di JASON BRANNON
Jason Brennan è un filosofo politico e professore, titolare di un dottorato di ricerca conseguito presso uno dei programmi di filosofia politica più riconosciuti del mondo anglosassone. Insegna strategia, economia, etica e politiche pubbliche.
Ha iniziato a scrivere libri e articoli che sfidavano le idee convenzionali sulla partecipazione politica nel 2009. Tra i suoi lavori precedenti figurano Polluting the Polls, pubblicato nel 2009, e Why Not Capitalism? del 2014. Ha anche co-autore Compulsory Voting: For and Against. Nonostante scrivesse su questi temi da anni, le persone hanno mostrato un interesse significativo per le sue idee solo a partire dal 2016. Brennan ha pubblicato diversi lavori con la parola “votare” (o equivalente) nel titolo.
Il paradosso dell’ignoranza democratica
C’è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che in democrazia tutti abbiano diritto di voto, anche chi non sa distinguere il debito pubblico da quello privato. Jason Brennan, filosofo politico americano, ha avuto il coraggio di dire quello che molti pensano ma pochi osano sussurrare: e se la democrazia fosse sopravvalutata?
In “Contro la democrazia”, Brennan non si limita a lanciare sassi nel giardino del pensiero unico democratico. Costruisce un argomento rigoroso, quasi chirurgico: se la maggioranza degli elettori è ignorante (e lo è, dimostrano le ricerche), se la partecipazione politica non educa ma esaspera i pregiudizi (e lo fa), se il voto individuale non conta nulla ma il voto collettivo decide tutto (ed è così), allora forse dovremmo ripensare il sistema.
L’alternativa che propone ha un nome elegante: epistocrazia. Il governo della competenza. Come per guidare serve la patente, per votare servirebbe un test. Scandaloso? Forse. Ma non più scandaloso di affidare la chirurgia cardiaca al primo che passa per strada.
Brennan sa bene che la sua proposta è politicamente impraticabile. Sa che suona elitaria, persino pericolosa. Ma ha il merito di costringerci a guardarci allo specchio: siamo davvero sicuri che l’ignoranza collettiva sia preferibile alla competenza selezionata?
La democrazia, scrive, dovrebbe essere valutata come un martello: funziona o non funziona? Non come una poesia, bella di per sé. È una prospettiva che disturba, perché ci obbliga a scegliere tra il mito consolatorio dell’uguaglianza e la realtà scomoda dell’efficacia.
Il bello di Brennan è che non si nasconde dietro l’accademia. Ammette candidamente che l’epistocrazia potrebbe favorire i ricchi e i bianchi, perché sono loro ad avere più facilmente accesso all’istruzione. È l’obiezione demografica, la chiama. Ma invece di indietreggiare, rilancia: e se il problema non fosse l’epistocrazia, ma il fatto che l’istruzione è mal distribuita?
Viene in mente Guareschi quando scriveva che la democrazia è come il cristianesimo: bellissima in teoria, peccato che nessuno l’abbia mai provata davvero. Brennan va oltre: dice che forse è meglio non provarla affatto, almeno non così come la conosciamo. Propone varie forme di “governo illuminato”: dal suffragio ristretto al consiglio di saggi, dal veto epistocratico al “governo per oracolo simulato” (che suona fantascientífico ma è semplicemente decidere in base a cosa voterebbe la gente se fosse informata).
L’autore non è un reazionario nostalgico. È un radicale che guarda avanti, uno che ha il coraggio di dire che forse Winston Churchill si sbagliava quando definiva la democrazia “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre”. Forse c’è di meglio, suggerisce Brennan. E se non c’è, almeno proviamo a cercarlo.
La sua critica tocca nel vivo perché parte da un’osservazione che tutti facciamo ma che raramente ammettiamo: quando andiamo dal medico, non chiediamo l’opinione del barista. Quando si rompe la caldaia, chiamiamo l’idraulico, non il poeta. Ma quando si tratta di decidere le sorti di un Paese, improvvisamente l’incompetenza diventa sacra, protetta dal manto dell’uguaglianza.
È un ragionamento che fa male, perché smonta le nostre certezze più radicate. Ci costringe a chiederci: quanto vale davvero la nostra opinione politica? E soprattutto: siamo disposti a rinunciare al nostro voto se questo potesse migliorare la vita di tutti?
Brennan non dà risposte definitive. Ma pone le domande giuste, quelle che fanno la differenza. E in un’epoca di populismi e semplificazioni, già questo è un atto rivoluzionario.
Un libro che non ti fa dormire sonni tranquilli. E forse è proprio questo il suo valore più grande.
Buona lettura
