implacabile, cinica e letale di Carlo, l’assassino che agisce al di fuori di ogni regola e giurisdizione; dall’altro la paralisi voluta e colposa di una macchina statale che si rifiuta di fare luce sulle proprie metastasi.

In questo scontro epico e disilluso, il concetto stesso di “giustizia” viene spogliato della sua aura sacrale e accademica per essere trascinato nel fango della realpolitik, costringendo i protagonisti a operare scelte eticamente compromesse per poter sperare di ottenere un minimo frammento di verità.

È proprio in questa profonda disillusione civica, in questo cinismo di ritorno che permea ogni singola pagina, che il romanzo trova una innegabile potenza evocativa, ricordando a noi tutti come i pilastri democratici su cui crediamo di camminare siano, talvolta, pericolosamente edificati su fondamenta fatte di silenzi complici e indicibili compromessi istituzionali.

Stile dell’autore

Se sul piano strutturale e del mero intrattenimento il romanzo compie esattamente ciò che promette, garantendo un’esperienza di lettura adrenalinica e incalzante, è sul versante prettamente linguistico, stilistico e formale che questa imponente macchina narrativa mostra i fianchi a critiche severe, oggettive e impossibili da ignorare.

Il successo travolgente e l’iperproduzione editoriale sembrano aver presentato un conto salatissimo all’autore napoletano, che in questa specifica sede pare aver rinunciato quasi del tutto alla cura artigianale della parola a favore di una velocità d’esecuzione spinta all’estremo.

La prosa di Maurizio de Giovanni in questo romanzo si fa asciutta fino all’aridità, strumentale, piegandosi totalmente e incondizionatamente alle brutali esigenze dell’azione e della suspense.

Sotto l’attenta e spietata lente d’ingrandimento della critica letteraria, emerge un quadro linguistico che ha sollevato non poche perplessità: ci troviamo di fronte a un lessico che non si cura minimamente di selezionare le sfumature, a un’aggettivazione piatta, convenzionale, quasi sciatta, che rifugge la ricerca di profondità letteraria per accontentarsi della soluzione semantica più immediata, facile e digeribile.

Le frasi si rincorrono affannosamente, brevi, sincopate, progettate non per evocare, ma per mostrare fatti in sequenza rapida.

È palpabile, e a tratti persino fastidiosa, la sensazione di non star leggendo un vero e proprio romanzo compiuto, ma piuttosto un robusto, dettagliatissimo trattamento cinematografico o televisivo, un testo che sembra implorare di essere trasposto sullo schermo prima ancora di essersi sedimentato sulla pagina stampata.

La sintassi appare totalmente asservita a una logica di sceneggiatura: i dialoghi, pur senza mai arrivare a essere una reale, complessa e sfaccettata mimesi del parlato autentico, scandiscono i tempi della tensione in modo meccanico, rinunciando a quell’introspezione psicologica fine che aveva caratterizzato altre e ben più felici stagioni autoriali.

Questa totale sottomissione della forma al ritmo narrativo trasforma l’opera in un prodotto indubbiamente efficace, ma letterariamente povero, privo di quelle risonanze poetiche e di quelle intuizioni linguistiche capaci di innalzare il genere noir a letteratura con la L maiuscola.

Il sacrificio sull’altare del dinamismo è pressoché totale, e per un lettore attento, esigente e amante della prosa ben cesellata, questa scelta stilistica rappresenta un compromesso inaccettabile, un difetto strutturale che abbassa inevitabilmente il peso specifico dell’intera operazione editoriale.

Giudizio finale

Tirando le somme di questa complessa e stratificata operazione editoriale, il verdetto critico non può che assestarsi su una posizione di consapevole, lucida e disincantata ambivalenza, riflettendo pienamente le luci abbacinanti e le ombre marcate che caratterizzano l’opera.

Da un lato, è assolutamente innegabile riconoscere a Maurizio de Giovanni un mestiere formidabile, un istinto da predatore nell’afferrare l’attenzione del lettore e trascinarlo a forza in un vortice di eventi incalzanti, complotti oscuri e misteri insanguinati ereditati dal passato.

Chi ha amato il ritmo sincopato de “L’orologiaio di Brest” troverà in questo volume conclusivo la sua esatta e naturale continuazione, un meccanismo a orologeria perfettamente oliato per generare suspense a buon mercato e per offrire ore di assoluto, puro e disimpegnato svago.

La gestione della trama orizzontale, la risoluzione dei misteri legati agli anni di piombo e la chimica burrascosa ma funzionante tra i vari protagonisti confermano la natura di prodotto commerciale di primissima fascia, calcolato al millimetro per compiacere le aspettative di un pubblico vastissimo e affamato di colpi di scena.

Tuttavia, se spogliamo l’impalcatura del romanzo dai suoi miraggi adrenalinici e ci concentriamo freddamente sulla sostanza letteraria, il giudizio si fa inevitabilmente e giustamente più aspro.

La sciatteria lessicale, la rinuncia a un’aggettivazione ricercata, la piattezza stilistica asservita alle logiche di una potenziale e futura trasposizione televisiva rendono questo libro una lettura rapida, sfuggente e in definitiva effimera.

Ci troviamo di fronte a quello che potremmo definire un eccellente fast food editoriale: sapientemente confezionato, capace di saziare immediatamente la fame di evasione, ma privo di quegli spessori nutrizionali, di quella raffinatezza intellettuale e di quel rigore formale che rendono un romanzo un’opera capace di resistere alla vera e unica prova del tempo.

Una conclusione degna per una saga concepita per l’intrattenimento di massa, ma che lascia l’amaro in bocca a chi, da un nome così altisonante del panorama italiano, continua ostinatamente e legittimamente a pretendere vera letteratura e non solo brillanti, seppur efficacissime, sceneggiature travestite da libri.

 

 

 

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