di Alberto Andronico, Tommaso Greco e Fabio Macioce
Il volume “Dimensioni del diritto” (seconda edizione, G. Giappichelli Editore, 2025) è curato da tre eminenti studiosi della filosofia del diritto italiana: Alberto Andronico (Università di Catania), Tommaso Greco (Università di Pisa) e Fabio Macioce (LUMSA di Roma).
L’opera si avvale della collaborazione di una prestigiosa compagine di accademici provenienti dai principali atenei italiani, tra cui Stefano Bertea (Messina), Giovanni Bombelli (Cattolica di Milano), Thomas Casadei (Modena-Reggio Emilia), Tommaso Gazzolo (Sassari), Paolo Heritier (Piemonte Orientale), Marina Lalatta Costerbosa (Bologna), Alessio Lo Giudice (Messina), Francesco Mancuso (Salerno), Valeria Marzocco (Napoli), Andrea Porciello (Catanzaro), Federico Puppo (Trento), Federico Reggio (Padova), Filippo Ruschi (Firenze), Claudio Sartea (Perugia), Paolo Silvestri (Torino), Guglielmo Siniscalchi (Bari) e Isabel Trujillo (Palermo). Si tratta di una generazione di studiosi che, pur nella diversità degli orientamenti teorici e ideologici, condivide l’obiettivo di ripensare il fenomeno giuridico nella sua complessità contemporanea.
Il volume Dimensioni del diritto (II ed., Giappichelli, 2025), curato da Alberto Andronico, Tommaso Greco e Fabio Macioce, si presenta come una di quelle rare opere collettive capaci di sottrarsi all’anonimato della compilazione e di assumere, invece, la fisionomia più impegnativa di un discorso unitario: non un manuale che si limita a ordinare nozioni, ma un tentativo di restituire al diritto la sua complessità originaria, quella che gli specialismi contemporanei tendono a scomporre in frammenti non comunicanti.
Intorno ai curatori si raccoglie una comunità scientifica ampia e autorevole — Bertea, Bombelli, Casadei, Gazzolo, Heritier, Lalatta Costerbosa, Lo Giudice, Mancuso, Marzocco, Porciello, Puppo, Reggio, Ruschi, Sartea, Silvestri, Siniscalchi, Trujillo, fra gli altri — che, pur nelle differenze di sensibilità teorica e nelle inevitabili divergenze di orizzonte, condivide un’intuizione comune: il diritto non è un oggetto semplicemente disponibile allo sguardo, come se potesse essere descritto dall’esterno, ma è piuttosto un fenomeno che prende forma solo se lo si guarda dall’interno delle sue molteplici dimensioni, là dove esso coincide con ciò che lo costituisce.
La tesi che attraversa l’opera, e che ne fa la forza, è infatti che il diritto non stia accanto alla giustizia, alla morale, al potere, al linguaggio, alle istituzioni, come se fossero elementi aggiuntivi o contigui, ma che esso sia tutto questo insieme: non anche giustizia, bensì giustizia in quanto diritto; non anche potere, ma potere disciplinato e, al tempo stesso, sempre insidiato dal rischio di trasformarsi in arbitrio; non anche linguaggio, ma linguaggio che crea realtà e che, proprio per questo, può tanto liberare quanto irrigidire, includere o espellere.
È una prospettiva che, senza proclami polemici, finisce per prendere posizione contro due tentazioni speculari: quella dell’analitismo riduttivo che vorrebbe isolare il diritto in una geometria di concetti depurati dal mondo, e quella dell’indistinzione “continentale” che rischia talvolta di dissolverlo nel grande mare del sociale.
Qui, al contrario, il diritto è pensato come una struttura complessa, non semplificabile senza perdita, e il carattere “manifesto” del volume sta proprio in questa scelta di metodo: restare fedeli alla complessità senza rinunciare alla forma, evitare il caos senza cedere al formalismo.
L’architettura dell’opera è, sotto questo profilo, particolarmente significativa: la scansione in Fondamenti, Strutture e Ambiti disegna un percorso che accompagna il lettore dalla domanda più elementare — perché esiste il diritto? quale bisogno umano intercetta? — fino alle sue manifestazioni più brucianti e problematiche nel tempo presente.
Nei Fondamenti emergono, con chiarezza, due poli che reggono l’intero edificio: la giustizia come esigenza costante, non eliminabile, benché mai definitivamente determinabile, e il potere come condizione di efficacia, “l’altra faccia della medaglia”, che rende possibile il diritto e al tempo stesso lo minaccia, perché ciò che garantisce la norma può anche soffocarla.
Nelle Strutture, l’attenzione si sposta sugli elementi interni dell’esperienza giuridica e qui l’opera dà il meglio di sé: l’istituzione è sottratta alla banalità amministrativa e riportata alla sua verità originaria, come luogo d’incontro tra diritto e società, dove l’ordinamento non è una somma di norme ma una forma concreta di vita collettiva che precede e qualifica le norme; il giudizio viene colto nel suo carattere inevitabilmente rischioso, in quel “salto” tra intelletto e volontà che nessun sillogismo può assorbire, perché la decisione non è mai puro automatismo, ma assunzione di responsabilità.
Gli Ambiti, infine, proiettano questo impianto teorico nelle zone di frizione della contemporaneità: le diseguaglianze attraversate dalla “linea del colore” e del genere, le trasformazioni introdotte dalla tecnoscienza e le sfide della bioetica, il rapporto con l’economia e con la sua pretesa di divenire il nuovo “codice del mondo”, capace di sradicare la norma dai suoi luoghi e di farla scorrere in circuiti impersonali.
La qualità più preziosa del libro non sta però solo nella scelta dei temi, ma nella postura con cui questi vengono trattati: ogni capitolo rifiuta la tentazione dell’elenco e preferisce la ricostruzione, come se per parlare davvero di un problema fosse necessario ripercorrere la storia concettuale che lo ha prodotto.
Così, per esempio, la relazione tra diritto e religione non viene ridotta a un conflitto di attualità, ma rimessa nella cornice lunga della secolarizzazione e della laicità positiva, offrendo strumenti per comprendere anche le forme più nuove e ambigue dei conflitti culturali, come i reati culturalmente motivati o le tensioni tra identità e universalismo.
E qui affiora un altro tratto tipicamente “zagrebel’skiano” dell’impianto: la fiducia nelle Humanities non come ornamento, ma come condizione di possibilità di un pensiero giuridico non disumanizzato; il diritto, sembra dire il volume, ha bisogno di filosofia, di storia, di letteratura, non perché debba diventare “più colto”, ma perché senza quelle risorse smarrisce la capacità di comprendere l’umano che pretende di regolare.
La rivoluzione digitale e il neofondamentalismo scientista hanno prodotto una desimbolizzazione che rende più facile l’efficienza e più difficile il senso; e in questo scenario il recupero della retorica aristotelica — int considera come cura della parola e della relazione, come alternativa razionale alla violenza — appare non un nostalgico ritorno al passato, ma un gesto di resistenza alla riduzione tecnocratica del giuridico.
In definitiva, Dimensioni del diritto è un libro che invita il lettore a diffidare delle definizioni troppo rapide e delle soluzioni troppo nette, ricordando che il diritto rimane un’impresa umana: fragile, imperfetta, esposta all’errore, e proprio per questo essenziale, perché tenta di organizzare la coesistenza senza cancellare il conflitto, di dare forma alla libertà senza tradurla in arbitrio, di contenere il potere senza illudersi di poterlo eliminare.
In un tempo segnato dal dislivello tra l’uomo e i suoi prodotti tecnologici, l’opera restituisce al diritto la sua vocazione più profonda: non quella di essere una macchina che funziona, ma una pratica che comprende, giudica, decide e, nel farlo, assume la responsabilità della storia. Se il diritto fosse una cattedrale, questo volume non si limiterebbe a elencarne le pietre — le norme — ma mostrerebbe come la stabilità dell’intero edificio dipenda dalle tensioni invisibili tra i suoi pilastri, e come la luce che lo attraversa non venga dall’esterno, bensì dalle vetrate della cultura e della coscienza civile.
Buona lettura.
