di ANTONIO PADELLARO
Prefazione di Marco Travaglio
Antonio Padellaro, giornalista di lungo corso, apre il suo libro dichiarando ciò che i suoi detrattori di sinistra amano sussurrare: è nipote di un gerarca fascista e figlio di un funzionario della RSI. Non se ne vergogna, anzi: lo scrive subito, come si fa con le verità che possono bruciare, ma non si vogliono nascondere. Perché Antifascisti Immaginari è, prima di tutto, un atto di onestà.
Padellaro prende di mira quel teatrino tutto italiano in cui il fascismo è risorto – ma solo nei dibattiti televisivi – e l’antifascismo è diventato una professione.
A introdurci nel libro è Marco Travaglio, con una prefazione che è già un pamphlet: sarcastica, lucida, necessaria. Travaglio conia l’espressione perfetta per descrivere il fenomeno: “le facce da Ventotene”. Sono quegli intellettuali da studio TV che evocano i fantasmi del Ventennio mentre occupano, indisturbati, i palinsesti. Sognano l’esilio ma non saltano un talk show. Si dicono censurati ma parlano ogni sera.
Il fascismo evocato da questi novelli partigiani è una caricatura. Lo si cerca nei tweet, nei like, nelle divise da carnevale. Ma il rischio reale, dice Travaglio – e Padellaro concorda – viene da altro: da chi comanda senza mostrarsi, dalle tecnocrazie in grisaglia, dai colossi del web che si fingono neutrali mentre decidono cosa possiamo leggere.
Padellaro non assolve i nostalgici. Ma ne ridimensiona la minaccia, vedendoli come “utili idioti”, a cui lo stesso Meloni – quando serve – non ha esitato a dare un calcio. Il vero pericolo, semmai, è la banalizzazione del male, trasformato in folklore da fiction patinate e indignazioni prefabbricate.
C’è un antifascismo vero, ricorda l’autore, ed è fatto di sangue, celle, silenzio. Quello di Montezemolo in via Tasso. Di Palatucci. Di Salvo D’Acquisto. Non sta in prima serata né in prima pagina. Non ama i riflettori. E quando vede l’antifascismo di maniera cantare Bella ciao nei salotti, si vergogna.
Il libro affonda la lama anche nella sinistra, che ha trasformato la memoria in clava e la verità in disciplina di partito. Lo dimostra il caso Pansa, linciato per aver raccontato anche il sangue versato dopo la Liberazione. E lo conferma l’ansia ossessiva con cui ogni 25 aprile si misura la “distanza” tra Giorgia Meloni e Mussolini, come se da quella distanza dipendesse il futuro della democrazia.
Il finale è una confessione che sa di verità: la storia del signor Molo, che dopo l’umiliazione del manganello e dell’olio di ricino non si rialzò più. “Da quel giorno, per me, l’antifascismo fu lui”, scrive Padellaro. Non gli slogan. Non le fiction. Non le indignazioni a comando.
Un libro ruvido, scomodo, necessario. Che demistifica il culto della Resistenza da salotto e restituisce dignità all’antifascismo vero, quello che non ha bisogno di urlare per farsi sentire.
Buona lettura
