BETTINO CRAXI LETTERE DI FINE REPUBBLICA

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Tempo di lettura: 5 minuti

di ANDREA SPIRI

Andrea Spiri,

curatore di questa raccolta epistolare, rappresenta una figura di rilievo nel panorama accademico e istituzionale italiano contemporaneo. Senior Lecturer alla School of Government dell’Università Luiss “Guido Carli” di Roma, abilitato per le funzioni di professore di seconda fascia, Spiri ha costruito la sua carriera oscillando tra l’accademia e le istituzioni. Insegna Storia contemporanea e Teoria e Storia dei movimenti politici alla Luiss, oltre ad avere un contratto presso l’Università di Perugia.

La sua esperienza nelle istituzioni è altrettanto significativa: attualmente coordina la Segreteria della Presidenza della Commissione Affari esteri del Senato, ha ricoperto il ruolo di Consigliere per tematiche strategiche al Ministero degli Esteri tra il 2017 e il 2018, e ha fatto parte della Segreteria del Gabinetto dello stesso ministero dal 2009 al 2011. Tra le sue pubblicazioni recenti spiccano “L’America di Clinton” (Carocci, 2023), “The End 1992-1994” (Baldini+Castoldi, 2022) e “L’ultimo Craxi” (Baldini+Castoldi, 2020), opere che testimoniano la sua specializzazione negli anni cruciali della transizione politica italiana.

 

Bettino Craxi Lettere di fine Repubblica

Ci voleva proprio Bettino Craxi, il socialista di Hammamet, per regalarci l’epitaffio più sincero della Prima Repubblica. E ci voleva uno studioso come Andrea Spiri per raccogliere questi frammenti di un naufragio e restituirceli nella loro cruda verità.

“Lettere di fine Repubblica” non è soltanto un libro: è il verbale di un’agonia, scritta dalla mano stessa di chi quella Repubblica l’aveva prima incarnata e poi contribuito a distruggere.

Leggendo queste pagine, si capisce finalmente la tragedia italiana degli anni Novanta.

Non fu una rivoluzione, come ci raccontarono allora i giornali compiacenti e i magistrati in toga stellata. Fu un regolamento di conti mascherato da pulizia morale, dove i veri colpevoli erano tutti, ma i capri espiatori furono scelti con cura certosina.

Craxi lo aveva capito prima degli altri, e queste lettere lo dimostrano con una lucidità che fa quasi impressione.

Il curatore Spiri ha il merito di aver lasciato parlare i documenti, senza indulgere in quelle interpretazioni edulcorate che tanto piacciono agli storici di professione.

Craxi emerge in tutta la sua contraddizione: un uomo che aveva intuito la fragilità dell’edificio istituzionale italiano, ma che non aveva saputo costruire nulla di solido al suo posto.

Un politico che parlava di modernizzazione mentre praticava i metodi più tradizionali del potere.

Un leader che denunciava la “giustizia politica” pur essendo stato maestro nell’uso politico della giustizia.

Le corrispondenze raccolte nel volume rivelano un aspetto fondamentale di quegli anni: la solitudine di un sistema politico che si sgretolava sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.

Craxi scrive a Giovanni Falcone esprimendo “affettuosa solidarietà”, ma è lo stesso Craxi che aveva costruito rapporti ambigui con settori deviati dello Stato.

Dialoga cordialmente con Norberto Bobbio sulla riforma della giustizia, mentre pratica quella commistione tra politica e magistratura che poi lo avrebbe travolto.

Si confronta con Francesco Cossiga su “Gladio”, come se fosse un problema altrui e non parte integrante di quel sistema di cui lui stesso era stato protagonista.

La vera rivelazione di queste lettere sta nella descrizione del meccanismo perverso che ha caratterizzato la transizione italiana. Tangentopoli non fu la fine della corruzione, come ci vollero far credere.

Fu semplicemente il momento in cui la corruzione cambiò padrone. L’arresto di Mario Chiesa a Milano, quella “piccola ruota di un meccanismo molto più grande”, innescò una slavina che travolse i vecchi equilibri per costruirne di nuovi, non necessariamente migliori.

Craxi lo aveva capito, ed è per questo che scelse l’esilio. Non per sfuggire alla giustizia, come sostenevano i suoi accusatori, ma per non legittimare con la sua resa un sistema che sentiva profondamente ingiusto.

La sua ostinazione a non tornare in Italia, nonostante le gravi condizioni di salute, assume in questa prospettiva un significato quasi eroico.

Era l’ultimo atto di un uomo che aveva deciso di non piegarsi a quella che percepiva come una “giustizia politica” travestita da moralità.

Le lettere con Antonio Di Pietro sono, da questo punto di vista, illuminanti. Craxi lo definisce “un piccolo imbroglione divenuto poi un grande avventuriero”, e leggendo oggi quelle righe, dopo aver visto cosa è diventato il magistrate-simbolo di Mani Pulite, viene da dire che l’intuito del socialista non era poi così sbagliato.

Di Pietro si difende dall’accusa di aver ironizzato sulle condizioni di salute di Craxi, ma il tono stesso della sua risposta rivela l’arroganza di chi si sentiva investito di una missione superiore.

Il dramma di Craxi, e insieme il dramma dell’Italia, sta tutto in questo: aver creduto che si potesse modernizzare il Paese senza fare i conti con le sue tare profonde.

Il socialista di Milano pensava di poter guidare una transizione controllata verso una democrazia più efficiente, ma si ritrovò travolto da forze che lui stesso aveva contribuito a scatenare.

La sua corrispondenza con Silvio Berlusconi, dove lamenta la “censura della grande stampa” e la mancanza di interlocutori, è profetica: annuncia l’avvento di un sistema mediatico-politico che avrebbe dominato l’Italia per i decenni successivi.

Spiri ha compiuto un’operazione di grande valore storico, restituendoci la voce di un protagonista che la vulgata ufficiale ha voluto ridurre a semplice simbolo di un’epoca corrotta.

Craxi fu certamente questo, ma fu anche molto di più: fu l’uomo che per primo intuì che la Prima Repubblica era destinata a morire, ma che non riuscì a partorire nulla di meglio.

Le sue lettere da Hammamet sono il testamento di un’intera classe dirigente, scritta da chi quella classe dirigente l’aveva incarnata nei suoi vizi e nelle sue (poche) virtù.

Oggi, a trent’anni di distanza, possiamo dire che Craxi aveva ragione su molte cose. La Seconda Repubblica si è davvero “levitata sui travestimenti della prima”, e l’esaurimento “di ogni virtuosa contaminazione fra politica e cultura” è sotto gli occhi di tutti.

Il suo timore di un “rischio gravissimo dell’avvento di uno Stato di polizia” in cui la giurisdizione si confonde con la repressione si è rivelato più che fondato.

Questo libro è dunque molto più di una raccolta di documenti: è lo specchio spietato di un Paese che non ha mai fatto davvero i conti con se stesso, preferendo sempre cercare capri espiatori piuttosto che affrontare le proprie responsabilità collettive.

Craxi fu certamente colpevole di molte cose, ma la sua colpa più grande fu forse quella di aver creduto che l’Italia potesse cambiare.

Le sue lettere da Hammamet ci ricordano che, in fondo, siamo sempre gli stessi.

 

Buona lettura.

Vincenzo Candido Renna

 


AMORE E PSICHE – III Edizione

Nel cuore di Nardò, una serata per pensare.

 

Venerdì 11 Luglio, ore 20:30

Giardino Botanico del Castello Acquaviva – Nardò

A volte serve fermarsi.

Lasciare che la parola non sia solo informazione, ma luogo in cui abitare il tempo.

Nel silenzio del Giardino Botanico di Nardò, tra piante che ascoltano e pietre che ricordano, si apre un varco di senso:

la presentazione del libro “Bettino Craxi. Lettere di fine Repubblica”, a cura di Andrea Spiri.

Lettere come frammenti di un’epoca, come domande ancora vive sul destino della cosa pubblica, sul confine incerto tra potere e solitudine, tra memoria e oblio.

 A dialogare saranno:

  • Andrea Spiri – Custode di corrispondenze dimenticate

  • Vincenzo Candido Renna – Voce civile, pensiero giuridico

  • Federica Rega – Sguardo che interroga, parola che scrive

  • Giulia Puglia – Cura del presente, presidio culturale

Non è solo una presentazione. È un esercizio di attenzione. Un invito a leggere il passato non come nostalgia, ma come enigma che ci riguarda.

 

Perché venire? Perché le lettere raccontano ciò che i libri di storia non dicono e perché il nostro tempo ha bisogno di soste pensanti, di luoghi dove la politica non è solo cronaca, ma domanda sull’umano.

Ingresso libero, fino a esaurimento posti.

Chi ascolta la storia sotto le stelle, ascolta anche sé stesso.

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