di Niccolò Nisivoccia
7 esempi di buon diritto
Niccolò Nisivoccia è avvocato e scrittore; collabora con il manifesto, Il Sole 24 Ore e anche con il Corriere della Sera; svolge attività di docenza e interventi in convegni e seminari, e ha pubblicato libri di poesia, prosa poetica e saggi, tra cui Sulla fragilità (2019), Variazioni sul vuoto (2020), Quasi una cosmologia (2021), Un dialogo notturno (2024) e Il silenzio del noi (2023).
In qualità di lettore di diritto e altro, mi pare che Le belle leggi. 7 esempi di buon diritto (2025) di Niccolò Nisivoccia non chieda al lettore soltanto un giudizio, ma un mutamento di sguardo: quasi a voler sottrarre la legge al destino minore che le abbiamo assegnato negli ultimi decenni, quello di una scrittura senza anima, piena di rumore e povera di senso, dove l’urgenza governamentale si traveste da razionalità e l’ordine amministrativo prende il posto della cura.
L’azzardo iniziale – accostare la bellezza alla legge – ha perciò il valore di un gesto controcorrente, non estetizzante, ma profondamente politico e, prima ancora, umano: perché “bella” non è la norma che brilla, bensì quella che risponde, che non pretende di dominare la vita ma prova ad abitarla; non la legge perfetta, bensì la legge che riconosce la propria misura, il proprio limite, e proprio per questo sa farsi più giusta.
È un punto decisivo: Nisivoccia non nega la crisi della legalità contemporanea, la produzione inesausta di testi, l’inflazione del comando, la tentazione di ridurre il diritto a tecnica di gestione e a pratica di difesa; al contrario, prende sul serio questa stanchezza diffusa e la converte in domanda: dove si è nascosta la promessa originaria della legge come casa comune, e come può tornare a parlare in modo credibile a chi non vi si riconosce più?
La sua risposta non è un ritorno nostalgico all’autorità, né una resa relativistica al disordine: è piuttosto un tentativo di ricostruire il filo interrotto tra normatività e vita, tra parola giuridica e destino delle persone, tra istituzioni e fragilità.
Così il libro, pur muovendosi entro un registro argomentativo limpido, è attraversato da una vena che appartiene più alla letteratura morale che al manuale: la legge vi appare come un linguaggio che può ferire o curare, includere o espellere, riconoscere o degradare, e quindi come un dispositivo che non è mai neutro, perché mette in forma un’idea di società e, inevitabilmente, un’idea di umanità.
Nei sette esempi proposti, ciò che rende “bello” il diritto non è l’efficienza, ma la capacità di sottrarsi all’automatismo punitivo e alla semplificazione, scegliendo la via più difficile: quella della relazione.
La giustizia riparativa, pensata come giustizia dell’incontro, non elimina la responsabilità, ma la strappa alla sua caricatura vendicativa e la riconsegna a un orizzonte di riconoscimento reciproco; il reato non è più soltanto una fattispecie, diventa un evento che ha incrinato un legame e che chiede, se possibile, di essere ricomposto non con il trionfo di uno sull’altro, ma con un lavoro paziente di parola, ascolto, presenza.
L’amministrazione di sostegno, a sua volta, segna il passaggio dalla logica dell’interdizione a quella dell’accompagnamento: non nega la vulnerabilità, ma rifiuta di convertirla in morte civile; e mentre garantisce protezione, preserva ciò che più facilmente viene sottratto a chi è fragile, cioè la dignità di restare soggetto, non oggetto.
Qui la bellezza coincide con la mitezza: una mitezza che non è debolezza, bensì intelligenza istituzionale del limite, coscienza che il diritto, quando si fa assoluto, diventa violenza.
Non meno significativo è il capitolo sul peso delle parole, dove il testo mostra la sua qualità di critica culturale: la sostituzione di “fallimento” con “liquidazione giudiziale” non è un maquillage terminologico, ma un gesto di civiltà, perché le parole portano memoria, e la memoria può trasformarsi in stigma; liberare un individuo dal marchio infamante significa restituirgli la possibilità di ricominciare senza essere inchiodato a una colpa che spesso coincide con la sfortuna, con la crisi, con l’imprevisto.
La legge, così, non è soltanto un meccanismo di regolazione economica: torna a essere un’istituzione che decide se un essere umano meriti una seconda occasione oppure una condanna sociale prolungata.
E poi le questioni ultime, quelle che obbligano il diritto a misurarsi con ciò che non si lascia addomesticare: l’ambiente e il fine vita. La revisione dell’articolo 9 della Costituzione, pur nella sua apparente ovvietà, acquista senso se intesa come segnale di ascolto, come atto di responsabilità verso ciò che non ha voce—il pianeta, le generazioni future—e quindi come ampliamento del “noi”, oltre l’egoismo del presente e la miopia dell’immediato.
Sul fine vita, invece, Nisivoccia sembra muoversi lungo un crinale delicatissimo: non celebra la morte, non banalizza la sofferenza, non trasforma la libertà in sovranità solitaria; prova semmai a mostrare come la compassione, nel suo significato più esigente – soffrire insieme – costringa il diritto a riconoscere che esistono esperienze-limite rispetto alle quali l’imposizione morale diventa abuso, e la presunzione di sapere “quanto” l’altro debba resistere diventa una forma di violenza travestita da tutela.
In tutto il libro, infine, ritorna un criterio spesso dimenticato e invece essenziale: la chiarezza. La legge oscura intimidisce, perché separa i cittadini dal linguaggio che dovrebbe garantire loro orientamento; una norma incomprensibile non è soltanto scritta male, è ingiusta, perché produce dipendenza, asimmetria, sudditanza.
Dire bene, nel diritto come nella poesia, non è ornamento: è rispetto.
E forse qui sta la qualità più “zagrebelskiana” dell’opera: l’idea che la legalità non sia un idolo formale, ma un patto fragile, continuamente minacciato dall’arroganza del potere e dalla disattenzione verso le persone concrete; e che la legge, quando è degna di questo nome, non pretende di sostituirsi alla vita, ma la accompagna, cercando in essa – e non contro di essa – le ragioni della convivenza. Nisivoccia, con questa “utopia concreta”, ci ricorda che il diritto non vive di sola coercizione, ma di fiducia; non di solo io, ma di noi; e che la bellezza, in fondo, non è l’armonia dei testi, bensì la possibilità che una comunità riconosca se stessa nelle proprie regole come in uno specchio non deformante, finalmente umano.
Buona lettura.
