di CRISTINA MANGIA e SABRINA PRESTO
Cristina Mangia
è una scienziata di notevole rilievo nel panorama della ricerca italiana, dedicando la sua carriera alla chimica ambientale e analitica. Il suo impegno si concentra principalmente sullo studio della qualità dell’aria e sull’impatto delle emissioni inquinanti sull’ecosistema e sulla salute umana. Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca, ha proseguito il suo percorso professionale presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). La sua ricerca, focalizzata in particolare sullo studio delle particelle fini (PM2.5 e PM10), ha prodotto numerose pubblicazioni scientifiche di rilievo, contribuendo in modo significativo allo sviluppo di strategie efficaci per il monitoraggio e la riduzione dell’inquinamento atmosferico. Il suo lavoro incarna perfettamente quella convergenza tra ricerca scientifica rigorosa e impegno civile che caratterizza le figure presentate nel volume.
Sabrina Presto
porta la sua expertise come ricercatrice specializzata in chimica della materia condensata e tecnologie per l’energia presso l’Istituto di Chimica della Materia Condensata e di Tecnologie per l’Energia (ICMATE) del CNR di Genova. Il suo ambito di ricerca sui materiali avanzati per applicazioni energetiche, con particolare attenzione alle tecnologie sostenibili e innovative, rappresenta un esempio concreto di come la scienza possa essere orientata alla ricerca di soluzioni per le sfide ambientali contemporanee. La sua presenza nell’ecosistema scientifico italiano arricchisce il panorama della ricerca con una prospettiva che integra rigore metodologico e sensibilità per le questioni ambientali.
10 storie di impegno per l’ambiente e la salute
Nel panorama contemporaneo, dominato dall’urgenza delle questioni ambientali e dalla necessità di ripensare il rapporto tra scienza e società, “Scienziate Visionarie” di Cristina Mangia e Sabrina Presto emerge come un’opera di straordinaria rilevanza filosofica e sociologica.
Pubblicato da Edizioni Dedalo nel 2024, il volume si inserisce in quel filone di pensiero che riconosce nella scienza non solo un’attività conoscitiva, ma un autentico impegno etico e sociale.
Le dieci biografie di scienziate – da Donella Meadows a Wangari Maathai – rappresentano molto più di un semplice tributo a figure femminili eccellenti.
Ciò che rende quest’opera filosoficamente significativa è la sua capacità di delineare, attraverso queste storie individuali, una epistemologia alternativa: una visione della scienza come pratica situata, contestuale e profondamente connessa alle dimensioni etiche e politiche dell’esistenza umana.
Il pensiero di Donna Haraway sulla “conoscenza situata” e le riflessioni di Sandra Harding sull’oggettività forte sembrano riecheggiare nelle pagine di questo libro.
Le autrici ci mostrano come queste scienziate abbiano elaborato un approccio alla conoscenza che rifiuta la pretesa neutralità della scienza positivista in favore di un sapere consapevole delle proprie radici storiche, sociali e politiche.
Rachel Carson, con il suo coraggioso lavoro sugli effetti dannosi del DDT, non si limitò a produrre dati scientifici, ma affrontò direttamente il nesso tra potere economico, politica e produzione della conoscenza.
La sua storia, come quella delle altre protagoniste del libro, illustra come il sapere scientifico possa diventare strumento di resistenza e trasformazione sociale.
La dimensione dell’impegno civile emerge come fil rouge che unisce queste diverse esperienze.
Alice Hamilton e Sara Josephine Baker testimoniano la possibilità di una scienza che non si chiude nell’isolamento del laboratorio, ma che si confronta con le condizioni materiali di esistenza delle persone, in particolare quelle più vulnerabili.
La loro opera incarnò quella che oggi chiameremmo “giustizia ambientale”, anticipando dibattiti contemporanei sull’interconnessione tra questioni di salute pubblica, ambiente e disuguaglianze sociali.
Il pensiero ecologico profondo trova espressione nelle figure di Lynn Margulis e Suzanne Simard.
La teoria dell’endosimbiosi di Margulis e le ricerche di Simard sulle “wood wide webs” degli ecosistemi forestali hanno rivoluzionato non solo la biologia, ma anche la nostra comprensione ontologica del vivente.
Questi lavori scientifici propongono un’alternativa al paradigma della competizione e dell’individualismo metodologico, suggerendo invece un’ontologia relazionale che vede l’interdipendenza e la cooperazione come principi fondamentali dell’esistenza.
La figura di Wangari Maathai, premio Nobel per la pace, incarna perfettamente questa fusione tra sapere scientifico, visione ecologica e impegno politico.
Il suo movimento Green Belt, che univa la riforestazione all’emancipazione femminile e alla lotta per la democrazia in Kenya, rappresenta un esempio paradigmatico di quella che potremmo chiamare, con Isabelle Stengers, una “ecologia delle pratiche”.
Ciò che rende queste scienziate autenticamente “visionarie” – termine che nel contesto del libro assume una valenza quasi husserliana – è la loro capacità di immaginare altri mondi possibili partendo dalla concretezza della ricerca scientifica.
Non si tratta semplicemente di donne che hanno eccelso nei rispettivi campi, ma di pensatrici che hanno saputo re-immaginare il rapporto tra umano e non-umano, tra cultura e natura, tra teoria e prassi.
Sul piano sociologico, il libro offre una profonda riflessione sulle strutture di potere all’interno delle istituzioni scientifiche.
Le difficoltà incontrate da queste scienziate – dall’ostracismo accademico subito da Alice Stewart per le sue ricerche sugli effetti delle radiazioni, alle resistenze incontrate da Beverly Paigen nel suo lavoro sul Love Canal – illuminano le dinamiche sociali che influenzano la produzione e la validazione del sapere scientifico.
Attraverso queste storie, emerge chiaramente come la scienza non sia un’impresa neutrale, ma un campo attraversato da relazioni di potere, pregiudizi di genere e interessi economici.
La scelta delle autrici di raccontare queste storie assume anche un valore performativo: da un lato contribuisce a colmare quella “ingiustizia epistemica” di cui parla Miranda Fricker, restituendo visibilità a contributi scientifici troppo spesso marginalizzati; dall’altro propone modelli alternativi di eccellenza scientifica, in cui rigore metodologico e responsabilità sociale sono inscindibili.
In conclusione, “Scienziate Visionarie” non è solo un libro di biografie scientifiche, ma un’opera che invita a ripensare radicalmente il ruolo della scienza nella società contemporanea.
In un’epoca in cui la crisi ecologica e sanitaria globale richiede nuovi paradigmi di pensiero e azione, le storie di queste donne ci ricordano che la scienza più autentica è quella che non separa la ricerca della verità dalla ricerca della giustizia, la conoscenza dall’etica, l’osservazione dall’impegno.
In questo senso, il libro stesso diventa un atto di visione: uno sguardo retrospettivo che illumina possibilità future, mostrando come la scienza possa essere non solo strumento di comprensione del mondo, ma anche leva per la sua trasformazione.
Buona lettura
