SAINT OMER – Legal thriller Etc.

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Il rigore della verità in Saint Omer

Il cinema francese ha spesso dimostrato una capacità chirurgica nel sezionare l’animo umano, ma con Saint Omer Alice Diop compie un passo ulteriore, trasformando un’aula di tribunale in un tempio laico dove la parola si fa carne e mistero.

Presentato alla 79ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha conquistato il prestigioso Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, il film non è solo la cronaca di un processo per infanticidio, ma un’esplorazione abissale della maternità negata, del retaggio coloniale e della solitudine.

Diop, documentarista di razza qui al suo esordio nella finzione, evita ogni sensazionalismo per concentrarsi sulla staticità della sofferenza e sulla potenza del volto umano, regalando al pubblico un’opera che interroga le nostre certezze etiche e razionali attraverso una regia che definire millimetrica sarebbe un eufemismo.

 

Un cast tra esordi folgoranti e solidità drammatica

Il cuore pulsante di Saint Omer risiede nella prova attoriale di Guslagie Malanda, che interpreta l’imputata Laurence Coly.

Malanda non è un volto onnipresente nel cinema mainstream francese, eppure la sua interpretazione è destinata a restare negli annali.

Prima di approdare alla recitazione, Guslagie Malanda ha lavorato come curatrice d’arte indipendente, un background che sembra trasparire nella sua capacità di restare immobile come una statua, comunicando una complessità interiore devastante solo attraverso lo sguardo o impercettibili variazioni del tono di voce.

La sua Laurence è un enigma vivente, una donna che padroneggia un linguaggio colto e forbito, spiazzando chiunque cerchi di incasellarla nel cliché della “disperata”.

Al suo fianco troviamo Kayije Kagame nel ruolo di Rama, la scrittrice e accademica che segue il processo come osservatrice.

Kagame è un’artista multidisciplinare di origine rwandese, nota soprattutto per le sue performance nelle arti visive e nel teatro d’avanguardia.

In questo film, il suo ruolo è quasi speculare a quello dell’imputata; la sua recitazione è giocata tutta sulle reazioni, sui silenzi e su una progressiva fragilità che emerge man mano che le barriere tra lei e il caso giudiziario iniziano a crollare.

La scelta di volti non eccessivamente noti al grande pubblico internazionale permette alla Diop di mantenere un realismo quasi documentaristico.

Valérie Dréville, nel ruolo della giudice, apporta invece quella solidità tipica della Comédie-Française, garantendo al processo un ritmo solenne e istituzionale.

Dréville è una veterana del palcoscenico e del cinema d’autore, avendo lavorato con registi del calibro di Alain Resnais e Arnaud Desplechin.

Anche il cast di contorno, come Aurélia Petit nei panni dell’avvocato difensore, contribuisce a creare un’atmosfera di estrema credibilità, dove ogni attore sembra aver studiato non solo il copione, ma anche il peso del silenzio che abita le aule giudiziarie della provincia francese.

Questa cura per la verità umana, lontana dalle istrioniche interpretazioni dei legal thriller americani, rende il cast di Saint Omer uno degli ensemble più coerenti e potenti visti negli ultimi anni, capace di sostenere la lunghissima durata delle inquadrature fisse volute dalla regista senza mai perdere tensione emotiva.

 

La trama: il labirinto di Laurence Coly

La narrazione di Saint Omer si sviluppa attorno al processo di Laurence Coly, una giovane donna senegalese che ha abbandonato la figlia di soli quindici mesi sulla spiaggia di Berck-sur-Mer, lasciando che l’alta marea la portasse via.

La storia inizia però con Rama, una docente di letteratura e scrittrice parigina, che decide di recarsi nella cittadina di Saint Omer per seguire il dibattimento.

Rama è incinta di quattro mesi e ha un rapporto conflittuale con la propria madre; vede nel caso di Laurence una possibile risonanza con il mito di Medea, su cui vorrebbe scrivere il suo prossimo libro.

Entrando in aula, il pubblico viene investito dalla voce di Laurence, la quale ammette immediatamente la sua colpevolezza ma dichiara: “Spero che questo processo mi aiuti a capire perché l’ho fatto”.

Le udienze si susseguono svelando una vita di isolamento, segnata da un rapporto oppressivo con i genitori e da una relazione clandestina con un uomo molto più anziano di lei, Luc Dumontet, che la teneva segregata in un appartamento, invisibile al mondo.

La trama non procede per colpi di scena investigativi, ma per stratificazioni di coscienza.

Laurence descrive la sua infanzia in Senegal e la sua ricerca di una perfezione intellettuale in Francia, studiando filosofia e preparando una tesi su Wittgenstein, dettaglio che la corte fatica a digerire poiché stride con l’immagine della “selvaggia” che i pregiudizi latenti vorrebbero imporle.

Durante una deposizione particolarmente sofferta, Laurence afferma con una calma inquietante: “È stata la stregoneria.

Non vedo altra spiegazione”.

Questa dichiarazione getta un’ombra di irrazionalità su un processo che cerca di essere logico e cartesiano.

Rama, ascoltando queste parole, inizia a vacillare, proiettando le proprie ansie di futura madre nel destino della donna alla sbarra.

Il film segue questo doppio binario: la cronaca esterna del processo e la mutazione interna di Rama, che si ritrova a specchiarsi in quella madre “mostruosa”.

Il climax narrativo non risiede nel verdetto, ma nel riconoscimento di un’eredità femminile fatta di traumi taciuti e di una solitudine che attraversa le generazioni, portando Rama a una consapevolezza dolorosa sulla propria identità e sul legame indissolubile tra madre e figlia.

 

Produzione e curiosità: tra realtà e mito

Un aspetto fondamentale per comprendere l’impatto di Saint Omer risiede nella sua genesi produttiva.

Alice Diop ha basato l’intera sceneggiatura su un fatto di cronaca reale avvenuto nel 2013, quello di Fabienne Kabou, al cui processo la stessa regista aveva assistito personalmente.

Molte delle battute pronunciate da Laurence Coly nel film sono trascrizioni fedeli delle dichiarazioni rese dalla Kabou in aula.

Questa scelta radicale conferisce all’opera una densità documentale che si fonde con la rielaborazione artistica.

La produzione ha scelto di girare proprio nei luoghi reali degli eventi, utilizzando il tribunale di Saint-Omer come set principale, il che ha permesso alle attrici di immergersi in un’atmosfera carica di gravitas storica.

Una curiosità interessante riguarda la scelta della fotografia: la direttrice della fotografia Claire Mathon, già celebrata per Ritratto della giovane in fiamme, ha lavorato intensamente sulla resa cromatica della pelle delle protagoniste e sulle tonalità ocra e legno dell’aula di tribunale, cercando di trasmettere calore umano in un ambiente intrinsecamente freddo e giudicante.

Inoltre, il film inserisce delle sequenze tratte da Medea di Pier Paolo Pasolini, con Maria Callas, che Rama guarda in televisione o proietta durante le sue lezioni.

Questo riferimento non è solo un omaggio cinefilo, ma funge da bussola tematica per l’intera narrazione, suggerendo che l’atto di Laurence appartenga a una dimensione tragica e universale che trascende il codice penale.

La produzione ha inoltre dovuto affrontare la sfida di rendere cinematografico un copione composto per l’80% da dialoghi statici, scommettendo tutto sulla forza del montaggio sonoro e sui tempi di reazione delle protagoniste, una scommessa ampiamente vinta che ha portato il film a rappresentare la Francia agli Oscar.

 

La critica cinematografica: un’analisi del vuoto e della parola

La critica cinematografica italiana ha accolto Saint Omer con un misto di ammirazione e reverenza, sottolineando come Alice Diop sia riuscita a scardinare le regole del “procedural” per approdare a una forma d’arte più alta.

Il film viene lodato per la sua capacità di non dare risposte facili e di mantenere una distanza rispettosa ma implacabile dai suoi soggetti.

“Saint Omer è un film di fantasmi, dove il tribunale diventa il luogo di un esorcismo collettivo che coinvolge lo spettatore in prima persona”, ha scritto Fabio Ferzetti sulle pagine de L’Espresso, evidenziando come la regia di Diop lavori sulla sottrazione anziché sull’accumulo.

La critica ha inoltre apprezzato il modo in cui il film tratta il tema dell’integrazione e del post-colonialismo senza mai scadere nel didascalismo.

Paolo Mereghetti, sul Corriere della Sera, ha notato che “la forza del film risiede nella capacità di Alice Diop di filmare la parola, rendendola un elemento plastico e materico che scava tunnel nell’anima di chi ascolta”.

Non mancano le riflessioni sulla messa in scena, che molti hanno paragonato al rigore di Robert Bresson o alla precisione di un documentarista che osserva una specie rara.

“Il film si muove su un crinale pericoloso tra la cronaca nera e la tragedia greca, riuscendo a mantenere un equilibrio miracoloso grazie alla potenza dei primi piani”, ha osservato Emiliano Morreale su La Repubblica.

La capacità della Diop di trasformare un caso giudiziario in una riflessione filosofica sulla “maternità chimerica” è stata indicata come il punto di forza assoluto dell’opera.

Altri critici hanno posto l’accento sulla dimensione politica dell’opera, suggerendo che il processo a Laurence sia in realtà un processo a una società che non sa o non vuole comprendere l’alterità.

“Un’opera monumentale che interroga il visibile e l’invisibile, portando alla luce i traumi sepolti di una nazione”, è stato il commento di Federico Pontiggia per Rivista del Cinematografo.

In generale, il consenso è unanime nel definire Saint Omer come uno dei vertici del cinema contemporaneo europeo, un film che non si limita a narrare un fatto, ma che ridefinisce il concetto stesso di sguardo cinematografico applicato alla giustizia e alla colpa.

 

Valutazione finale: un capolavoro di silenzio e verità

La valutazione media di Saint Omer sui principali portali di critica internazionale e nazionale si attesta stabilmente su livelli d’eccellenza, oscillando tra il 4.5 e il 5 su una scala di 5 stelle.

È un film che non ammette mezze misure e che richiede un impegno attivo da parte dello spettatore, ma che ripaga questo sforzo con una profondità emotiva e intellettuale raramente riscontrabile nelle produzioni odierne.

Valutazione Media: ★★★★½ (4.5 su 5)

Le motivazioni per un punteggio così elevato risiedono in primis nell’originalità stilistica.

In un’epoca di cinema frenetico, la Diop ha il coraggio della lentezza.

Ogni inquadratura è pensata per far emergere la complessità di una donna che è contemporaneamente colpevole e vittima di una solitudine cosmica.

La gestione del ritmo è magistrale: nonostante la staticità dell’ambientazione, il film non risulta mai noioso, alimentato com’è da una tensione sotterranea che esplode nei momenti di silenzio.

Inoltre, la tematica del “corpo nero” in un contesto istituzionale bianco è trattata con una finezza sociologica che evita ogni retorica, preferendo mostrare l’incomunicabilità culturale attraverso il linguaggio accademico e giuridico.

Saint Omer è un film necessario perché ci costringe a guardare ciò che solitamente distogliamo dallo sguardo: l’abisso della mente umana e l’impossibilità di una giustizia che sia puramente razionale.

È una visione che resta addosso per giorni, capace di trasformare il dolore in una forma di conoscenza superiore.

Un’opera che conferma come il cinema possa ancora essere uno strumento di indagine profonda della realtà e dell’invisibile.

 

P.S. Dove vederlo legalmente in streaming? Il film è facilmente accessibile in streaming legale completo in italiano tramite diverse piattaforme, tra cui Amazon Prime Video, NOW, Chili, TIMVISION, Rakuten TV, Sky on Demand, Google Play, Microsoft Store, iTunes e PlayStation Store. Ogni piattaforma offre opzioni diverse, tra cui abbonamento, noleggio o acquisto, con prezzi variabili per le versioni SD, HD e 4K. Inoltre, è possibile scegliere tra audio e sottotitoli in italiano (ITA) e inglese (ENG) per una migliore esperienza di visione.

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