di Angelo Turco e Marco Maggioli
Le sfide ambientali della Chiesa tra scienza etica e politica
Angelo Turco è professore emerito di geografia, con una carriera accademica sviluppatasi tra l’Università degli Studi di Milano, il Politecnico di Milano, l’Università dell’Aquila e l’Università Iulm, dove ha ricoperto ruoli di vertice come preside e prorettore. La sua ricerca si concentra sull’epistemologia geografica, la conflittualità ambientale e la territorialità africana, intesa come struttura identitaria e bene culturale. Tra le sue opere recenti si annoverano studi sulla crisi russo-ucraina e sulla comunicazione epimediale.
Marco Maggioli è professore ordinario di Geografia umana presso l’Università Iulm di Milano e membro del consiglio direttivo della Società Geografica Italiana. Specialista in geografia culturale e metodologia della ricerca, ha curato le edizioni critiche italiane delle opere del geografo Augustin Berque, approfondendo i concetti di ecumene e paesaggio. Insieme ad Angelo Turco, ha recentemente curato volumi dedicati alle geografie della guerra e della pace.
“Ecologia della territorialità”, curato da Angelo Turco e Marco Maggioli, è un libro che si presenta come un atlante di idee più che come un commento. Rilegge il magistero ambientale di Papa Francesco non come semplice precetto, ma come una vera “geografia”: un modo di distribuire responsabilità e destino nello spazio comune.
La riflessione collettiva che lo attraversa intreccia la dottrina sociale della Chiesa con le categorie del sapere geografico contemporaneo, ponendo al centro la territorialità non come fondale immobile, ma come processo. È quel gesto con cui la natura viene trasformata in spazio dell’abitare e lo spazio dell’abitare diventa, a sua volta, specchio delle relazioni, delle diseguaglianze e delle scelte.
Il nucleo teorico dell’opera sta nel passaggio da una logica del “più forte” a un diritto più elementare e più radicale: il diritto di tutti di essere-umani-sulla-terra. È ciò che i curatori chiamano “patto geografico”, come se la sopravvivenza non fosse una gara, ma una coabitazione da progettare. Qui emerge un punto decisivo, quasi una distinzione di confine tracciata con chiarezza: l’ambiente non coincide con la natura. L’ambiente è già natura interpretata e contesa; è l’arena in cui bisogni, tecnologie e culture modellano un artefatto che poi ci appare inevitabile.
In questo senso, l’ecologia integrale di Francesco diventa scienza etica e politica, capace di denunciare la perdita di intelligenza territoriale delle comunità moderne, come se avessimo smesso di leggere la mappa della nostra stessa casa. Il volume brilla quando adotta la transcalarità, mostrando come ogni crisi globale sia, nello stesso tempo, un grumo di tragedie locali. I flagelli liquidi della Nigeria e del Sahel, la siccità del Madagascar, la puna andina minacciata dal capitalismo estrattivo legato al litio: ognuno di questi luoghi appare come una finestra su un sistema che si ripete e si maschera.
Di particolare forza critica è il capitolo sull’alluvione in Romagna del 2023, dove si mette in luce la frattura tra la realtà immaginaria dei media — il canone epimediale, che si nutre di immagini e di slogan — e la realtà geografica di un territorio che, dopo l’onda, resta consegnato alla muffa, alla burocrazia e all’abbandono quotidiano.
Un altro pilastro del libro è la critica al paradigma tecnocratico. La tecnologia, quando è asservita a una matrice economica rapace, tende a ridurre l’uomo a utente cosificato; nel farlo, dissimula i danni ambientali dietro una retorica di progresso infinito, come se la crescita potesse cancellare le ferite invece di renderle più profonde. Contro questa deriva, il testo propone un multilateralismo dal basso e una transizione che sia anzitutto etica e teleologica: capace, cioè, di interrogare non soltanto i mezzi, ma i fini, ridisegnando il senso della presenza umana nel mondo.
Così “Ecologia della territorialità” si impone non come semplice lettura di Laudato si’ e Laudate Deum, ma come un manifesto per un nuovo umanesimo geografico. È un invito a riscoprire la Terra come casa comune attraverso cura e responsabilità, restituendo dignità agli scartati e riconoscendo che il destino dell’ambiente umano e quello dell’ambiente naturale sono intrecciati come due fili della stessa corda.
L’immagine conclusiva si accende allora con naturalezza: come una casa-mondo le cui finestre si aprono su ogni continente, il libro ci ricorda che ogni ferita inflitta alla Terra, anche nel punto più remoto della carta, si ripercuote sul cuore della nostra civiltà. Perché la geografia, quando è davvero pensata, non descrive soltanto dove siamo, ma come stiamo al mondo.
Buona lettura.
