Tra le pieghe dei nuovi ESRS si cela un principio che non è solo norma tecnica, ma quasi una regola di etica giuridica: la Fair Presentation, la rappresentazione fedele.
Una formula che ricorda il giuramento del testimone in aula: “dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità”.
Il legislatore europeo immagina imprese che non si limitino alla sterile liturgia della compliance, ma che offrano al mercato e agli stakeholder un racconto sincero, trasparente, senza zone d’ombra.
Un’aspirazione nobile. Ma, come accade spesso, il diavolo si annida nella vaghezza.
Perché cos’è, in concreto, la “fedeltà”?
Se la nozione resta indeterminata, ogni report di sostenibilità rischia di diventare un atto processuale aperto a mille eccezioni preliminari, con i CdA costretti a un atteggiamento difensivo e paralizzante.
Ecco il paradosso: un principio nato per creare fiducia che finisce col generare incertezza.
La via d’uscita non è nel silenzio né nella rinuncia, ma nella tipizzazione giuridica. Qui può venire in soccorso la logica antica delle presunzioni relative: meccanismi che offrono protezione a chi si comporta diligentemente, lasciando comunque spazio alla prova contraria.
Tradotto nel linguaggio ESRS, la soluzione è una clausola di (porto sicuro) Safe Harbour:
- se l’impresa identifica un tema come materiale e applica in modo puntuale e completo tutti i Disclosure Requirements previsti, allora si presume – salvo prova contraria – che abbia adempiuto al principio di fair presentation.
Non immunità, ma ragionevolezza. Non arbitrio, ma certezza.
Così come il nostro ordinamento prevede che chi rispetta determinate formalità sia protetto fino a prova di dolo o colpa grave, allo stesso modo il Safe Harbour consentirebbe ai CdA di navigare in acque meno tempestose, senza rinunciare alla verità sostanziale.
In questo modo la Fair Presentation si trasforma da minaccia nebulosa a bussola affidabile: non più fonte di contenziosi infiniti, ma principio guida, chiaro e difendibile.
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