di ERNESTO MARIA RUFFINI
LA POLITICA DELL’UGUAGLIANZA
Ernesto Maria Ruffini è un avvocato italiano, noto per il suo ruolo di direttore dell’Agenzia delle Entrate, incarico che ha ricoperto in due mandati: dal 1º luglio 2017 al 12 settembre 2018 e poi dal 31 gennaio 2020 fino al 31 dicembre 2024. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università La Sapienza di Roma, è iscritto all’Ordine degli Avvocati dal 1998 e ha iniziato la sua carriera come avvocato tributarista presso lo studio legale di Augusto Fantozzi.
“PIÙ UNO” – L’ITALIA DELLE PICCOLE AGGIUNTE
C’è qualcosa di straordinariamente semplice nell’idea del “più uno” che Ernesto Maria Ruffini propone nel suo libro. Una semplicità che potrebbe far storcere il naso ai sofisticati analisti dell’Italia contemporanea, abituati a diagnosi complesse e a terapie impossibili. Eppure, guardando con attenzione, questa semplicità nasconde una profondità che merita di essere esplorata.
“Più uno”, facilmente reperibile in formato digitale a partire da marzo 2025, non è l’ennesimo trattato sulla crisi italiana, ma un testo che va dritto al cuore del problema: la sfiducia che paralizza il Paese e che impedisce di vedere oltre l’orizzonte fosco del presente.
Il titolo stesso, tratto da un racconto di Cesare Zavattini, è emblematico. Nella gara impossibile a chi dice il numero più grande, vince chi semplicemente aggiunge un’unità all’enorme cifra pronunciata dall’avversario. Una metafora perfetta per un Paese che ha dimenticato che i grandi cambiamenti sono fatti di piccole aggiunte quotidiane – un passo dopo l’altro.
L’ITALIA SOSPESA TRA GRATITUDINE E RASSEGNAZIONE
L’Italia di Ruffini è un Paese sospeso. Da un lato, c’è la gratitudine verso chi ha costruito la nazione dalle macerie del dopoguerra. Dall’altro, c’è una crescente sfiducia verso il futuro e, in molti casi, una rassegnazione che si è insinuata come un virus silenzioso. Non è l’Italia del “ce la faremo”, né quella del “siamo spacciati”. È un’Italia che ha smesso di credere nella possibilità stessa di influenzare il proprio destino.
Ruffini analizza questo presente con uno sguardo lucido ma non cinico. La strada tracciata da chi ci ha preceduto è stata interrotta, ma non è svanita. È ancora lì, dice l’autore, serve solo trovare il modo di riprendere il cammino.
LA DEMOCRAZIA E IL VELENO DELLE CERTEZZE
Particolarmente interessante è l’analisi che Ruffini propone sulla relazione tra certezze assolute e democrazia. Le convinzioni incrollabili, sostiene, fanno “avvizzire la democrazia”, scoraggiando la partecipazione e aprendo la porta a governi illiberali. È un’osservazione acuta e controcorrente in un’epoca in cui il dibattito pubblico è dominato da posizioni granitiche, impermeabili al dialogo.
In contrapposizione, l’autore propone una democrazia che trova la sua vitalità proprio nella “disponibilità a lasciare spazio al dubbio” e nella “continua ricerca della strada migliore”. Citando Calamandrei, ricorda che “nella nostra democrazia nessun partito è depositario della verità, che vien fuori dalla discussione, dall’urto delle opinioni, dall’alternarsi dei partiti”.
LA FORZA DELLA COLLETTIVITÀ
Il libro sfida frontalmente l’individualismo imperante, proponendo numerosi paragoni a sostegno dell’importanza della collettività.
La favola africana del colibrì, che con le sue piccole gocce d’acqua inizia a combattere un vasto incendio fino a ispirare tutti gli altri animali, diventa emblematica. È la dimostrazione che anche un piccolo contributo individuale può essere cruciale e che insieme si possono superare difficoltà apparentemente insormontabili.
Il mosaico, la squadra di ciclismo nella cronometro, il sale, la luce, il lievito: tutti questi paragoni convergono nell’evidenziare come il contributo di ogni individuo sia fondamentale ma insufficiente se isolato. Solo attraverso la collaborazione, il sostegno reciproco e la consapevolezza di far parte di un destino comune è possibile costruire un futuro migliore.
Particolarmente potente è l’immagine delle cattedrali medievali, opere che richiedevano secoli di lavoro e migliaia di persone, molte delle quali non avrebbero mai visto il risultato finale. È un monito sul valore di impegnarsi per un progetto più grande di sé, con la consapevolezza di contribuire a qualcosa che sarà goduto dalle generazioni future.
UN MOSAICO PER RICUCIRE IL PAESE
Ruffini propone quattro “tessere” fondamentali per ricomporre il mosaico italiano: il lavoro come strumento di realizzazione personale e di contributo al bene comune; l’istruzione come investimento nella formazione dei cittadini; la sanità come espressione dei principi di universalità, uguaglianza ed equità; e l’ambiente insieme allo sviluppo sostenibile come responsabilità verso le generazioni future.
Ma l’autore va oltre, sottolineando l’importanza di investire nella pubblica amministrazione, definita “la più grande opera pubblica di cui disponiamo”. È un’analisi controcorrente in un’epoca in cui la burocrazia è vista principalmente come un ostacolo. Per Ruffini, una pubblica amministrazione efficiente è cruciale affinché le scelte del legislatore trovino “piena e veloce attuazione nella vita dei cittadini” e rappresenta “la via più breve per far riacquistare ai cittadini fiducia nello Stato e nella politica”.
UNA VISIONE OLTRE L’ORIZZONTE
In ultima analisi, “Più uno” è un invito a guardare oltre l’orizzonte immediato, a essere “buoni antenati” capaci di pensare e agire per chi verrà dopo. L’autore ci ricorda che nessuno può completare da solo il grande mosaico della società, ma che ogni tessera aggiunta rappresenta un contributo prezioso per il futuro.
Non è un libro ingenuo che promette facili soluzioni, né un testo disperato che annuncia catastrofi imminenti. È un’analisi lucida che riconosce le difficoltà del presente – dalla disuguaglianza crescente alla trasformazione del lavoro dovuta all’intelligenza artificiale, dalla crisi della politica tradizionale alle minacce alla democrazia nell’era digitale – ma che individua nell’impegno civico, nella solidarietà sociale e nella cura del bene comune le vie per affrontarle.
“Più uno” si distacca dalla retorica del “numeri uno” per proporre l’idea di essere “numeri due” in politica, capaci di favorire la formazione di una squadra e valorizzare il contributo di tutti. È un messaggio semplice ma potente: in un Paese che sembra aver smarrito la strada, ogni passo nella giusta direzione, per quanto piccolo, è un “più uno” che ci avvicina alla meta.
È così, un passo dopo l’altro, una goccia dopo l’altra, una tessera dopo l’altra, che si costruisce il futuro dell’Italia. Non con proclami roboanti o promesse impossibili, ma con l’impegno quotidiano di milioni di italiani che aggiungono il loro “più uno” al mosaico comune. È una visione che invita all’azione, alla speranza e all’impegno collettivo. Un messaggio di cui l’Italia di oggi ha disperatamente bisogno.
Buona lettura.
