IN TRAPPOLA

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di FRANCO BERNABÈ e PAOLO PAGLIARO

Franco Bernabè è un manager e imprenditore di spicco, noto per aver ricoperto ruoli di amministratore delegato in grandi aziende come Eni e Telecom. Ha fondato Andala (oggi H3G) con Renato Soru e nel 2020 Tech-Visory per lo sviluppo di soluzioni di intelligenza artificiale. Ha presieduto importanti società come Nexi e Cellnex ed è stato a lungo consigliere d’amministrazione indipendente di PetroChina, il maggiore gruppo petrolifero cinese, unico occidentale nel suo board per anni. È anche autore di saggi provocatori e anticipatori.

Paolo Pagliaro è un giornalista con una lunga carriera, essendo stato redattore capo de «la Repubblica» e vicedirettore de «L’Espresso». Ha diretto anche «l’Adige» e altre testate quotidiane locali. Nel 1996 ha fondato l’agenzia giornalistica nazionale «9Colonne», di cui è direttore, e dal 2008 cura l’editoriale «Il punto di Paolo Pagliaro» nella trasmissione Otto e Mezzo su La7.

 

In trappola: quando l’Occidente si è fatto male da solo

C’era una volta l’Occidente che aveva vinto tutto: la Guerra Fredda, il comunismo, persino la storia secondo qualche intellettuale un po’ troppo ottimista.

Poi è arrivato Franco Bernabè, ex manager di mezza Italia che ha girato il mondo dai board room di Eni alle sale di PetroChina, e insieme al giornalista Paolo Pagliaro ci ha raccontato una storia diversa in “In trappola”, uscito nell’ottobre 2024 con il sottotitolo che non lascia dubbi: “Ascesa e caduta delle democrazie occidentali (e come possiamo evitare la Terza guerra mondiale)”.

Niente meno. Bernabè, che di esperienza ne ha accumulata parecchia tra Telecom, Nexi e una carriera da primo della classe nel capitalismo mondiale, sostiene che tra il 1989 e il 1991, quando il Muro di Berlino cadeva e l’Unione Sovietica si scioglieva come un gelato al sole, noi occidentali ci siamo bevuti la favola della “fine della storia” e del trionfo eterno del capitalismo democratico, salvo poi scoprire che la storia aveva ancora parecchie sorprese in serbo e non tutte piacevoli.

Il manager-filosofo punta il dito soprattutto su Bill Clinton, accusandolo di aver combinato più danni di un elefante in una cristalleria: ha liberalizzato i mercati finanziari abrogando il Glass-Steagall Act e creando quei mostri finanziari “troppo grandi per fallire” che ci hanno regalato la crisi del 2008, ha deregolamentato la tecnologia con quella Section 230 che ha trasformato i social network in padroni del mondo senza responsabilità, ha smantellato le protezioni sociali e soprattutto ha fatto entrare la Cina nel WTO regalandole lo status di “nazione in via di sviluppo” quando già produceva la metà delle magliette del pianeta.

Il risultato?

La Cina è diventata la manifattura del mondo mentre noi ci ritrovavamo senza lavoro e con i salari fermi.

Poi Bernabè allarga il tiro e ci spiega che il vero problema è stata l’arroganza del potere finanziario con quel famoso “shareholder value principle” che ha trasformato le aziende in nomadi globali senza patria né responsabilità sociale, mentre il lavoro perdeva importanza e l’informazione andava in crisi tra giornali che vendevano sempre meno e social che diffondevano “cattiva informazione” a tonnellate.

Non manca una stoccata al “dogmatismo climatico” di chi vorrebbe salvare il pianeta deindustrializzando l’Europa, e naturalmente una critica feroce all’Unione Europea, dipinta come un “agglomerato di interessi diversi” governato da una Commissione tecnocratica ossessionata dall’austerità tedesca e incapace di creare “campioni europei” che possano competere con americani e cinesi.

Il quadro si completa con un Occidente che ha sviluppato un complesso di colpa verso la propria storia e ha perso orgoglio e attrattiva nel mondo.

Ma Bernabè non è solo un profeta di sventure, e infatti suggerisce anche le cure: procedere con gradualità nelle liberalizzazioni, ripensare l’Europa in chiave più industriale e meno regolatoria, affrontare la crisi demografica con immigrazione intelligente, smantellare i monopoli tecnologici, ripristinare il primato della politica sull’economia e difendere l’informazione di qualità anche se diventerà un “mercato di nicchia”.

Il libro è strutturato come un’intervista, il che rende più digeribile una materia che potrebbe risultare indigesta, e Bernabè con la sua esperienza cosmopolita offre una prospettiva provocatoria e “contro-corrente” rispetto alle narrazioni rassicuranti che ci siamo raccontati per trent’anni.

“In trappola” è sostanzialmente un atto d’accusa verso un Occidente che si è fatto male da solo credendo di aver vinto per sempre, quando invece stava solo preparando la propria disfatta.

Una lettura che fa riflettere, anche se non sempre consola, su come siamo finiti a fare autogol quando pensavamo di aver già vinto la partita.

 

Buona lettura

 

Vincenzo Candido Renna

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