di Luigi Di Gregorio
SINTOMI, DIAGNOSI E TERAPIE DI MALESSERE DEMOCRATICO
Luigi Di Gregorio, docente di Comunicazione Pubblica e Politica presso l’Università della Tuscia, è un analista che ha osservato la “macchina” da ogni angolazione: dalle aule accademiche ai corridoi del Parlamento Europeo, fino alla gestione della comunicazione istituzionale in Campidoglio.
Viviamo in superficie. Non per leggerezza, ma per mancanza di profondità. Ci siamo convinti che sotto non ci sia più nulla.
Di Gregorio, con questo libro, ci mette davanti allo specchio. E lo specchio non mente: non c’è il cittadino, c’è il cliente.
Non c’è il volto, c’è una smorfia distratta. Il diritto è diventato un “like”, e pure volatile.
La diagnosi è semplice, e per questo crudele: la democrazia non funziona perché non funziona più il demos. Non è un nemico esterno.
È una malattia interna, autoimmune. Abbiamo esaltato l’individuo fino a svuotarlo della sua stessa idea di comunità.
Siamo entrati nell’epoca della sondocrazia permanente. Il leader non guida: annusa l’aria. Insegue.
È il primo dei follower. La politica mastica umori e li risputa sotto forma di slogan. Una classe digerente, appunto.
La piazza non è più una piazza: è uno schermo. Chiede tutto e subito, e dimentica più in fretta di quanto aggiorni il telefono.
È la cerimonia cannibale: si consuma il leader e si passa al prossimo. La politica diventa spettacolo, la realtà un accessorio.
Conta l’immagine, non il concetto. Conta la storia, non il fatto.
Di Gregorio racconta questo passaggio con precisione quasi medica. Le grandi narrazioni sono morte e l’individuo è rimasto solo, senza fili e senza radici.
Cerca gratificazione immediata, ma non si sazia mai. L’opinione pubblica non esiste più: al suo posto c’è un’emozione pubblica, instabile, isterica, divisa in tifoserie che non discutono ma si riconoscono.
E la cura?
Non è il ritorno al passato. Quello è un lusso che non ci possiamo permettere. La terapia è più scomoda: accettare il presente, senza indulgenze e senza alibi.
Nel regno della post-verità, la politica deve imparare a muoversi nell’immaginario. Non per mentire, ma per farsi ascoltare.
Se la realtà non basta più, bisogna raccontarla meglio. Se i fatti non colpiscono, bisogna dar loro una forma. Lo storytelling diventa uno strumento, non un inganno.
Una medicina, se usata con misura. Il punto di partenza è brutale: conta più il percepito del reale. La vecchia lezione di Thomas torna utile – se gli uomini credono vera una cosa, quella cosa produce effetti reali.
Negarlo è inutile. Bisogna lavorarci sopra, con lucidità e senza moralismi tardivi. La politica diventa allora una battaglia di narrazioni.
Non vince chi ha ragione, ma chi sa raccontarla. Servono contro-storie, capaci di isolare quelle tossiche.
Serve un linguaggio che parli alla testa, ma soprattutto alla pancia. Perché è lì che si decide.
Entrano in campo le neuroscienze, il marketing, la psicologia. Non è una degenerazione: è un adattamento.
L’uomo pensa per immagini, non per grafici. Per storie, non per statistiche. Ignorarlo è suicidio.
Resta un problema: la complessità non fa notizia. Il debito pubblico non emoziona, un ponte nemmeno.
Allora bisogna tradurre. Rendere personale ciò che è astratto. Dare un volto ai numeri.
Anche usando simboli, miti, perfino finzioni, purché producano effetti reali. Non è una soluzione definitiva.
È, come dice l’autore, una sfida evolutiva. Il demos è cambiato, e con lui deve cambiare la democrazia.
Continuare a parlare a cittadini ideali, razionali e informati, è una forma di autoinganno. Quei cittadini non esistono.
Esistono individui soli, tribali, emotivi. È con loro che bisogna fare i conti. Il tiranno, oggi, non sta fuori. Sta in tasca.
Si accende con un tocco. E spesso lo chiamiamo libertà.
Buona lettura.
