LA RIVOLUZIONE DEI DATI

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Tempo di lettura: 5 minuti

di Fabrizio Ambrogi

Come l’economia e la politica stanno cambiando il mondo

Fabrizio Ambrogi è un autore contemporaneo specializzato in saggi sul ruolo dei dati nella trasformazione della società, dell’economia e della politica moderna. Con La rivoluzione dei dati, pubblicato da L’Oliveto Publisher e disponibile anche in traduzione inglese, Ambrogi si pone come un osservatore critico della transizione in cui ogni scaturigine d’informazione digitale diventa leva di potere nelle decisioni pubbliche e private, esplorando dinamiche di sorveglianza, regolazione e influenza sociale nell’epoca post-pandemica.

 

Il lettore entra nel libro come si entra in una città sconosciuta: all’inizio riconosce le strade principali, i nomi familiari – algoritmi, intelligenza artificiale, piattaforme, sorveglianza, privacy – ma presto si accorge che la vera architettura non sta nelle parole, bensì nei passaggi tra una parola e l’altra, negli interstizi dove la realtà cambia forma.

Perché ciò che Ambrogi mostra con pazienza quasi anatomica è che il dato non è soltanto una cifra, un valore, una traccia numerica: è una grammatica.

E come tutte le grammatiche, una volta che si impone, non si limita a descrivere il mondo: lo rende dicibile in un certo modo, e quindi pensabile in un certo modo, e quindi governabile in un certo modo.

L’idea centrale del saggio – quella che ritorna come un ritornello, ma ogni volta con una tonalità diversa – è che la modernità digitale non abbia semplicemente aggiunto uno strato tecnologico sopra le nostre abitudini, bensì abbia spostato il baricentro dell’esperienza: dal gesto al suo riflesso, dalla scelta al suo tracciamento, dalla vita vissuta alla vita registrata.

Se un tempo i dati erano il resoconto finale di un’attività, oggi sono l’inizio: l’innesco, la materia prima, la condizione stessa perché quell’attività venga prevista, suggerita, ottimizzata, e infine indirizzata.

In questa prospettiva l’algoritmo diventa una specie di urbanista invisibile: non costruisce case e strade, ma costruisce percorsi mentali, corsie preferenziali, zone d’ombra, vicoli ciechi in cui l’attenzione si perde e dove la libertà si assottiglia senza che nessuno se ne accorga.

Ambrogi insiste su un punto che, a leggerlo bene, è quasi una svolta metafisica: il dato non è più una rappresentazione del reale, è una sua anticipazione.

Ci muoviamo in un mondo in cui l’informazione non segue l’evento, ma lo precede, lo prepara, lo rende probabile. Non è più “accade, dunque lo registriamo”, ma “lo registriamo, dunque accadrà”. E in questo scarto – minimo come un passo, enorme come un’epoca – si colloca la vera rivoluzione.

Perché l’analisi predittiva, la profilazione, l’automazione delle decisioni non sono soltanto strumenti più veloci: sono una diversa concezione del futuro, un futuro che non si attende ma si fabbrica, come una merce su ordinazione.

È qui che il libro si fa più inquieto, senza bisogno di alzare la voce. Ambrogi non scrive come chi vuole spaventare, ma come chi vuole far vedere. Mostra che la società dei dati produce una strana forma di potere: un potere che non ordina, ma suggerisce; non proibisce, ma orienta; non punisce, ma ricompensa con micro-vantaggi e piccole comodità. Un potere che somiglia più a una corrente marina che a un muro: non ti impedisce di nuotare, ma decide in quale direzione andrai a finire. E la cosa più singolare è che, mentre il potere classico aveva bisogno di apparire – di mostrarsi, di farsi temere – questo potere nuovo prospera nell’invisibilità, nella normalità, nell’automatismo. È la politica trasformata in logistica.

La pandemia di COVID-19, che nel libro appare come uno spartiacque più che come un semplice evento storico, accelera e rende esplicito ciò che già stava accadendo: il dato diventa strumento di gestione collettiva, misura di sicurezza, promessa di controllo.

Ma insieme a questa promessa cresce la tentazione di ridurre l’umano a ciò che può essere registrato. E ciò che non si registra, ciò che non entra nei database, rischia di perdere cittadinanza. In una società governata dalla misurazione, l’invisibile non è più il mistero: è l’errore.

Il merito del testo è che non resta confinato nel recinto tecnico. Ambrogi allarga lo sguardo e fa emergere la geopolitica del codice, che è forse la parte più lucida e rivelatrice: non esiste un unico modo di intendere i dati, perché i dati, come ogni risorsa strategica, vengono modellati da culture politiche diverse.

Da una parte c’è un modello in cui l’iniziativa privata e la redditività guidano la raccolta e l’uso dell’informazione; dall’altra un modello in cui la regolazione tenta di contenere e incanalare, come argini che cercano di governare un fiume; altrove un modello in cui il dato diventa infrastruttura statale e strumento di pianificazione, e quindi di controllo.

Ne risulta una cartografia nuova: non più confini tracciati su mappe terrestri, ma frontiere mobili, fatte di flussi informativi, di cloud, di protocolli, di sovranità digitali che si conquistano o si perdono senza sparare un colpo.

Ma come ogni rivoluzione, anche questa porta con sé le sue ombre.

Ambrogi affronta il tema del bias algoritmico non come un dettaglio marginale, ma come un sintomo: la macchina non inventa pregiudizi dal nulla, li eredita e li amplifica, perché è nutrita dai dati del mondo così com’è, non del mondo come dovrebbe essere. E il mondo, si sa, è pieno di asimmetrie, discriminazioni, storie sbilanciate.

L’algoritmo diventa allora un archivista zelante dell’ingiustizia: la rende più efficiente, più rapida, più difficile da contestare. Perché contestare una decisione umana è possibile; contestare una decisione automatizzata è come discutere con un numero: non risponde, non spiega, non arrossisce.

C’è poi la questione della sicurezza, che nel libro si manifesta come un paradosso: più ci affidiamo a sistemi interconnessi, più rendiamo vulnerabile ciò che conta.

Le infrastrutture critiche – sanità, finanza, trasporti – diventano immense ragnatele in cui ogni nodo è indispensabile e ogni nodo è attaccabile. Basta una crepa, una riga di codice sbagliata, una porta lasciata socchiusa, perché l’intero edificio tremi. La modernità dei dati somiglia allora a una cattedrale di vetro: magnifica, luminosa, eppure fragilissima.

E tuttavia Ambrogi non si ferma al lamento. Il libro non è un requiem, ma un invito a pensare. Il suo sguardo si spinge verso un’idea che chiama intelligenza ibrida: non la sostituzione dell’uomo con la macchina, ma una coabitazione, una coevoluzione.

Qui la pagina assume un tono quasi narrativo, come se il futuro fosse una trama ancora aperta, un romanzo collettivo in cui i personaggi non sono soltanto individui, ma sistemi: cervelli biologici e reti neurali artificiali, emozioni e calcolo, desiderio e previsione.

La domanda che resta, dopo l’ultima riga, non è “quanto saranno potenti gli algoritmi?”, ma “quanto saremo capaci di restare umani in un mondo che ci conosce attraverso i nostri residui digitali?”.

Perché la conoscenza dei dati non coincide con la conoscenza di sé. Il rischio più sottile – quello che il libro suggerisce senza proclami – è una forma di colonizzazione mentale: non qualcuno che ci impone cosa pensare, ma qualcosa che rende più facile pensare sempre le stesse cose, scegliere sempre nello stesso modo, desiderare ciò che è più prevedibile. Una libertà che non viene spezzata, ma addomesticata.

Ecco perché La rivoluzione dei dati funziona come un monito gentile e severo: non ci chiede di fuggire dalla tecnologia, né di adorarla, ma di praticare un’arte dimenticata, che è l’arte del discernimento.

Ambrogi sembra dire che il futuro non è scritto dai dati in quanto tali, ma dall’uso che ne facciamo, e soprattutto dalla nostra capacità di riconoscere quando il numero sta diventando destino. In un’epoca che scambia la quantità per verità, questo libro ricorda che la conoscenza non è accumulo, ma scelta: scelta di cosa guardare, di cosa ignorare, di cosa mettere in dubbio.

Così, mentre i dati scorrono come un fiume incessante, Ambrogi ci invita a fare ciò che pare impossibile: fermarci sulla riva e ascoltare non soltanto il rumore dell’acqua, ma ciò che l’acqua sta portando via. E forse, in quell’ascolto, ritrovare la parte più preziosa della libertà: non l’accesso illimitato all’informazione, ma la capacità di sottrarsi, ogni tanto, al suo incantesimo.

Buona lettura.

 

Vincenzo Candido Renna

 


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