di Walter Veltroni
Il peso della memoria e la rabbia della folla
La riflessione sulla giustizia, sul confine labile che la separa dalla vendetta e sulla spaventosa forza primordiale che si scatena quando la rabbia collettiva si sostituisce alla legge rappresenta uno dei nodi cruciali della letteratura civile contemporanea.
Con il romanzo La condanna, Walter Veltroni affronta una delle pagine più buie, rimosse e profondamente inquietanti della storia italiana del ventesimo secolo, trasformandola in un dispositivo narrativo capace di dialogare direttamente con le derive del nostro presente.
L’opera si inserisce in quel filone della narrativa che non si accontenta dell’intrattenimento, ma avverte l’urgenza etica di riesumare i fantasmi del passato per comprendere le nevrosi del mondo contemporaneo.
La scelta di focalizzare il racconto su un episodio di linciaggio popolare permette all’autore di esplorare la psicologia delle masse e il cortocircuito morale che si verifica quando un’intera comunità, accecata dal trauma e dal desiderio di risarcimento, abdica ai principi fondamentali del diritto per farsi giustiziera.
La ricezione critica del volume ha evidenziato come l’operazione di Veltroni si muova costantemente sul filo del rasoio tra la ricostruzione storica rigorosa e la parabola morale, sollevando interrogativi cruciali su come la memoria collettiva tenda a cancellare gli eventi che mettono in crisi l’immagine di un popolo interamente vittima della storia.
Il libro diventa così un’analisi spietata della vulnerabilità umana di fronte al contagio del furore cieco, un tema che risuona con forza in un’epoca in cui i linciaggi non avvengono più soltanto nelle piazze reali, ma trovano un terreno di coltura ideale nelle arene virtuali dei social network.
Breve biografia dell’autore
Walter Veltroni nasce a Roma nel millenovecentocinquantacinque e rappresenta una delle figure più poliedriche, influenti e discusse della vita culturale e politica italiana degli ultimi quarant’anni.
Figlio di Vittorio Veltroni, storico e stimato dirigente della RAI precocemente scomparso, Walter respira fin dalla prima giovinezza l’atmosfera dei grandi mutamenti culturali del Paese, sviluppando una passione viscerale per il cinema, la letteratura e la memoria storica.
La sua carriera politica lo ha visto ricoprire ruoli istituzionali di primissimo piano, tra cui quello di Vicepresidente del Consiglio e Ministro per i Beni e le Attività Culturali nel primo governo Prodi, Sindaco di Roma dal duemiluno al duemilotto e primo Segretario del Partito Democratico.
Parallelamente all’impegno politico, che ha progressivamente abbandonato per dedicarsi interamente alla scrittura e alla regia, Veltroni ha costruito una solidissima e prolifica carriera editoriale, pubblicando saggi, romanzi, biografie e racconti per bambini.
Tra le sue opere narrative di maggior successo si ricordano Il disco del mondo, Noi, Quando e la fortunata serie di gialli incentrati sulla figura del commissario Buonvino.
La sua cifra stilistica è da sempre caratterizzata da una spiccata sensibilità per i temi della memoria, della solidarietà sociale, dell’infanzia e della riscoperta di momenti storici dimenticati.
Come regista ha firmato numerosi documentari di grande impatto emotivo e civile, tra cui I bambini sanno ed Essere fari, oltre a lungometraggi di finzione, dimostrando una costante predilezione per un linguaggio comunicativo accessibile, empatico e profondamente radicato nell’identità culturale italiana.
Il contesto storico del linciaggio di Donato Carretta
Per comprendere appieno la densità narrativa del romanzo è indispensabile calarsi nel clima surriscaldato, tragico e caotico della Roma del settembre del millenovecentoquarantaquattro.
La città è stata da poco liberata dall’occupazione nazista, ma le ferite lasciate dai mesi del terrore, dai rastrellamenti, dalle torture di via Tasso e dall’orrore dell’eccidio delle Fosse Ardeatine sono sanguinanti e scoperte.
La popolazione è stremata dalla fame, dalla distruzione e da una sete di giustizia che, in assenza di istituzioni forti e di processi rapidi, rischia continuamente di trasmutarsi in un desiderio incontrollabile di vendetta sommaria.
In questo scenario si colloca la figura storica di Donato Carretta, l’allora direttore del carcere di Regina Coeli.
Carretta era un uomo che viveva nel paradosso del suo ruolo: funzionario di uno Stato fascista ma, al tempo stesso, figura ambigua che, secondo molte testimonianze successive, aveva cercato di aiutare numerosi prigionieri politici e antifascisti, favorendo fughe e mitigando le durezze della detenzione.
Tuttavia, agli occhi di una folla affamata e traumatizzata, la sua divisa e il suo ruolo lo rendevano il simbolo perfetto dell’oppressione, il capro espiatorio ideale su cui scaricare mesi di sofferenze accumulate.
Il diciotto settembre del millenovecentoquarantaquattro, all’interno e all’esterno del Palazzo di Giustizia dove si stava celebrando il processo contro il questore fascista Pietro Caruso, la tensione esplose in modo devastante.
Carretta, presente in veste di testimone, venne additato dalla folla, aggredito con una ferocia inaudita, trascinato fuori dal tribunale, gettato nel fiume Tevere e, infine, il suo cadavere venne appeso alle inferriate del carcere che aveva diretto.
Questo episodio rappresenta il fulcro attorno a cui Veltroni costruisce la sua impalcatura romanzesca, utilizzandolo come un trauma storico esemplare per analizzare i meccanismi della colpa collettiva.
Sviluppo della trama
La struttura narrativa del romanzo si sviluppa attraverso un doppio binario temporale che unisce la Roma contemporanea agli eventi drammatici del millenovecentoquarantaquattro.
Il protagonista del presente è Giovanni, un giovane giornalista di ventisette anni che lavora per un quotidiano romano.
Giovanni appartiene a una generazione apparentemente distante dalle grandi ideologie del Novecento, ma è dotato di una spiccata sensibilità e di un’inquietudine professionale che lo spinge a cercare storie che vadano oltre la superficie della cronaca quotidiana.
Il suo direttore decide di affidargli un servizio di approfondimento su un episodio storico quasi completamente rimosso dalla coscienza cittadina: il linciaggio di Donato Carretta.
L’assegnazione di questo pezzo si trasforma rapidamente per Giovanni in una vera e propria ossessione investigativa e psicologica.
Il giovane giornalista comincia a frequentare archivi polverosi, a visionare vecchi filmati dell’Istituto Luce e a cercare le tracce di chi, ancora in vita, conserva il ricordo diretto o indiretto di quella mattina di settembre.
Nel corso delle sue ricerche, Giovanni scopre i dettagli agghiaccianti della cattura di Carretta, la totale impotenza delle forze dell’ordine e dei leader politici dell’epoca, incapaci di arginare la furia della massa, e la tragica figura della moglie di Carretta, costretta ad assistere all’assassinio del marito.
Più Giovanni si addentra nei dettagli della vicenda, più si rende conto che la storia non riguarda solo il passato, ma riflette i comportamenti della società attuale.
Il viaggio del protagonista diventa un confronto serrato con i testimoni dell’epoca, ma anche con la propria coscienza, portandolo a comprendere come la dinamica del branco e la ricerca ossessiva di un colpevole a tutti i costi siano costanti antropologiche pronte a riemergere in qualsiasi momento storico, cambiando semplicemente forma e strumenti di esecuzione.
La contrapposizione tra la gogna fisica e la gogna digitale
Uno degli aspetti più originali e dibattuti dell’opera risiede nel parallelismo che Veltroni traccia esplicitamente tra la violenza fisica della folla del millenovecentoquarantaquattro e la violenza psicologica delle moderne comunità virtuali.
Giovanni, nel corso della sua inchiesta, si rende conto che il meccanismo psicologico che mosse le mani delle persone che linciarono Carretta è identico a quello che oggi muove le dita degli utenti che insultano, minacciano e distruggono la reputazione di un individuo sui social network.
La folla che si radunò nel cortile del Palazzo di Giustizia di Roma cercava un colpevole immediato, non era interessata alle sfumature, alle prove o a un regolare processo; esigeva un sacrificio rituale per placare il proprio dolore e la propria frustrazione.
Allo stesso modo, la tesi del romanzo evidenzia come la civiltà digitale abbia creato una sorta di tribunale permanente, privo di regole, dove il verdetto precede l’accertamento dei fatti e dove l’empatia viene completamente annullata dall’anonimato e dalla distanza fisica.
Il linciaggio digitale, pur non lasciando cadaveri sul selciato, produce ferite psichiche e sociali altrettanto devastanti, distruggendo esistenze sulla base di un sospetto, di una frase decontestualizzata o di un’accusa non verificata.
Questo accostamento tematico conferisce al libro una forte valenza pedagogica e politica, spingendo il lettore a riflettere sulla responsabilità individuale e sulla facilità con cui ognuno di noi, protetto dallo schermo di uno smartphone o confuso all’interno di una fazione, può trasformarsi in un carnefice della reputazione altrui.
Stile dell’autore
La prosa di Walter Veltroni in questo volume si caratterizza per una linearità pulita, accessibile e dal forte impianto giornalistico, che predilige la chiarezza dell’esposizione alla complessità della sperimentazione linguistica.
Il ritmo narrativo è sostenuto da una struttura a capitoli brevi che alternano con regolarità i progressi dell’inchiesta di Giovanni nel presente e i flashback storici dedicati alla ricostruzione della giornata del diciotto settembre.
L’autore fa un uso sapiente dei documenti dell’epoca, inserendo nel testo verbali giudiziari, stralci di articoli di giornale e testimonianze reali, un’operazione che accentua l’effetto di verosimiglianza e la solidità documentale del romanzo.
Tuttavia, la critica letteraria più esigente ha sollevato alcune riserve proprio in merito a queste scelte stilistiche.
La scrittura di Veltroni tende talvolta a indulgere in un tono eccessivamente didascalico e pedagogico, in cui i messaggi morali e le riflessioni etiche vengono esplicitati direttamente dall’autore o attraverso i monologhi del protagonista, anziché lasciare che emergano autonomamente dalla forza drammatica delle situazioni descritte.
Questa tendenza a guidare la reazione emotiva e intellettuale del lettore, tipica di uno stile che risente della lunga frequentazione dei codici televisivi e della comunicazione politica, può risultare a tratti stucchevole o ridondante per chi cerca una narrativa più ambigua, sfaccettata e priva di soluzioni preconfenzionate.
I dialoghi tra Giovanni e i suoi interlocutori appaiono a volte costruiti a tavolino per veicolare determinate tesi sociologiche, privando i personaggi di quella spontaneità e di quella ruvidezza che avrebbero reso ancora più graffiante il contrasto tra le diverse visioni del mondo.
La ricezione critica e il dibattito culturale
Il romanzo ha suscitato un vivace dibattito all’interno del panorama culturale italiano, dividendo i critici tra coloro che ne hanno lodato l’alto valore civile e coloro che ne hanno criticato i limiti strutturali come opera di finzione letteraria.
I sostenitori del testo hanno sottolineato il coraggio di Veltroni nel riportare alla luce un evento storico rimosso che mette in discussione il mito autoassolutorio del buon italiano, dimostrando come anche tra le fila degli oppressi possano germogliare i semi di una ferocia speculare a quella dei carnefici.
È stato apprezzato lo sforzo di utilizzare la letteratura come uno strumento di igiene democratica, un monito contro i pericoli del populismo giudiziario e della degenerazione del dibattito pubblico.
Di contro, la critica più severa ha evidenziato come l’opera fatichi a trovare un equilibrio perfetto tra il saggio storico, l’articolo di fondo e il romanzo vero e proprio.
La figura di Giovanni viene spesso percepita come un mero espediente narrativo, un guscio vuoto utilizzato dall’autore per condurre il lettore attraverso le tappe della sua personale riflessione etica, piuttosto che come un personaggio tridimensionale dotato di una propria autentica vita interiore.
Viene inoltre rimproverata a Veltroni una certa timidezza nel descrivere il male nella sua forma più pura e disturbante; l’orrore del linciaggio viene sì documentato, ma costantemente attutito da una cornice di buoni sentimenti e di speranza democratica che rischia di depotenziare la carica tragica della vicenda storica.
Nonostante queste discordanze critiche, il libro ha il merito indiscutibile di aver riaperto un confronto necessario su temi quali il perdono, la riconciliazione nazionale e il funzionamento dei meccanismi di manipolazione dell’opinione pubblica.
Giudizio finale
La condanna rappresenta un’operazione letteraria e civile di indubbio interesse, che conferma la capacità di Walter Veltroni di intercettare le tensioni sotterranee della nostra società e di tradurle in narrazioni accessibili a un vasto pubblico.
Il pregio principale del romanzo risiede nella sua solidità documentaria e nell’onestà intellettuale con cui affronta un episodio storico scomodo e doloroso, costringendo il lettore a fare i conti con il lato oscuro della Liberazione.
Il parallelismo tra la violenza della piazza fisica e quella della piazza virtuale è un’intuizione felice e di grande attualità, che offre preziosi strumenti di riflessione soprattutto per le giovani generazioni.
D’altra parte, il libro sconta i limiti di una scrittura che abdica troppo spesso alla forza della suggestione letteraria a favore del messaggio pedagogico, traducendosi in un’opera che convince più per le sue intenzioni etiche e per l’accuratezza della ricerca storica che per la sua compiutezza stilistica o per l’originalità della sua architettura romanzesca.
È una lettura caldamente consigliata a chi ama le storie di riscoperta della memoria patria e a chi cerca nella pagina scritta un’occasione per riflettere sui doveri della cittadinanza e sui rischi della deumanizzazione contemporanea, mentre potrebbe deludere chi esige dal genere noir o storico una maggiore complessità psicologica e una lingua letteraria più densa, spigolosa e priva di concessioni al sentimentalismo.
