Benvenuti alla Rubrica “LEGAL THRILLER ETC.” ️♂️⚖️, dove “Law & Popcorn” – Giustizia e Divertimento si fondono!
C’è un tipo di orrore che non ha bisogno di mostri, di case infestate o di assassini mascherati per gelare il sangue nelle vene.
È l’orrore burocratico, quello che si nasconde dietro gli acronimi asettici, i memorandum legali redatti in Times New Roman e le strette di mano nei corridoi del potere di Washington D.C.
In questo film, Scott Z. Burns non ci porta in una galassia lontana, ma ci chiude in un seminterrato senza finestre per cinque anni, costringendoci a guardare ciò che l’America ha cercato disperatamente di non vedere.
Questa non è la solita spy-story dove l’eroe corre sui tetti; è un thriller procedurale denso, claustrofobico e necessario, che trasforma la lettura di file PDF nell’azione più eroica e pericolosa possibile. Burns, già sceneggiatore di pellicole profetiche come “Contagion”, qui si mette dietro la macchina da presa per dirigere un’opera che è un pugno nello stomaco alla coscienza collettiva occidentale.
Non aspettatevi inseguimenti, ma preparatevi a un inseguimento della verità che vi lascerà senza fiato, in un labirinto di bugie di stato dove la luce del sole sembra non arrivare mai.
Cast
Il cuore pulsante di questa pellicola risiede in un lavoro di casting che definirei chirurgico, dove ogni attore non è chiamato a “performare” nel senso classico del termine, ma a incarnare una funzione, un ideale o, nel peggiore dei casi, un ostacolo burocratico.
Al centro di tutto c’è Adam Driver, che presta il volto e il corpo a Daniel Jones. Driver, attore dalla fisionomia non convenzionale e dalla stazza imponente, compie qui un lavoro di sottrazione magistrale.
È fondamentale notare, per comprendere la profondità della sua interpretazione, che Driver stesso è un ex Marine, arruolatosi dopo l’11 settembre.
Questa nota biografica non è un semplice orpello da trivia, ma informa ogni singolo gesto del suo personaggio: c’è una disciplina militare nel modo in cui Dan Jones affronta le pile di documenti, un senso del dovere patriottico che non scade mai nel nazionalismo cieco.
Driver abbandona qui ogni vezzo attoriale visto in “Girls” o nella saga di “Star Wars”; il suo Jones è un uomo che invecchia visibilmente scena dopo scena, consumato non dall’azione fisica, ma dal peso morale di ciò che scopre.
La sua recitazione è fatta di sguardi, di silenzi pesanti, di una mascella che si indurisce di fronte all’ennesimo muro di gomma alzato dalla CIA. È un’interpretazione che non cerca l’Oscar tramite urla o pianti, ma tramite la costanza di una presenza scenica inamovibile.
Dall’altra parte della scrivania, o meglio, nei piani alti del potere, troviamo una strepitosa Annette Bening nel ruolo della senatrice Dianne Feinstein. La Bening, una delle attrici più raffinate e spesso ingiustamente sottovalutate dall’Academy, qui lavora di cesello.
La sua Feinstein non è una paladina senza macchia, ma una politica navigata, una donna che conosce le regole del gioco e sa che la verità, a Washington, deve sempre scendere a patti con l’opportunità politica. La Bening restituisce la complessità di una figura che deve bilanciare l’orrore per le scoperte del suo staff con la necessità di mantenere i rapporti con le agenzie di intelligence e con la Casa Bianca.
La chimica tra lei e Driver è elettrica ma fredda, basata su un rispetto reciproco che viene messo a dura prova dalle circostanze. La scelta di parrucche e costumi per la Bening è stata studiata per renderla quasi una figura istituzionale senza tempo, una “madre della patria” severa ma giusta, la cui autorità non deriva dal volume della voce ma dalla precisione delle parole.
A completare il triangolo principale c’è Jon Hamm, l’indimenticabile Don Draper di “Mad Men”, che qui presta il suo carisma ambiguo a Denis McDonough, il capo dello staff della Casa Bianca sotto l’amministrazione Obama.
Hamm è perfetto nel ruolo del pragmatico mediatore, colui che rappresenta l’interfaccia tra l’idealismo dell’indagine e il realismo cinico della politica governativa.
La sua non è la parte del “cattivo” tradizionale, ma di colui che deve dire “ora non è il momento”, incarnando quella banalità del male burocratico che è forse l’aspetto più terrificante del film.
Non possiamo poi dimenticare le performance di supporto di altissimo livello, come quella di Ted Levine nel ruolo di John Brennan, direttore della CIA, che porta sullo schermo una minaccia fisica e intellettuale palpabile, o di Michael C. Hall (il Dexter della TV) che appare in un ruolo chiave, ricordandoci quanto il confine tra servitori dello stato e manipolatori della verità sia sottile. Maura Tierney, nel ruolo di Bernadette, offre quel controcanto umano e sofferente necessario a ricordare che dietro i report ci sono persone vere.
È un cast che lavora come un’orchestra sinfonica, dove nessun solista cerca di sovrastare l’altro, perché tutti sanno che la vera protagonista è la sceneggiatura.
La trama
La narrazione di “The Report” si dipana come un lungo, inesorabile nastro trasportatore che trascina lo spettatore nelle viscere del sistema di intelligence americano post-11 settembre.
Tutto ha inizio con un incarico che sembrava, sulla carta, una formalità o poco più: Daniel Jones, un analista idealista e stakanovista del Senato, viene incaricato dalla senatrice Feinstein di condurre un’indagine interna sul programma di detenzione e interrogatorio della CIA.
L’obiettivo è capire se le cosiddette “tecniche di interrogatorio potenziate” (un eufemismo agghiacciante per definire la tortura) abbiano effettivamente prodotto informazioni utili per la sicurezza nazionale o se siano state solo un esercizio di brutalità sadica e inutile.
Jones viene relegato in un ufficio bunker, un seminterrato senza finestre che diventa presto la sua prigione e il suo santuario. Qui, non ha accesso a testimoni, non può interrogare gli agenti operativi; ha solo accesso ai documenti. Sei milioni e trecentomila pagine di file, email, memo e rapporti interni.
La trama si struttura su due piani temporali che si intrecciano con una precisione chirurgica.
Da un lato c’è il presente dell’indagine (che copre l’arco temporale dal 2009 al 2414), fatto di polvere, carta, schermi di computer e la crescente frustrazione di Jones che vede la sua vita personale sgretolarsi mentre cerca di collegare i puntini. Dall’altro, attraverso flashback che non sono mai melodrammatici ma clinicamente osservativi, assistiamo alla genesi del programma di tortura.
Vediamo come due psicologi esterni, privi di reale esperienza in interrogatori di terroristi ma forti di teorie pseudoscientifiche sull'”impotenza appresa”, riescano a vendere alla CIA l’idea che per ottenere la verità sia necessario spezzare psicologicamente e fisicamente i detenuti.
Il film non ci risparmia i dettagli, ma evita il voyeurismo. Vediamo le simulazioni di annegamento (waterboarding), la privazione del sonno, le posizioni di stress, l’umiliazione sessuale e l’uso di “scatole” per confinare i prigionieri con insetti.
Ma il vero orrore che la trama svela non è solo fisico, è logico. Jones scopre, documento dopo documento, che la CIA sapeva fin dall’inizio che queste tecniche non funzionavano. “Non è che non sapessero che non funzionava. È che non volevano che si sapesse che non funzionava”, potrebbe essere il sottotesto costante di ogni scoperta di Jones.
C’è un passaggio cruciale, recitato con una foga trattenuta da Driver, in cui l’analista esplode di fronte all’evidenza che un detenuto chiave, Abu Zubaydah, aveva già fornito tutte le informazioni rilevanti agli agenti dell’FBI usando metodi tradizionali, prima che i “contractors” della CIA intervenissero con la tortura, ottenendo solo menzogne o il silenzio.
La tensione sale quando l’indagine di Jones inizia a diventare pericolosa per la CIA stessa. L’agenzia non sta a guardare: inizia una guerra fredda istituzionale. Computer violati, file che spariscono, minacce legali velate e non.
La trama si sposta dai sotterranei alle sale riunioni, dove la battaglia diventa politica. Jones si trova stretto tra la CIA che vuole seppellire il rapporto (letteralmente e metaforicamente) e la Casa Bianca di Obama che, pur avendo bandito la tortura, non ha alcun interesse a scoperchiare il vaso di Pandora del passato, preferendo “guardare avanti”.
Un momento di altissima tensione recitativa si ha quando Jones, ormai esasperato, confronta la senatrice Feinstein sulla necessità di pubblicare il rapporto a ogni costo, anche rischiando la galera. La Feinstein, con la calma glaciale della Bening, gli risponde con una lezione di realpolitik che gela il sangue: “Se lo pubblichi tu illegalmente, sarai tu la storia, non il rapporto. E la verità andrà persa”.
È il conflitto eterno tra l’ideale del whistleblower e la realtà del machiavellismo politico. La narrazione ci porta fino all’orlo del precipizio costituzionale, quando la CIA osa spiare i computer del comitato del Senato incaricato di controllarla, un atto che la Feinstein denuncerà pubblicamente in un discorso al Senato che rappresenta il climax emotivo e civile del film, un momento in cui la democrazia sembra trattenere il respiro.
Critica cinematografica
Analizzare “The Report” significa confrontarsi con un cinema che rifiuta deliberatamente la spettacolarizzazione per abbracciare un rigore quasi ascetico. Scott Z. Burns realizza quello che potremmo definire un “anti-thriller”.
Dove Hollywood solitamente cerca l’empatia facile, Burns sceglie la distanza analitica.
La fotografia di Eigil Bryld gioca su una dicotomia cromatica fondamentale: il mondo della CIA e delle prigioni segrete (i “black sites”) è immerso in una luce giallastra, malata, quasi epatica, che suggerisce la corruzione morale e fisica di quegli ambienti; al contrario, il seminterrato dove lavora Jones, pur essendo un bunker, è dominato da luci al neon fredde, bluastre e grigie, che richiamano la sterilità della sala operatoria o dell’obitorio, dove si disseziona la verità.
La critica cinematografica italiana ha accolto il film con rispetto, riconoscendone l’importanza civile e la solidità costruttiva, pur notando la sua natura ostica.
È un film “di parola”, un erede diretto di quel cinema della paranoia degli anni ’70 alla Alan J. Pakula, come “Tutti gli uomini del presidente”, ma spogliato del romanticismo del giornalismo d’assalto. Qui non ci sono gole profonde nei garage, ma solo file corrotti e metadati.
Come ha ben sottolineato il critico Emanuele Sacchi su MyMovies, il film è “un durissimo atto d’accusa sugli abusi della CIA nelle carceri anti-terrorismo, che pone la denuncia sopra le esigenze drammaturgiche”.
Questa osservazione coglie il punto centrale dell’opera: Burns sacrifica volutamente il ritmo dell’action movie per rispettare la complessità della materia trattata. Non c’è spazio per sottotrame romantiche (la vita privata di Jones è inesistente, ed è giusto così) o per redenzioni facili.
Un altro aspetto critico rilevante è la gestione del tempo. Il film condensa anni di lavoro noioso e ripetitivo in un montaggio che riesce a rendere dinamica la lettura. È un’operazione simile a quella compiuta da “Spotlight”, ma ancora più radicale perché qui manca il contatto umano con le vittime; le vittime sono nomi su un foglio, o corpi incappucciati nei flashback.
La scelta di mostrare la tortura in modo così clinico e privo di musica drammatica di sottofondo è una presa di posizione etica fortissima: non si vuole emozionare lo spettatore, lo si vuole informare e, se possibile, indignare razionalmente.
Anche Federico Gironi, voce autorevole di ComingSoon.it, ha spesso evidenziato come questo tipo di cinema rappresenti una necessaria lezione di storia contemporanea, dove “la tensione non nasce dalle pistole ma dalle parole, e dalla consapevolezza che ciò che stiamo vedendo non è finzione ma la nostra storia recente”. La sceneggiatura è densissima, un fiume in piena di informazioni, nomi, date e codici che richiede allo spettatore un’attenzione attiva.
Non è un film da guardare distrattamente sgranocchiando popcorn; è un film che richiede impegno, quasi come se lo spettatore stesso fosse chiamato a sedersi a quella scrivania nel seminterrato.
L’ironia, seppur sottile, è presente nella rappresentazione della burocrazia.
C’è un umorismo nero nel vedere come la CIA giustifichi l’ingiustificabile usando il linguaggio aziendale, trasformando l’orrore in slide di PowerPoint. Burns è maestro nel mostrare come il linguaggio possa essere usato non per comunicare, ma per nascondere, per anestetizzare la realtà.
Quando si parla di “rettale idratazione” invece di stupro o violenza, il film ci mostra come le parole siano le prime armi usate in questa guerra.
In definitiva, la critica apprezza “The Report” per la sua onestà intellettuale.
Non è un film perfetto, a tratti può risultare didascalico e la sua aridità emotiva può allontanare una parte di pubblico in cerca di catarsi, ma è innegabilmente un pezzo di cinema civile robusto, che si erge come un monumento alla tenacia e alla convinzione che, in una democrazia, la verità debba importare ancora qualcosa.
La valutazione finale
Se dovessimo aggregare le opinioni fluttuanti nel vasto oceano del web, dai grandi portali come Rotten Tomatoes e Metacritic fino ai blog di settore italiani, “The Report” si assesta su una valutazione media solida, di quelle che indicano un film “importante” anche se non necessariamente “amato” nel senso affettivo del termine.
Valutazione media: ★★★½ (3,5 su 5 stelle)
Il verdetto: “The Report” è un film che va visto non per intrattenimento, ma per dovere civico.
Le motivazioni di questa valutazione risiedono nella sua capacità cristallina di trasformare un’indagine cartacea in un thriller avvincente senza mai tradire la realtà storica per il bene dello spettacolo.
Adam Driver offre una delle sue prove più mature, controllate e potenti, sostenendo sulle spalle un’opera che rischiava di crollare sotto il peso della sua stessa documentazione. Il film perde mezzo punto (o una stella e mezza, a seconda della scala) forse proprio per questa sua natura intransigente: la sua freddezza, seppur stilisticamente coerente, crea un distacco che impedisce allo spettatore di essere emotivamente devastato come la materia richiederebbe.
Tuttavia, come ricostruzione storica e come atto d’accusa contro l’impunità del potere, è un’opera inattaccabile. Scott Z. Burns ci ricorda che la democrazia non è difesa dagli eroi con il mantello, ma da persone ossessive in stanze buie che non smettono di fare domande quando tutti gli altri vorrebbero solo voltare pagina. Un film essenziale, rigoroso, spaventosamente reale.
P.S. Dove vederlo legalmente in streaming? Il film è facilmente accessibile in streaming legale completo in italiano tramite diverse piattaforme, tra cui Amazon Prime Video, NOW, Chili, TIMVISION, Rakuten TV, Sky on Demand, Google Play, Microsoft Store, iTunes e PlayStation Store. Ogni piattaforma offre opzioni diverse, tra cui abbonamento, noleggio o acquisto, con prezzi variabili per le versioni SD, HD e 4K. Inoltre, è possibile scegliere tra audio e sottotitoli in italiano (ITA) e inglese (ENG) per una migliore esperienza di visione.
