Benvenuti alla Rubrica “LEGAL THRILLER ETC.” ️♂️⚖️, dove “Law & Popcorn” – Giustizia e Divertimento si fondono!
“Flash of Genius” è uno di quei film che, sulla carta, sembrano destinati alla nicchia dei maniaci di tribunali e brevetti, e invece ti ritrovi a seguirlo come un legal thriller esistenziale.
Racconta la battaglia del professore e inventore Robert Kearns contro il colosso Ford per il riconoscimento della paternità del tergicristallo a intermittenza: una guerra di logoramento combattuta più nei corridoi di casa che in aula di giustizia.
Marc Abraham firma un biopic sobrio, quasi old style, che rinuncia alla spettacolarità per puntare tutto sulla testardaggine del suo protagonista e su una domanda disturbante: quanto costa, davvero, difendere un principio?
Cast
Il cuore di “Flash of Genius” pulsa nel volto ostinatamente normale di Greg Kinnear. È un attore che Hollywood ha spesso relegato al ruolo di “bravo ragazzo intelligente ma un po’ dimesso”, dimenticando che dietro quella maschera da uomo medio si nasconde un interprete sensibilissimo.
Qui dà corpo a Robert Kearns con una misura che sconfina nell’ascetismo: niente esplosioni emotive, niente monologhi da Oscar, ma una progressione tutta interna, fatta di sguardi abbassati, mascelle serrate e una stanchezza fisica che sembra accumularsi scena dopo scena. Non è un caso che Kinnear fosse già stato candidato all’Oscar per “Qualcosa è cambiato” e applaudito in “Little Miss Sunshine”: è specialista nel rendere interessanti uomini apparentemente ordinari, e Kearns è forse il suo ruolo più coerente in questa linea.
Accanto a lui, Lauren Graham è una scelta solo in apparenza curiosa. Per il grande pubblico resta Lorelai Gilmore di “Una mamma per amica”, ruolo che le è valso una candidatura ai Golden Globe, ma in “Flash of Genius” mette da parte il suo proverbiale eloquio mitragliato per costruire una moglie silenziosamente combattuta.
Graham lavora di sottrazione, quasi a contrastare la sua immagine televisiva: gli occhi si spengono progressivamente, la postura si incurva, il sorriso diventa una smorfia di cortesia. Anche quando il copione le concede poco spazio, lei suggerisce un intero fuori campo emotivo, quello di una donna che osserva il marito trasformare un’ossessione in religione privata.
Dermot Mulroney porta in dote il suo curriculum da comprimario di lusso – da “Il matrimonio del mio migliore amico” a “About Schmidt” – per incarnare Gil Previck, l’amico-finanziatore. Mulroney gioca sulla sua ambiguità congenita: c’è una cordialità di superficie, una bonomia da uomo d’affari amichevole, ma gli basta inclinare la testa o sospendere una frase per far filtrare il calcolo e il timore di esporsi troppo. È un lavoro minuto, non appariscente, che però racconta bene quel capitalismo medio, non apertamente villain ma nemmeno disposto a sacrificare la propria tranquillità per un principio astratto.
Alan Alda, monumento vivente della televisione americana (un Oscar sfiorato per “The Aviator”), entra in scena tardi ma lascia il segno.
Come l’avvocato Gregory Lawson, Alda fa qualcosa di molto raffinato: interpreta un uomo che ha ormai metabolizzato la giustizia come pratica negoziale, quasi contabile, ma lo fa con un’umanità disarmante.
Quando spiega a Kearns che la giustizia, in America, passa per gli assegni, non c’è cinismo puro, c’è il fatalismo stanco di chi ha visto troppe cause e troppi ideali fracassarsi sui codici. Alda usa la sua consueta ironia sottile e una voce che sembra sempre sul punto di scusarsi: il personaggio si trasforma così in una figura tragicamente paterna, che cerca invano di riportare Kearns nel recinto del “ragionevole”.
Il resto del cast è un mosaico di caratteristi scelti con cura. Mitch Pileggi, volto familiare ai fan di “X-Files”, presta la sua fisicità granitica al dirigente Ford Macklin Tyler, con quella capacità di riempire la scena anche in poche inquadrature: il suo sorriso standardizzato, da manuale delle risorse umane, basta a comunicare la distanza incolmabile tra la corporation e l’individuo.
Curioso notare come il film ospiti anche presenze poi diventate molto più note, come Tatiana Maslany, che interpreta la figlia maggiore di Kearns prima del suo exploit con “Orphan Black”, e Aaron Abrams, destinato a farsi riconoscere anni dopo in “Hannibal”, qui in un ruolo di supporto.
È uno di quei casi in cui il casting, pur non essendo stellare sulla carta, restituisce un universo credibile di facce e voci, tutte calibrate su un registro realistico, quasi documentaristico.
In sintesi, “Flash of Genius” vive e respira attraverso il lavoro degli attori. Non c’è la star larger-than-life che cannibalizza ogni scena: c’è un ensemble misurato, che sa stare un passo indietro rispetto alla storia, come se riconoscesse che, questa volta, il vero protagonista non è tanto l’eroe quanto il logorante processo che lo consuma.
La trama
Il film si apre con un’immagine che sembra uscita da un album familiare anni Cinquanta: il giovane Robert Kearns, appena sposato, festeggia il matrimonio. Un tappo di champagne, sparato con troppa foga, gli colpisce un occhio, lasciandogli una menomazione permanente. È un dettaglio che tornerà più avanti, perché il film lega subito il corpo ferito dell’uomo all’idea che cambierà la sua vita.
Qualche anno dopo ritroviamo Kearns professore di ingegneria a Detroit, città-santuario dell’industria automobilistica americana. Guida la sua Ford Galaxie sotto una pioggia leggera, circondato da moglie e figli. Il tergicristallo oscilla freneticamente, con un movimento continuo che infastidisce il suo occhio danneggiato. In quell’irritazione visiva, nella ripetizione ossessiva della spazzola che taglia il vetro, scatta l’intuizione: perché non imitare il battito delle palpebre umane, che non è costante ma intermittente?
La casa dei Kearns si trasforma allora in un laboratorio. Nel seminterrato, tra fili, relè e un acquario usato come banco di prova, Robert costruisce pazientemente il prototipo del tergicristallo a intermittenza. Con l’aiuto dell’amico imprenditore Gil Previck, trova i fondi per brevettare il dispositivo e avvia i primi contatti con la Ford, che da tempo cerca una soluzione simile ma senza risultati. Le scene delle prove tecniche – la macchina immersa nella pioggia artificiale, gli occhi concentrati di Kearns, la famiglia che osserva – scandiscono una fase della sua vita in cui tutto sembra possibile.
Quando Ford chiama, l’incontro ha qualcosa del rito iniziatico: Kearns entra nei corridoi lucidi della corporation con il suo dispositivo smontabile in una valigetta, una sorta di reliquia meccanica che lui maneggia con cura quasi religiosa. I tecnici Ford osservano, fanno domande, testano il sistema. Kearns rimane prudente, si rifiuta di svelare il “cuore” del meccanismo finché non avrà un accordo preciso. Ma il segnale sembra positivo: l’azienda gli chiede un piano industriale, lo invita a quantificare costi e capacità produttive.
Convinto di essere a un passo dal coronare il suo sogno di inventore-imprenditore, Robert affitta un capannone per avviare la fabbricazione, coinvolge i figli nei primi lavori, immagina la propria firma accanto al logo Ford. Poi, all’improvviso, il silenzio: nessuna telefonata, nessuna lettera, solo una lunga, sorda attesa. I solleciti di Kearns restano senza risposta, i corridoi che prima sembravano accoglienti diventano inaccessibili.
La scoperta del tradimento avviene quasi per caso, durante una presentazione per i concessionari Ford. In una sala gremita, tra luci teatrali e slogan trionfali, viene svelato il nuovo Mustang, dotato di tergicristallo a intermittenza. Kearns si fa strada tra il pubblico, chiede di vedere da vicino il dispositivo, realizza che il suo progetto è stato usato, modificato ma non riconosciuto. L’inquadratura indugia sulla sua espressione scomposta, mentre il rumore della folla si attenua fino a diventare un ronzio indistinto: è il momento esatto in cui l’invenzione smette di essere promessa di riscatto e diventa ferita aperta.
Da qui inizia la discesa. Kearns, incapace di accettare l’ingiustizia, si tuffa mani e corpo nella battaglia legale. Studia le carte, consulta avvocati, insegue responsi inaccessibili. L’ossessione cresce fino a travolgere l’equilibrio familiare. Una notte prende un autobus diretto a Washington D.C., deciso a far valere i suoi diritti nei palazzi del potere. La sua fuga, più psicologica che geografica, si interrompe con l’intervento della polizia e il ricovero in un ospedale psichiatrico: l’uomo che voleva domare la pioggia viene dichiarato temporaneamente inadatto alla realtà.
Rientrato a casa, Kearns è un sopravvissuto: passa il tempo a leggere fascicoli legali, a ricostruire passo per passo la genealogia del suo brevetto. Il matrimonio scricchiola, i figli oscillano tra la solidarietà e la stanchezza. Ford offre accordi economici via via più allettanti, sperando di chiudere la faccenda con un assegno e una clausola di riservatezza. Ogni volta che qualcuno gli chiede di accettare, lui ribatte con frasi scolpite nell’ostinazione, come quando, di fronte al pragmatismo dell’avvocato Lawson, esplode in un grido di frustrazione: «Che fine ha fatto quella piccola cosa chiamata giustizia di cui parlavamo?».
Il processo diventa allora il teatro principale del film. In un’aula legnosa, lontana da qualsiasi glamour televisivo, Kearns decide a un certo punto di licenziare i suoi legali e di rappresentarsi da solo. È un autodidatta del diritto, ma conosce ogni pagina dei fascicoli, ogni data dei brevetti, ogni diagramma elettrico. Davanti alla giuria, il suo eloquio è incerto, spesso spezzato da esitazioni, ma la determinazione è assoluta. Di fronte alle ennesime offerte di patteggiamento, Lawson gli ricorda la “pratica” della giustizia americana: «Questa è giustizia, Bob. È così che viene dispensata in questo paese: attraverso gli assegni». Kearns ascolta, ma non si piega.
Parallelamente, il film segue l’allontanamento della moglie Phyllis, stremata da anni di tensioni, e il riavvicinamento progressivo dei figli, che da adolescenti confusi diventano giovani adulti capaci di capire il senso – o il non senso – della crociata paterna. Alcuni di loro lo assistono in aula, altri lo supportano logisticamente, trasformando l’impresa legale in un affare di famiglia.
Il verdetto arriva dopo una lunga suspense giudiziaria. La giuria riconosce a Kearns la paternità violata dei brevetti e stabilisce un risarcimento milionario, pur senza dichiarare la volontà dolosa di Ford. Nei titoli di coda, una scritta riassume ciò che il film non mostra: la successiva vittoria di Kearns contro Chrysler, con un ulteriore maxi-risarcimento.
Ma a quel punto lo spettatore ha già intuito che il prezzo pagato dall’uomo – in termini di salute mentale, affetti, anni di vita – non si misura in cifre.
Critica cinematografica
Sul piano critico, “Flash of Genius” ha avuto un’accoglienza composita, oscillante fra il rispetto per la sua onestà narrativa e la percezione di una certa “piccolezza” cinematografica rispetto ai grandi modelli del genere. In Italia, Gabriele Niola, sulle pagine di MyMovies.it, ha sintetizzato con lucidità i limiti strutturali del film, definendolo «Parte come un biopic, diventa un dramma psicologico e finisce come un legal thriller, però in nessun caso trova la sua strada rimanendo a metà tra la documentazione dei fatti e la retorica sul sogno americano dell’uomo solo che può fare tutto se lo desidera» (MyMovies.it). È una lettura che coglie il cuore del problema: Abraham sembra voler abbracciare tre film in uno, senza aver il coraggio di sceglierne davvero uno.
Di contro, la redazione di FilmTV.it ha proposto un giudizio quasi specularmente opposto, valorizzando proprio quel respiro “classico” che altri hanno letto come televisivo. In una nota critica si legge: «La storia era già una sceneggiatura perfetta, Abraham aggiunge “solo” molto Francis Ford Coppola: Tucker, un uomo e il suo sogno nella prima metà, L’uomo della pioggia nella seconda. Spudorata citazione, ma è un allievo valido: il film ha la dignità di un classico e solletica l’idealismo della volontà e il nichilismo della ragione. Greg Kinnear fa il resto: monumentale, empatico come sempre, eclettico» (FilmTV.it). Qui il ricalco coppoliano non è visto come difetto ma come omaggio consapevole, quasi un esercizio di stile su materiali narrativi dichiaratamente tradizionali.
Se si guarda al panorama internazionale, “Flash of Genius” raccoglie nel complesso giudizi “misti ma tendenzialmente positivi”. Su Rotten Tomatoes il film mantiene un 62% di recensioni favorevoli, con voto medio intorno a 6/10 dati da Rotten Tomatoes, mentre Metacritic si assesta su un 57/100, segnalando un’opera di fascia media fonte: Metacritic. IMDb, più sensibile al pubblico generalista, registra un solido 7,0/10 fonte: IMDb. Numeri che raccontano un film che non entusiasma all’unanimità ma neppure scivola nell’irrilevanza.
Molti critici hanno riconosciuto la forza del personaggio di Kearns e la prova di Kinnear, ma hanno lamentato una regia fin troppo prudente. Alcune testate americane – come riportato nella sezione critica di Wikipedia – hanno parlato di un film “dalla fattura impeccabile ma dal respiro televisivo”, capace di commuovere a tratti ma timido nel mostrare davvero il baratro finanziario ed emotivo in cui Kearns precipita. Roger Ebert, sulle pagine del Chicago Sun-Times, ha sottolineato come il film racconti la vicenda “in modo fedele e spesso toccante”, pur riconoscendo che il protagonista non è una figura “spettacolare” ma un uomo di ostinata normalità sintesi da Ebert via Wikipedia.
Altri, come Mark Olsen sul Los Angeles Times o Todd McCarthy su Variety, hanno rimarcato il rischio di “piccolo cabotaggio”: un soggetto forte, ma trattato con una messa in scena che raramente osa, con una fotografia di Dante Spinotti sorprendentemente poco iconica e un ritmo che non sempre riesce a trasformare la lentezza della procedura legale in suspense drammatica analisi critiche riassunte da Wikipedia.
In Italia, dove il pubblico è meno abituato ai “legal drama” di derivazione industriale americana, il film ha pagato anche una certa difficoltà di identificazione: la vicenda del brevetto violato e delle aule federali non ha lo stesso peso simbolico che può avere oltreoceano. Il box office nazionale – circa 58,5 mila euro, come riportato da MyMovies.it – conferma un passaggio discreto ma tutt’altro che clamoroso.
Eppure, nel tempo, “Flash of Genius” è entrato nel novero di quei titoli che molti spettatori scoprono in televisione o in streaming e finiscono per apprezzare proprio per la sua sobrietà: un film che non urla, non cerca il colpo di scena a tutti i costi, ma segue con testarda coerenza un uomo altrettanto testardo. In questo senso, la critica italiana si è divisa quasi quanto la giuria del film: chi lo considera un “Tucker” in miniatura, chi un solido film da seconda serata, chi un’utile parabola civile senza grandi guizzi formali.
La valutazione finale
Se mettiamo in fila i numeri delle principali piattaforme di recensioni, otteniamo un quadro abbastanza chiaro. MyMovies, con il suo “MYmonetro”, assegna a “Flash of Genius” un 2,89 su 5 fonte: MyMovies; FilmTV.it si dimostra più generosa, con una media utenti intorno al 7,3/10, mentre IMDb, come detto, staziona sul 7,0/10 fonte: IMDb. Se traduciamo grossolanamente questi punteggi su una scala da 1 a 5 stelle, ci muoviamo intorno alle 3,2–3,3 stelle complessive, cioè una ricezione media con tendenza al discreto.
Alla luce di questi dati e della lettura critica complessiva, la mia valutazione media finale, in stelle, è di ★★★☆☆ ½ arrotondata a 3,5 stelle su 5.
Perché mezzo punto in più rispetto alla media aritmetica? Perché “Flash of Genius” ha il coraggio, oggi piuttosto raro, di prendere sul serio un tema apparentemente poco cinematografico – un brevetto, un contenzioso civile – e di trasformarlo in dramma morale senza cadere nella trappola del melodramma. La sceneggiatura, tratta da un articolo del New Yorker fonte: Wikipedia, lavora sulle sfumature: non ci offre un eroe immacolato ma un uomo ossessionato, spesso insopportabile, che rischia di diventare il peggior nemico di se stesso. È una complessità che molti film “ispirati a una storia vera” preferiscono evitare.
La regia di Marc Abraham non ha lo slancio autoriale di un Coppola – e qui Niola non ha tutti i torti quando parla di film che “non trova davvero la sua strada” – ma mantiene una coerenza tonale apprezzabile. Non ci sono svolte di registro improvvise, nonostante il passaggio da biopic familiare a courtroom drama: la messa in scena rimane a livello dell’uomo, mai dell’icona. La fotografia di Dante Spinotti, pur meno inventiva del solito, restituisce un’America industriale spenta, fatta di capannoni anonimi, parcheggi grigi, aule di tribunale prive di retorica visiva: è la geografia perfetta per una storia in cui i sogni si misurano in volt e amperaggi, non in fuochi d’artificio.
Il vero elemento che spinge il giudizio verso l’alto, però, è l’interpretazione di Greg Kinnear. Il film vive o muore sulla sua capacità di rendere credibile un uomo disposto a sacrificare tutto per un principio che, a un certo punto, non sembra più distinguibile dal puro orgoglio. Kinnear trova il giusto equilibrio tra caparbietà e fragilità: nei primi piani in aula, quando la voce gli trema ma non arretra, il film raggiunge una densità emotiva che compensa molte delle sue esitazioni strutturali. Il cast di contorno – da Lauren Graham ad Alan Alda, fino ai caratteristi come Mitch Pileggi e Aaron Abrams – costruisce attorno a lui un coro credibile, fatto di sguardi perplessi, di consigli non richiesti, di affetti logorati.
Certo, “Flash of Genius” non è privo di limiti. Il ritmo nella parte centrale tende a sfilacciarsi, e chi si aspetta un legal thriller alla “Erin Brockovich” rischia di restare deluso: qui non ci sono arringhe memorabili né twist clamorosi, ma una lenta erosione di energie, un braccio di ferro che procede per istanze, rinvii, perizie tecniche. In alcuni momenti il film sembra quasi avere paura di sporcare le mani con il fango più viscerale del capitalismo industriale, preferendo restare sul terreno – più rassicurante – della parabola morale.
Eppure proprio questa scelta, a ben vedere, è coerente con il suo protagonista. Kearns non è un rivoluzionario, è un uomo che chiede di essere citato a piè di pagina nella storia dell’auto. Il film, allo stesso modo, non aspira a ribaltare il genere, ma a ricordarci che dietro ogni piccolo comfort tecnologico ci sono biografie spesso tormentate e, talvolta, ingiustamente oscurate. Le sue 3,5 stelle non sono il frutto di un entusiasmo cieco, ma il riconoscimento di un’opera solida, onesta, capace di restare impressa più per la tenacia mite del suo protagonista che per i fuochi d’artificio della messa in scena.
In definitiva, “Flash of Genius” è un film che merita di essere visto almeno una volta, magari lontano dalle aspettative dei grandi titoli di cartellone. È il racconto di una vittoria ambigua, in cui la giustizia arriva, sì, ma troppo tardi e a un costo esorbitante. E che, uscendo dai titoli di coda, lascia una domanda sospesa: se foste stati al posto di Robert Kearns, avreste firmato quell’assegno o avreste fatto causa fino all’ultimo respiro? Il fatto che la risposta non sia affatto scontata è, cinematograficamente parlando, il suo risultato migliore.
P.S. Dove vederlo legalmente in streaming? Il film è facilmente accessibile in streaming legale completo in italiano tramite diverse piattaforme, tra cui Amazon Prime Video, NOW, Chili, TIMVISION, Rakuten TV, Sky on Demand, Google Play, Microsoft Store, iTunes e PlayStation Store. Ogni piattaforma offre opzioni diverse, tra cui abbonamento, noleggio o acquisto, con prezzi variabili per le versioni SD, HD e 4K. Inoltre, è possibile scegliere tra audio e sottotitoli in italiano (ITA) e inglese (ENG) per una migliore esperienza di visione.
